Prove tecniche di Coesione per un Ospedale di Primo livello, ma a Sulmona si chiede Qualità

L’ospedale di Sulmona (Aq) deve tornare ad essere una struttura sanitaria di qualità se vuole risalire la china come punto di riferimento delle aree interne, altrimenti sarà sempre peggio. É questo un passaggio sottinteso alla delibera approvata all’unanimità dal consiglio comunale ovidiano. Amministratori e parlamentari abruzzesi, inclusa l’Azienda sanitaria locale, sono chiamati ad attivarsi per il Punto nascita Peligno, attraverso deroga e modifica al decreto Lorenzin, (70/2015), con la necessaria promozione dell’ospedale di viale Mazzini a struttura sanitaria di primo livello. E, c’è sempre un ma, la condizione è che si faccia rete puntando alla qualità dei servizi sanitari locali. Solo così sarà superabile ogni divisione.

Le sole rivendicazioni non servono, continuare ad imputare la colpa dello sfacelo sempre agli altri è deleterio ed allora bisogna cambiare registro e cominciare a formare una intelligenza collettiva che non si attivi però solo in campagna elettorale. Perché se il problema non si risolve le cose sono due: o non si è capaci o la questione fa comodo sulla strada che porta alle urne.

Il primo livello per il nosocomio sulmonese fa il paio con la coesione dei territori, un Unicum che è mancato e manca ancora nelle aree interne. In breve bisogna rimboccarsi le maniche per una sanità che sia propria e rispondente a tutti i bisogni delle comunità del Centro Abruzzo, mettendo in rete i presidi sanitari satelliti con quello di frontiera, Sulmona. “Da organizzare insieme! Dobbiamo recuperare una strategia” così il presidente della Provincia dell’Aquila Angelo Caruso oggi al consiglio comunale. Chiusura, eventualità che sta diventando reale da quando il Comitato percorso nascite ha negato la deroga alla chiusura del presidio neonatale Peligno dubitando di una serie di fattori che si dava per scontata nella conca e che rassicurava sulla sopravvivenza del Punto nascita.

Così politici e amministratori hanno preferito accontentarsi senza mai insistere sul diritto, su ciò di cui la comunità dell’entroterra ha davvero bisogno. In aula, interviene il consigliere regionale Maurizio Di Nicola in assenza e per conto dell’assessore della sanità Silvio Paolucci. Senza fascia per protesta Guido Angelilli, sindaco di Pacentro stanco delle divisioni che spengono il Centro Abruzzo e che ritenendo necessaria una strategia unitaria, ripropone una giunta del territorio. Continua a puntare il dito la senatrice Gabriella Di Girolamo, la colpa è della Regione, è la vera responsabile dello sfacelo sanitario delle aree interne e solo l’ente regionale può cambiare le cose. Ultima ad intervenire è Annamaria Casini, sindaco di Sulmona, che fa appello alla coesione. Manca all’appello però l’ex assessore regionale alle aree interne, Andrea Gerosolimo, comunque consigliere regionale eletto dal Centro Abruzzo.

Punto nascite gruppo Io aspetto 2010 a tutela del presidio della mamme
Gruppo Io Aspetto manifesta dinanzi l’ospedale di Sulmona il 2010. Da destra verso sinistra Rosanna Sebastiani, Giuliana già caposala Pediatria, Maria Trozzi giornalista e attivista

Punto nascita sempre in bilico, dalla giunta Chiodi a D’Alfonso nessun passo in avanti e il pericolo di chiusura si ripropone puntualmente con l’approssimarsi della campagna elettorale poi, di Punto in bianco, tutto si spegne. Nel 2011, ad amministrare la regione era il centro destra, giunta Chiodi, e già d’allora il Punto nascita era minacciato. Così con Cgil e il comitato Io aspetto una nutrita rappresentanza di donne del territorio ed infermiere difendevano il Punto nascita manifestando di fronte gli ospedali di viale Mazzini e di Castel di Sangro (Aq) e promuovendo, in tutto il comprensorio Sangrino-Peligno, iniziative di sensibilizzazione e ordini del giorno nei consigli comunali a difesa del presidio ovidiano. “Professionalità e servizi dovrebbero completarsi e non sovrapporsi a quelli dei nosocomi vicini, dall’infermiere al medico allo specialista si dovrebbe garantire la possibilità di lavorare sempre e bene per le aree interne, per garantire il diritto alla salute delle nostre comunità affinché i servizi siano vicini al malato, facilmente e velocemente accessibili da un’estremità all’altra della provincia dell’Aquila – dichiara Alberto Di Giandomenico del Movimento Italica tra i manifestanti che occuparono la sala consiliare nel 2015 per salvare il Punto nascita peligno. Fu lui a consegnare un tapiro al commissario ad acta, Luciano D’Alfonso, che decretò la fine del Punto nascita cassandolo a febbraio 2015 (decreto), assieme a quelli di Penne (Pe), Atri (Te) e Ortona (Ch).

