Inchiesta Nebrodi, in Abruzzo i tentacoli della Mafia Pascoli siciliana

I pascoli di Abruzzo e Puglia nel mirino della mafia della provincia messinese a quanto pare non più ‘babba’, stupida, così come la etichettavano in gergo siciliano certi mafiosi.

Nell’inchiesta, le famiglie di Tortorici (Comune di Messina) hanno cessato la guerra tra loro per fare affari insieme così raggranellando illecitamente, in poco meno di 7 anni, oltre 10 milioni di euro di contributi comunitari destinati agli allevatori. Risulta dall’ordinanza dell’inchiesta Nebrodi della Direzione distrettuale antimafia di Messina, coordinata dal procuratore Maurizio de Lucia. Mafia pascoli che impera anche sugli Appennini abruzzesi dove i pastori locali continuano a denunciare, ma senza ottenere miglioramenti e rischiando così l’estinzione.

Per il generale Pasquale Angelosanto, comandante del Ros si tratta di una mafia: “Che da tempo ha stabilito i rapporti con cosa nostra siciliana, sia Santapaola che Brusca pensavano di costituire una famiglia mafiosa a Tortorici appoggiandosi sui tortoriciani, ma che nel tempo ha stabilito rapporti con la famiglia di Mistretta con i barcellonesi, con l’Ennese ed i Catanesi”.

A confermare i passaggi anche in Abruzzo “Qualche intervistato, già l’anno scorso aveva riferito di segnalazioni della procura di Enna alle amministrazioni locali per avvertire che c’erano terreni usati da ditte siciliane ai fini dei contributi” spiega la docente di geografia dell’universita dell’Aquila, Lina Calandra, impegnata in un progetto in cui sono state realizzate interviste ad oltre 900 persone tra pastori, operatori turistici e amministratori sui metodi di ammissione ai contributi che agevolano certe aziende, esterne alla regione. Sistema a cui non sono stati dati gli anticorpi giusti per evitare infiltrazioni, truffe per pascoli e terreni fantasma elaa fine della pastorizia.

Il più recente episodio di mafia pascoli nell’aquilano risale alla scorsa settimana, segnalato dal quotidiano La Notizia, inchiesta (link) curata dalla giornalista Maria Trozzi (link) che segue la destinazione dei sostegni agli allevatori degli Appennini abruzzesi, garantiti dai fondi europei agricoli di garanzia e per lo sviluppo rurale (Feaga e Feasr), razziati però da certe cooperative e società che gravitano sui terreni montani come quello del comune di Lucoli che, per estensione, è il più grande pascolo d’Italia, con 5 mila ettari di fondo affittato però ad una sola cooperativa. Anche in provincia di Teramo ultimamente il Wwf ha segnalato altre pecore morte nella riserva del Borsacchio che l’associazione ambientalista gestisce (link).

In Abruzzo sono migliaia gli animali d’allevamento che mancano all’appello pure essendo registrati negli elenchi di carico e scarico per i trasporti della transumanza e la demonticazione di ottobre e sono centinaia le carcasse di ovini mai rimossi dai prati, in inverno soprattutto a Lucoli, individuati nelle valli dell’aquilano spesso senza bollini di riconoscimento. Un’altra conseguenza della ‘mafia pascoli’ che affinando i suoi metodi anche in Abruzzo ancora non fa rumore come in Sicilia dove è dimostrato, dall’ordinanza sui 94 arresti, che ha allungato da tempo i suoi tentacoli in Puglia e in Abruzzo.

Il nuovo volto della mafia pascoli è senza coppola, alla lupara si preferisce la cortese minaccia e si accorda, segue le procedure truccando le carte, si rinnova operando nella legalità, sempre se conviene. Terreni che, con atti falsi di un notaio, ora finito agli arresti domiciliari in Sicilia, risultavano acquisiti per usucapione ai prestanome dei boss delle famiglie Batanesi e Bontempo Scavo. Il gruppo messinese disponeva di 151 imprese sotto sequestro da ieri che dal 2013 hanno incassato oltre 10 milioni di euro di aiuti dall’Unione europea destinati a sostenere allevatori veri rassegnati alla mafia e che non hanno visto mai un centesimo. E tra le imprese finite nell’inchiesta una risulterebbe proprio in un vecchio elenco per gli indennizzi comuntari da destinare all’Abruzzo, indicata in un registro titoli di qualche anno fa, in possesso di circa 550 quote che fruttarono, solo nel 2014, la bellezza di oltre 300 mila euro come documenta una lista di una associazione di categoria abruzzese impegnata nella raccolta delle domande per gli indennizzi. 

Tra i tantissimi lotti di cui la terza mafia messinese disponeva risulterebbero agli atti anche delle proprietà dello Stato, lotti assegnati all’Aeronautica militare, nel comune di Niscemi, che l’Italia ha concesso alla Nato e alla marina militare statunitense su cui sono stati impiantati i radar del sistema di comunicazione satellitare Muos, contro cui protestano di cittadini. In Sicilia gli operatori dei Centri assistenza agricola avallavano la regolarità delle domande di pagamento dei contributi europei facendo risultare finti trasferimenti dei terreni anche in provincia di Foggia (Puglia) e in provincia dell’Aquila (Abruzzo). “Anche aziende del Nord per la mafia dei pascoli – indica nell’interrogazione di ieri l’onorevole Stefania Pezzopane (Pd) riferendosi alla recente inchiesta giornalistica – Affari sporchi collegati alla cosiddetta mafia dei pascoli, un fenomeno che vede coinvolte le montagne abruzzesi sfruttate da imprenditori senza scrupoli di altre regioni con finte transumanze di bestiame per intascare ingentissimi rimborsi da parte dell?unione europea. Un business da centinaia di milioni di euro e che riguarderebbe anche le Alpi oltre che gli Appennini”. Per gli allevatori della regione vede dei parchi ci sarebbero anche aziende del Nord a minacciare i terreni e i pascoli e a truffare l’Ue.

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