Maxi sequestro da 5 milioni eseguito dalla Guardia di Finanza alla Accord Phoenix

Sotto la lente d’ingrandimento degli investigatori della Guardia di finanza dell’Aquila, coordinati dal sostituto procuratore della Repubblica David Mancini, è finita una società aquilana, la Accord phoenix, che ricava materie prime dal trattamento dei rifiuti elettronici. I 3 responsabili della società per azioni sono accusati d’indebita percezione di contributi statali (art. 316ter codice penale) e dopo il sequestro delle Fiamme gialle la multinazionale annuncia di lasciare l’Italia.

Aggiornamento

Già a marzo lo stabilimento dell’azienda che tratta e smaltisce i rifiuti elettrici (Raee) ha cessato di produrre nell’area del Tecnopolo d’Abruzzo (Boschetto di Pile) perché la concessionaria dello spazio pubblico occupato dalla Accord, nella sede dell’ex polo elettrico aquilano, ha staccato l’energia elettrica per mancati pagamenti dei servizi legati all’housing e all’energia elettrica.

Le indagini della Gdf hanno accertato poi che l’azienda non disporrebbe dei requisiti, dichiarati, per l’accesso ai finanziamenti pubblici previsti per il sostegno delle attività produttive stanziati a seguito del sisma del 6 aprile 2009. Gli investigatori hanno scrupolosamente ricostruito e quantificato i beni e le disponibilità finanziarie degli indagati. Così è scattato il sequestro, per l’equivalente, di conti correnti, partecipazioni, immobili e macchinari della società e di conti e titoli intestati ai 3 dirigenti  per un valore di 4 milioni 842 mila euro, pari alla somma dei fondi (Sal) già percepiti.

Secondo gli inquirenti i responsabili dell’azienda Accord phoenix hanno attestato di possedere i requisiti minimi d’innovazione tecnologica e di durevole capacità economica previsti dal bando dell’Agenzia nazionale per gli investimenti e lo sviluppo d’impresa (Invitalia) riuscendo ad ottenere un contributo, a fondo perduto, per un importo complessivo di 10 milioni 725 mila euro, percepito in quote collegate agli stati di avanzamento lavori, per la realizzazione di un progetto del valore economico di oltre 35 milioni di euro per lo smaltimento dei rifiuti elettrici ed elettronici. Requisiti che per gli investigatori mancano, l’azienda non disporrebbe del necessario know how per il trattamento rifiuti, sarebbe carente di un’adeguata organizzazione e di macchinari ad alta innovazione tecnologica. L’impresa risulta inoltre inadempiente alle disposizioni in materia di tutela e sicurezza del lavoro.

Storico. Il 7 maggio il tribunale aveva chiuso un’altra vicenda giudiziaria legata agli scarti di materiale elettronico trattato dalla ditta, l’accusa di stoccare rifiuti pericolosi e non, per 105 mila chilogrammi del dicembre 2016, quando le fiamme gialle avevano posto i sigilli all’area produttiva dello stabilimento.