Venerdì Santo. Un Ricordo di Armida Miserere

Sembra ieri, ma in realtà sono trascorsi 16 anni dalla scomparsa di Armida Miserere, direttrice di diversi istituti di pena morta suicida nel suo alloggio di servizio del super carcere di Sulmona, nella notte tra Venerdì e Sabato Santo (19 aprile 2003).

A ricordare il triste anniversario di una delle prime donne al comando di un istituto di pena è Mauro Nardella, poliziotto della Penitenziaria e sindacalista. “Per molti detenuti altro non era che la  fimmina bestia, ma che per noi seguaci di San Basilide rappresentava quanto di meglio si potesse avere come guida professionale nonché spirituale – ricorda il basco blu che – Le indagini portarono subito alla conclusione che era un suicidio quello che si era compiuto la sera di venerdì Santo, giorno della processione del Cristo morto a Sulmona attraversa le vie del centro con un possente coro che intona il più noto dei 7 salmi penitenziali: il Miserere. Di lei ci resterà il ricordo di una grande leader e impavida  condottiera. Armida Miserere non ci lasciava mai soli e, sempre pronta a prestarci il suo aiuto nei momenti di difficoltà, non esitava ad impegnare il suo pochissimo tempo libero per noi. Di lei mi resteranno in mente  tantissimi ricordi. Molti di essi li custodisco gelosamente come tesori. Uno su tutti quello che successivamente capii essere più che una raccomandazione una consegna. Avvenne quando, 15 giorni prima del tragico evento, mi chiamò e mi disse di recarmi nel suo ufficio. Nel momento in cui mi presentai al suo cospetto mi fece accomodare e col piglio di una sorella maggiore, più che di un direttore di carcere, fece un excursus sul mio agire sindacale soffermandosi soprattutto sul mio modo di comunicare alla gente, attraverso i tanti comunicati stampa che scrivevo, ciò che accade in un carcere. Le sue parole sono una eredità che porterò sempre con me: “Mauro mi hai rotto parecchie volte le scatole. Ti prego però non cambiare, resta quello che sei”.

Armida su Sulmona. Prima di morire, il direttore del carcere di Sulmona (Aq) scrisse una lettera dai toni forti e impressionanti, la missiva svela il lato intimo e commovente di una donna che mascherava la sua dolcezza dietro un volto da dura integerrima. “Mi sento più sola oggi, qui a Sulmona, in mezzo a queste montagne dove il vento soffia sempre, l’aria è gelida e i detenuti sanno solo lamentarsi e scrivere alle Procure. La mia unica compagnia sono i miei cani, Leon e Luna. Io mi identifico spesso con gli uomini; quando cammino, dicono, incuto timore, fumo Super senza filtro, metto la mimetica militare. Ho 41 anni, sono sempre stata così, e morirò così, e non chiamatemi direttrice che mi manda su tutte le furie, io sono il direttore e basta”.

 

Nicola Trifuoggi

Le verità nascoste parla Trifuoggi. Il 14 giugno 2013 a trarre le conclusioni del convegno Vivere e morire in carcere è Nicola Trifuoggi, già procuratore della Repubblica di Pescara, 45 anni in magistratura, con funzione requirente dal 1967 e Pubblico ministero. Trifuoggi riassume la questione del malessere in carcere tra la popolazione carceraria, in Italia, che conta un numero di suicidi 20 volte superiore rispetto al dato rilevato tra la popolazione. Per la Polizia penitenziaria che in carcere lavora e non deve espiare alcuna colpa il numero di suicidi purtroppo è il doppio rispetto a quello censito in qualsiasi altra organizzazione militare. “La morte di Armida non c’entra niente con questo” nel suo intervento sul tema l’ex pm accenna alla grande direttrice di carcere. Il riferimento al Colonnello di via Lamaccio potrebbe legarsi proprio al fatto che Armida Miserere, fino al 19 aprile 2003, aveva diretto il carcere di Sulmona (Aq).  Sono trascorsi 10 anni (articolo pubblicato nel 2013) e l’ombra del dubbio insiste sul suicidio della direttrice: “É stata vittima, volontaria o meno, di un gioco più grande di lei, perché lei lo potesse reggere. Omaggio alla sua persona”. L’ex pm riprende, in una sala zittita le conclusioni sul disagio in carcere, oggetto del seminario in corso, e indica le alternative alle soluzioni profilate dalla dissennata politica penitenziaria che ondeggia tra proposte fantascientifiche e soluzioni inefficaci.

“In carcere si può e si deve vivere. Di carcere non si deve morire” intervistato Trifuoggi torna ancora alla storia della Miserere: “Legga Processo allo Stato di Maurizio Torrealta, si parla della trattativa Stato-mafia”. Un invito, quello del procuratore che sembra sollevare uno scenario inquietante sulla scomparsa della funzionaria. La direttrice aveva cercato giustizia dopo la morte del suo compagno, Umberto Mormile (educatore carcerario, ucciso a Milano in un agguato di camorra nel 1990) perché aveva dei sospetti e informò la magistratura inquirente. Le sue indicazioni vennero poi confermate dai fatti. Undici anni dopo la morte di Mormile, i responsabili furono individuati in riferimento a un maxi processo contro ndrangheta e camorra a Milano, per il rinvio a giudizio, fissato a maggio in Prima Corte d’assise, ma Armida era morta da un mese.

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