Si decide sul ricorso dell’Italia avverso la sentenza che dà ragione al boss all’ergastolo ostativo

Accade per una materia tanto delicata come la Giustizia affidata ad una entità che di mafia italiana non ne mastica quanto quei giudici che per combatterla hanno sacrificato e sacrificano la loro vita. A giugno la Corte di giustizia europea (Cedu) ha censurato l’ergastolo ostativo come trattamento inumano e degrandante comminato al capo di una ndrina calabrese di Taurianova, condannato a 4 ergastoli per omicidi plurimi, sequestro di persona, detenzione di armi e occultamento di cadavere.

Aggiornamento 1 e 2

Contro questa censura ha presentato ricorso lo Stato italiano. Un collegio di 5 giudici domani esaminerà il ricorso decidendo per l’ammissibilità e forse il procedimento si sposterà alla Grande camera che darà il suo verdetto entro qualche mese. In caso d’inammissibilità invece varrà la sentenza di giugno mettendo a rischio la sopravvivenza delle collaborazioni di giustizia e così l’istituto giuridico del carcere ostativo che rappresenta un metodo di contrasto efficace al dilagare delle organizzazioni mafiose, cuore pulsante del Sistema Falcone che ha portato al 41 bis i boss più ricercati al mondo.

Marcello Viola, è l’ergastolano che ha fatto ricorso e a cui la corte europea ha dato ragione, è in prigione dai primi anni Novanta per associazione mafiosa, omicidi e rapimenti. Altri 12 capimafimiglia hanno presentato un ricorso analogo e 250 ergastolani lo hanno presentato ad un altro organismo, il Comitato delle nazioni unite. In tutto sono 957 ergastolani condannati per mafia, terrorismo, traffico di droga, pedopornografia e prostituzione.

Il sistema penale vieta l’accesso ai benefici penitenziari (permessi premio, lavoro fuori dal carcere e misure cautelari diversi dalva detenzione) e la verifica della pericolosità sociale per una determinata categoria di detenuti (art. 4 bis o.p), limitazione superata se interrompono i rapporti con la organizzazione criminale e cioè vengono acquisiti elementi che escludono l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva, se vi è stata collaborazione con la giustizia (art. 58 ter o.p) o se la collaborazione risulti impossibile oppure oggettivamente irrilevante. La rieducazione del condannato deve avvenire nell’ambito del trattamento penale e non deve risultare ristretta in modo irragionevole e sproporzionato, resta aperto il percorso di risocializzazione. Deve pronunciarsi anche la corte Costituzionale sulla stessa questione di diritto poiché la Cassazione (ordinanza 4474 – 20 dicembre 2018) ha sollevato la questione di legittimità riguardante il contrasto tra l’articolo 4 bis e la funzione di reinserimento della pena.