Tre anni di completo immobilismo, dal punto di vista politico e amministrativo, hanno bruciato la fiducia data all’ospedale di Sulmona e la possibilità di mantenere il Punto nascita. Nessuno ha avviato quella fase di miglioramento, nemmeno si è provato ad abbozzare una strategia per rafforzare e aggiungere al presidio altri servizi sanitari, salvaguardando l’esistente, combattendo per implementare l’organico del personale medico e paramedico e attirando l’utenza con proposte e innovazione. “Non si tratta di addossare le colpe, si tratta di dire la verità che disturba questa gente che cambia idea giorno per giorno – aggiunge Di Giandomenico – A parte questo ora si deve puntare ad un ospedale di Primo livello e non sarà questa amministrazione regionale a cambiare le cose. Dovremmo dunque aspettare quella nuova”. Invece di spingere per ottenere miglioramenti gli amministratori locali e regionali hanno preferito accettare la riduzione ad ospedale di base, su questo in sala consiliare sono tutti d’accordo.

Intervento in aula di Cgil, Cisl e Uil

Il parere dell’Agenas del 2015 ha avuto un effetto cloroformio, si contava sul non fare per il presidio credendo che bastasse fermarsi. In prima linea solo alcuni sindacalisti ad insistere per risolvere i problemi dei servizi sanitari quotidianamente sottratti alle aree interne, di un ospedale ridotto all’osso con un edificio nuovo, pronto tra un mese (il primo antisismico in Abruzzo), ma vuoto. Rappresentanze dei lavoratori alle prese con la precarietà dei dipendenti della Asl della provincia dell’aquila e turnover massacranti: “Con la metodologia della precarietà non avremmo mai un’assistenza sanitaria di qualità o quanto meno stabile o sufficientemente idonea per un sevizio sanitario attrattivo – chiarisce Caruso che richiama all’unità delle aree interne – Tutte le problematiche oggi rappresentate scontano un difetto di strategia aziendale. E questo dipende da noi.. che possiamo fare noi tutti insieme. Se c’è un gap che questo territorio accusa nell’ambito delle problematiche sanitarie, prima di ogni altra cosa, deve essere affrontato al tavolo della direzione generale della Asl perché il problema di Sulmona non sia solo di Sulmona, ma sia della Asl dell’Aquila. Perché questo noi paghiamo. Mancano i mezzi? Si chiude” questo è il meccanismo innescato. La solidarietà tra i territori è la chiave per evitare l’ulteriore privazione di servizi sanitari. E poi la direzione obbligata, per ottenere le cure che mancano in valle, porta a Chieti e non all’Aquila. Miopia per chi ancora non se ne rende conto. “Noi dobbiamo pretendere che i confini siano presidiati, rinforzati e sviluppati con una strategia” e il presidente della provincia fa appello all’unità e alla difesa della bandiera superando ogni genere di divisione.

