Del Lavoro e del Diritto di Eraldo Guadagnoli

Da non poco tempo a questa parte, ascoltando le famose chiacchiere da bar, alla persona attenta non fugge una frase pronunciata da un anziano signore: “Io ho iniziato a lavorare neanche maggiorenne”. Un verbo su tutti vale la pena di mettere in risalto: lavorare.

Ora, già all’articolo 1 della Costituzione si legge L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro…  e così via discorrendo. Ma senza scomodare il frutto del sapere dei nostri Padri Costituzionalisti, anche nella nostra Valle Peligna si diceva: Nin si campe senze fatijà, vale a dire, Non si vive senza lavorare.

Ora, il Nostro Paese sta attraversando uno dei periodi più negativi dalla nascita della Repubblica, e senza voler essere troppo pessimisti, non a torto uno dei peggiori della sua millenaria Storia. L’Italia, fondamentalmente, è sempre stata una terra piena di particolarità e l’artigianato la sua migliore espressione artistica, in tutte le sue variabili: che sia l’arte, che sia il manufatto, oppure ogni idea che rende particolare un prodotto (vedasi le varie ricette o il rosso Ferrari, per citare alcuni brand). Quindi, vivere da noi in teoria significa produrre qualcosa e attivare un indotto lavorativo per migliaia di aziende satelliti, che avrebbero dato lavoro (apriamo bene le orecchie, lavoro) a centinaia di migliaia di persone. Eppure, oggi, nonostante i vari appelli sul ritorno alla terra e alle tradizioni, siamo vittime coscienti di quello che è la globalizzazione.

A posteriori, ritengo opportuno tendere una mano a chi tale globalizzazione non la voleva e non a torto. In Italia, dalla crisi del 2007, sono scomparse miriadi di piccole e medie imprese e quelle piccole botteghe artigiane che erano la spina dorsale della nostra economia e il nostro vanto nel mondo: sono rimaste in piedi (ovviamente e per via dei grossi capitali a disposizione) le grosse imprese e le multinazionali; ma vogliamo mettere la qualità espressa da una azienda orafa dell’aretino? O un brand della moda che tutti ci invidiano? Visto quello che sta accadendo, dopo la riforma deleteria del mercato del lavoro in Italia e quella a dir poco scellerata della Pubblica Amministrazione, abbiamo dato nell’arco di tre lustri un colpo di spugna a tutto quello che sono state conquiste civili e di diritti del lavoro acquisite dall’Unità d’Italia fino alla fine degli anni Settanta del Novecento. Vale a dire, siamo riusciti con meticolosità e impegno a distruggere la classe media e operaia in un colpo solo, rendendo il nostro Paese vittima del precariato e di una minoranza di plutocrati, che sono poco meno del dieci per cento della popolazione.

Quindi, mi viene da sorridere quando ogni tanto qualcuno cita l’articolo 1 della Costituzione che sembra scritto in un’epoca a noi lontana. Eppure, era solo 70 anni fa che la Carta costituzionale è entrata in vigore, ma del lavoro e del diritto sacrosanto a esso pare che ci si vergogni a rivendicarlo, piuttosto che a reclamarlo.

Eraldo Guadagnoli