L’associazione Vittime del dovere, con la collaborazione degli avvocati Sabrina Mariotti e Alessia Meloni fa chiarezza sulla sentenza della Cedu del 13 giugno che verrà riesaminata dalla Grande camera: Si osserva che nella sentenza non si fa questione sulla sproporzione della pena dell’ergastolo, ma della incomprimibilità de iure e de facto di questa pena. Già in passato (decisone Garagin v.Italia n. 33290/07 29 aprile 2008) la Corte ha chiaramente ed inequivocabilmente sostenuto che la reclusione a vita resta compatibile con l’art. 3 della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo, esprimendosi come segue:”In Italia le pene a vita sono de iure e de facto comprimibili. Peraltro, non si può dire che il ricorrente non abbia alcuna prospettiva di liberazione, nè che il suo mantenimento in detenzione, seppur per un lungo periodo, è.k, b in sè costitutivo di un trattamento inumano o degradante” Deve essere dunque sgombrato il campo dall’equivoco, generato e amplificato da parte dei mass media, ideologicamente orientati, secondo il quale sia l’istituto dell’ergastolo ostativo sotto il giudizio della Cedu. Peraltro, la stessa Corte osserva che la legislazione interna (dell’Italia) non vieta in modo assoluto e con effetto automatico l’accesso alla liberazione condizionale e agli altri istituti del sistema penitenziario, ma li subordina alla collaborazione con la giustizia. Le diverse decisione dei giudici delle leggi che si sono susseguite (Corte Cot. 306/1993, 273/2001, 135/2003) hanno infatti legittimato tale meccanismo sulla base della considerazione per cui solo la scelta collaborativa è la dimostrazione della dissociazione dell’individuo dal contesto mafioso, mentre la determinazione a non collaborare, quale atto volontario e libero del detenuto, può legittimamente costituire la base di una presunzione legale della persistenza del legame criminale. L’art.4 bis O.P. prevede una presunzione di pericolosità sociale del condannato, legata al tipo di reato per il quale è stato condannato. Questa pericolosità e il legame con l’ambiente criminale di appartenenza non scomparirebbero per il solo fatto di essere detenuto. La Corte dà ampia considerazione alla posizione del Governo italiano, per il quale l’ostacolo rappresentato dall’assenza della “collaborazione con la giustizia” non è il risultato di un automatismo legislativo, che ostacolerebbe in modo assoluto ogni possibilità di liberazione per il detenuto, ma piuttosto la conseguenza di una scelta libera e volontaria. La Corte dubita invece della equivalenza tra la mancanza di collaborazione e la pericolosità sociale, perchè la mancanza di collaborazione potrebbe non essere il frutto di una scelta libera e volontaria, nè giustificata dalla persistenza di adesione ai “valori criminali” e dal mantenimento di legami con il gruppo di appartenenza. La mancanza di collaborazione potrebbe infatti derivare dalla paura di dover subire reazioni violente da parte dei vecchi associati. Ciò che la sentenza della Cedu mette in discussione, lo si ribadisce, non è l’istituto dell’ergastolo ostativo, ma la immediata equivalenza tra l’assenza di collaborazione e la presunzione assoluta di pericolosità sociale, così come può addirittura esistere con la collaborazione di giustizia orientata da finalità opportunistiche. A conferma di quanto sopra, la Cedu nel caso specifico conclude che, pur mettendo in discussione l’automatismo “collaborazione di giustizia-assenza di pericolosità sociale” , il detenuto non debba essere rimesso in libertà, negandogli contestualmente anche il richiesto risarcimento in denaro. Questo esito – nei profili concreti – non fa che confermare che i contenuti dell’art. 4 bis non sono del tutto fuor di logica, senza dimenticare che tale specifica normativa viene dettata dal Legislatore anche per esigenze di sicurezza nazionale, stante l’elevato spessore criminale dei detenuti sottoposti a tali preclusioni”.

Si spera in un esame approfondito della Grande camera dell’ordinamento penitenziario che contrasta mafia e terrorismo a favore della tutela collettività. “Noi vittime in questi ultimi anni abbiamo molto lottato e continuiamo a batterci affinché tali norme vengano mantenute nel nostro ordinamento e nonostante le forze contrarie che tentano di smantellare palesemente o nascostamente il regime del 41 bis – proseguono i legali dell’associaizone – l compito dello Stato italiano dovrebbe essere quello di tutelare i propri cittadini dalle più gravi forme di crimine organizzato e di stampo terroristico nonchè di sostenere le Vittime di tali atroci reati. La necessità di tutelare i diritti fondamentali della persona non può non tenere conto delle finalità di garantire la sicurezza nazionale, la prevenzione dei reati e la tutela della collettività. Vuoti normativi, incompletezza delle disposizioni di leggi, interpretazioni ambigue e capziose, trascuratezza e superficialità di disciplina viene percepita dalle vittime e dai cittadini, come una sconfitta delle Istituzioni e come concessioni di spazi di manovra alla criminalità. Noi chiediamo soltanto di non essere umiliati dal perdonismo strumentale, che viene percepito dalla mafia come un messaggio di debolezza e di dialogo”.