All’origine del problema. C’era una volta il Commissario ad acta pro-tempore Gianni Chiodi che definì l’organizzazione e il funzionamento della rete dell’emergenza-urgenza dell’Abruzzo nel nuovo sistema regionale di assistenza sanitaria, era il 20 febbraio 2013. La rete ospedaliera dell’emergenza – urgenza prevedeva i presidi ospedalieri sedi di Dea (Dipartimento d’emergenza e accettazione) di primo livello nei soli 4 capoluoghi di provincia, escludendo i presidi di Avezzano, Lanciano, Vasto e Sulmona. La decisione è stata confermata nel Dca (Decreto commissario ad acta) 84 del 9 ottobre 2013. Tre anni dopo la scelta è stata modificata dal Piano di riqualificazione del sistema sanitario abruzzese approvato con Dca 55 del 10 giugno 2016 dal commissario ad acta Luciano D’Alfonso, ai tempi presidente della Regione che ha aggiunto ai presidi ospedalieri – Dea di primo livello – dei 4 capoluoghi di provincia, anche quello di Avezzano (Aq) e per la provincia di Chieti anche Lanciano e Vasto (Ch), derogando al disposto del decreto Lorenzin che prevede, per i presidi ospedalieri – Dea di primo livello – un bacino di utenza di almeno 150 mila abitanti ed escludendo Sulmona.

La deroga per la Provincia di Chieti è giustificata da una popolazione di 390 mila abitanti mentre per poter istituire 3 ospedali Dea di I livello (Chieti, Lanciano e Vasto), la provincia avrebbe dovuto avere 450 mila abitanti. Non si è voluto invece derogare per l’ospedale di Sulmona che offre servizi ospedalieri in un territorio difficile soprattutto considerando i dati demografici, morfologici, economici e ambientali. Il fatto che si tratti dell’area più svantaggiata e critica della Regione non è un dato e non interessa, politicamente parlando.

Il mantenimento dell’ospedale Dea di I livello serve ad evitare il peggioramento della qualità della vita ed il progressivo spopolamento in atto nei territori interni. Il comprensorio Peligno Sangrino così diventa marginale ed è isolato dal contesto regionale. Il declassamento e il depotenziamento dell’ospedale di Sulmona comporta:

· 6 Unità Operative Complesse in meno (Neurologia, Ostetricia e Ginecologia, Anestesia e Rianimazione, Urologia, Radiologia e Direzione Sanitaria) con la conseguenza che non saranno più dirette da personale altamente qualificato;
· 7 Servizi in meno (Ematologia, Malattie endocrine, Nefrologia, Allergologia, Diagnostica vascolare e Angiologia, Laparoscopia chirurgica e Terapia fisica);
· 6 posti letto in meno da 166 della dotazione attuale a 160 della riorganizzazione.

Di fronte alla spoliazione tutte le forze che sostengono che il Centro Abruzzo ha diritto ad un futuro migliore devono far fronte comune per sostenere con forza che l’Ospedale di Sulmona deve rimanere sede di Dea di I livello derogando dal Decreto Lorenzin come è stato fatto per la Provincia di Chieti, tralasciando ipotesi di ampliamento del Bacino di utenza che prevedono l’inclusione dei comuni del versante Nord della Maiella che si trovano nel Chietino e nel Pescarese, in quanto da un lato è irragionevole credere che i residenti in tali comuni, che per arrivare a Sulmona devono passare per Scafa (Pe), non preferiscano andare a Chieti o a Pescara e dall’altro lato l’inclusione di questi residenti non farebbe comunque arrivare il bacino di utenza a 150 mila abitanti.

E per concludere, Sulmona da Polo di attrazione ad area intermedia. Incomprensibile, per non dire altro, la scelta del Dipartimento per lo Sviluppo economico di escludere Sulmona dalla classificazione delle Aree interne del 2014. Diversamente dalla classificazione del 2012, due anni dopo ha individuato come Poli di attrazione, centri di offerta dei servizi sanitari, scolastici e dei trasporti, i 4 capoluoghi più Avezzano, Giulianova, il Polo intercomunale Atri, Roseto, Pineto e Silvi (Te). Per essere tali però le città avrebbero dovuto disporre di un ospedale Dea di I livello.

Due sono le cose, se il dipartimento ha tenuto conto dei servizi sanitari del tempo, funzionanti nella Regione, avrebbe dovuto considerare come Poli anche Sulmona, Lanciano e Vasto (Ch). Diversamente, se avesse preso in considerazione la delibera del commissario ad acta n.11 del 20.02.13 il dipartimento avrebbe dovuto escludere anche Giulianova e il Polo intercomunale Atri-Roseto-Pineto (Te).

mariatrozzi77@gmail.com

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