Santuari Marini in Alto mare, un rimedio contro la Zuppa di Plastica

I Santuari marini, aree completamente libere da ogni attività di sfruttamento umano, sono  strumenti in grado di proteggere habitat e specie chiave soprattutto permettono il recupero e favoriscono l’adattamento ai cambiamenti ambientali.

Almeno il 30% degli oceani andrebbe protetto entro il 2030, a chiederlo è la comunità scientifica internazionale che, per salvare le acque, propone un antidoto all’inquinamento sopratutto da plastica: le aree d’Alto mare. Ossia le acque internazionali che sono fuori dalla giurisdizione degli  Stati costieri, costituiscono un enorme patrimonio globale e rappresentano circa il 61% della superficie degli oceani e il 73% del loro volume e ricoprono il 43% della superficie del Pianeta.

L’Alto mare è estremamente ricco di vita marina e di ecosistemi ed è essenziale per un sano funzionamento del nostro Pianeta, ma è minacciato da molteplici fattori di stress causati dall’uomo che nel Mediterraneo ha portato ad una situazione allarmante per la plastica.

Ad oggi le leggi che regolano le attività  d’Alto mare sono deboli o mancanti, senza giurisdizione  sono lasciate in balia dell’interesse di pochi stati ricchi e potenti. Oggi ci troviamo di fronte ad una opportunità unica per tutelare i nostri oceani: Nel 2018 sono partiti i negoziati per un Accordo globale che dovrebbe stabilire precisi strumenti per la tutela della vita marina e habitat al di fuori delle giurisdizioni nazionali che si concluderanno nel 2020. Per così definire un sistema che permetta di sviluppare una rete di santuari oceanici in alto mare, riformandone le regole di gestione per tutelare un patrimonio comune dell’umanità.

Greenpeace ha pubblicato il Rapporto 30×30: A Blueprint For Ocean Protection realizzato da un gruppo di ricercatori guidati da un team dell’università di York, nel Regno Unito, che mostra come sia possibile progettare una rete di aree protette d’Alto mare su scala planetaria partendo dalle informazioni disponibili.