Finanziamento al terrorismo 10 arresti e 17 indagati tra Abruzzo, Piemonte, Lombardia e Marche

Indagine diretta dalla Direzione distrettuale antimafia ed antiterrorismo dell’Aquila quella che ha portato oggi all’esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare per 10 indagati, 8 tunisini e 2 italiani, per reati tributari e di autoriciclaggio con finalità di terrorismo, tra questi un imam impegnato nella moschea di Martinsicuro (Te) di una commercialista torinese.

Aggiornamento

Per il tramite di alcune società si creavano degli artifizi contabili per evadere il fisco e destinare ingenti somme di denaro al finanziamento di attività riconducibili all’organizzazione radicale islamica Al nusra, nonchè in favore di Imam che operano in Italia, uno dei quali già condannato in via definitiva per associazione con finalità di terrorismo internazionale. Sono stati sequestrati 2 immobili e somme di denaro per un valore complessivo di un milione di euro.

Tra gli arrestati: imam moschea Dar Assalam di Martinsicuro(Te)

L’attività d’indagine è stata condotta dai carabinieri del Ros e i finanzieri del Gico che a marzo hanno proceduto ad una ventina di perquisizioni tra Abruzzo, Piemonte, Lombardia e Marche. Dalla documentazione contabile e materiale ideologico i militari hanno ricostruito dei collegamenti ad attività connesse al finanziamento del terrorismo. Da questo l’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare disposta dal giudice per le indagini preliminari Giuseppe Romano Gargarella. L’ipotesi di reato su cui indaga la Direzione distrettuale aquilana  riguarda una serie di illeciti di natura tributaria per recuperare denaro potenzialmente destinato al finanziamento del terrorismo. 

In particolare, tramite alcune società operanti nel settore della rifinitura edilizia e nel commercio di tappeti,  intestate a prestanomi e di fatto gestite da un solo soggetto, capo indiscusso del gruppo, sono stati creati numerosi artifizi contabili per distrarre delle ingenti somme di che gli indagati, per diverso tempo, destinavano  all’acquisto di immobili in Italia, alla creazione di fondi neri e al reinvestimento in attività d’impresa.

Il finanziamento al terrorismo emergerebbe, secondo gli inquirenti, da considerevoli quantità di denaro raccolto  anche all’interno delle moschee collegabili all’organizzazione radicale islamica Al nusra. Denaro ripulito attraverso passaggi in Germania e Belgio per raggiungere Turchia e Siria. Sono stati documentati continui trasferimenti di denaro dagli indagati agli imam che vivono in Italia, tra questi appunto uno condannato, in via definitiva, per associazione con finalità di terrorismo internazionale.

La realizzazione del sistema fraudolento è stata possibile anche con il contributo di una commercialista torinese che ha predisposto la contabilità per celare gli illeciti tributari tra i quali l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, autoprodotte, per oltre 2 milioni di euro.

Sequestro patrimoniale per un valore di oltre un milione di euro nei confronti degli indagati, tra i beni anche 2 appartamenti  sulla costa abruzzese, acquistati riciclando denaro. Le attività di polizia giudiziaria sono state svolte con il supporto dei comandi provinciali Carabinieri e della Guardia di finanza di Teramo, Ascoli Piceno, Torino e Lodi e con l’attività di coordinamento assicurata dal raggruppamento operativo speciale Carabinieri e dal servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata della Gdf.

Perhcè Torino? Una montagna di soldi passava da Torino per arrivare, dopo decine di passaggi per mezza Europa, sui conti dell’organizzazione radicale islamica in Siria Al Nusra: “L’esercito dell’islam, una delle porche organizzazioni buone” così gli indagati intercettati nel corso dell’inchiesta condotta dal Ros e dal Gico dell’Aquila. Secondo gli investigatori l’organizzazione che ha creato fondi neri per oltre un milione di euro è composta da 7 torinesi e tra loro le 2 figure chiave, per la gestione del capitale della cellula. Il primo tra gli indagati è Jameleddine B. Brahim Kharroubi, tunisino, 57 anni, ora in carcere, titolare prima di un negozio di tappeti e poi di una società, la Kharroubi controsoffittature, con sede in piazza Stampalia, attraverso la quale passavano molte delle somme di denaro che il gruppo spostava dal Sud al Nord Italia e poi verso altri paesi europei, come Germania, Belgio e Inghilterra.

Quegli investimenti spesso inesistenti e frutto di false fatture, per gli inquirenti, hanno permesso il sostentamento dell’intera organizzazione, tra investimenti immobiliari in Italia e l’invio di somme di denaro all’estero. La vita di Kharroubi si divideva tra Torino, dove vive anche la moglie italiana indagata nell’inchiesta, e Alba Adriatica (Te). A gestire la parte tecnica degli affari di Kharroubi era Cristina Roina 43 anni, commercialista appunto che teneva la contabilità delle attività commerciali del tunisino e dei  complici. É accusata di aver mascherato gli illeciti tributari e di aver prodotto le fatture per operazioni inesistenti, ma gli investigatori sono convinti che fosse all’oscuro della destinazione ultima del denaro, cioè il gruppo armato Al Nusra. Secondo Kharroubi solo loro sono «I mujahiddin, i ribelli che contano che sono pronti al martirio». Secondo il procuratore antiterrorismo dell’Aquila, Michele Renzo, la cellula terroristica era un punto di passaggio e una centrale operativa nello stesso tempo perché la struttura e qualsiasi punto nevralgico sono punti di arrivo e di partenza di focolai di radicalismo. Kharroubi e i suoi interlocutori non spostano armi non progettano attentanti, ma gioiscono di fronte a quelli commessi in Europa e conoscono come funziona il mercato nero delle armi, hanno contatti con i fabbricanti di razzi terra-terra.  Servono 5 mila dollari per fare entrare qualcuno sul teatro di guerra siriano dice il commerciante tunisino ed è per questo che servono i soldi e che l’inchiesta della procura dell’Aquila  è un colpo durissimo all’organizzazione.
Nell’indagine sono finiti anche i prestanome di Kharroubi, tra i quali la stessa moglie, Nicoletta Piombino 52 anni, e i suoi soci, Sabeur Ben Kalifa Jebril 41 anni e Sofiene Ben Khalifa Jebril 40 anni entrambi nati in Tunisia, ma residenti a Torino.

Sistema delle scatole cinesi: Tramite alcune società operanti nel settore della rifinitura edilizia e nel commercio di tappeti, formalmente intestate a prestanome, ma di fatto gestite da un unico soggetto, capo indiscusso del gruppo, sono stati creati numerosi artifizi contabili per distrarre ingenti somme di denaro dalle società, spiega la magistratura abruzzese. Quei soldi finirebbero in parte all’estero e in parte in Italia per sostenere l’attività di imam radicali. I soldi venivano portati a mano da corrieri di fiducia, un sistema che in arabo si chiama hawala basato sull’onore e sulla fiducia.

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