Il Cavaliere con la donzella dinanzi ad un caffè

A cura di

Eraldo Guadagnoli

 I Pentacuminati,   Scacco al re, Il colore dell’inganno

Al bar in compagnia di amici, dinanzi ad un caffè, una sera abbiamo sentito dire da una ragazza a un amico che in fatto di gentilezza non era sicuramente il miglior esempio: “Sii un po’ più cavaliere!’ – come a dire  – sii più garbato, più fine”. Ora, facciamo qualche precisazione per evitare delle fastidiose confusioni.

La figura del cavaliere senza macchia e senza paura che si batte per la donzella di turno, rinchiusa in un castello e minacciata da pericoli quali draghi alati e signori parificati agli orchi, è una pura invenzione della letteratura cortese. In essa, i cavalieri erano generalmente descritti come disinteressati che si battevano energicamente per la donna o giovane, sia che fosse la figlia di un signore, di un principe o un sovrano; erano cavalieri forti, belli e con il desiderio di affrontare la morte, pur di avere alla fine la mano della prigioniera.

Nella realtà, le cose erano ben diverse. Le cronache di storia medievale ci dicono che i cavalieri nacquero per una precisa esigenza, cioè quella di costituire un esercito che servisse al sovrano per difendere i propri confini o andare in Terra Santa a difendere il sepolcro di Cristo. Solitamente, essi crescevano all’ombra del genitore, a cui era stato concesso un castello e il titolo, che però ritornava al sovrano alla morte del feudatario.

Ora, in quei tempi bui, dove le guerre c’erano un giorno sì e l’altro pure, il Re non aveva tempo per scegliere un altro fedele suddito per la concessione del bene e del titolo, e quindi la scelta ricadeva sul figlio del defunto barone o feudatario, che già sapeva come agire, battersi a piedi, a cavallo e amministrare il territorio, che comunque conosceva sin da piccolo. Col tempo questa pratica, da nomina divenne ereditaria e da qui nacque la nobiltà. E abbiamo svelato il primo arcano, per tutti coloro che non lo sapessero ancora.

Per quanto riguarda i cavalieri, dedicandosi alla caccia, alla guerra e ad altre attività simili, per forza di cose non avevano la grazia e la gentilezza descritta poi nei poemi. I cavalieri erano rozzi, pronti a menar le mani e per nulla disposti a essere gentili, neanche nei confronti delle loro consorti. E possiamo anche immaginare come potesse essere allora la prima notte di nozze. Quindi, quando una ragazza o una donna voglia rivolgersi a un uomo, chiedendo di essere un cavaliere, le consigliamo di spendere qualche minuto di lettura su queste poche, ma essenziali notizie storiche.