Esplosione della condotta a Mutignano di Pineto: 18 tecnici a processo

Il processo è fissato a gennaio e sono stati rinviati a giudizio in 18. Gli imputati dovranno rispondere dell’accusa di disastro colposo per l’esplosione della condotta del metano del 6 marzo 2015 a Mutignano di Pineto (Te), tubo che misurava nemmeno la metà di quello del tratto Sulmona/Foligno che sta per essere autorizzato e attraverserà territori dei crateri sismici dei più recenti terremoti e aree a rischio sismico 1, il più alto, la prima è la valle Peligna che, tra le altre, è alle prese anche con la faglia del Morrone

Metanodotto esploso a Mutignano Report-age.com 2015

Così ha deciso il giudice per l’udienza preliminare (gup del tribunale di Teramo), Marco Procaccini, al termine dell’udienza preliminare per l’esplosione avvenuta in una giornata di maltempo. I 18 imputati sono tecnici ed amministrativi di Snam Rete Gas. Il 10 gennaio compariranno davanti ai giudici del collegio.

Sull’esplosione si raccontò di un traliccio dell’alta tensione caduto sul tubo che però avrebbe dovuto essere interrato, ma durante il sopralluogo che nei giorni successivi vide sul posto anche l’allora assessore regionale all’ambiente, Mario Mazzocca, non c’era l’ombra di residui di tralicci (vedi foto d’archivio).

L’esplosione del tubo nella frazione di Pineto, del metanodotto Ravenna-Chieti, sarebbe causata da una serie di inadempienze, per la procura, riferite ai lavori del 2010 disposti per eliminare la tensione sulla condotta, criticità registrata da 2 anni. Dal 2008, nel tratto successivamente esploso, il tubo si sarebbe sollevato di otre 25 cm, rispetto alla posizione misurata nel 2001. Stato di tensione probabilmente legato al terreno. La multinazionale avrebbe predisposto un piano di intervento messo in cantiere ad agosto 2010 eseguito, sembra, in modo non conforme a quanto previsto. Sarebbe mancato un sistema di drenaggio durante gli scavi estivi, in quella stagione non c’era acqua sui punti sensibili. Eppure le 2 deformazioni dell’infrastruttura erano evidenziate dal 2008 (una in corrispondenza del tratto esploso e l’altra in corrispondenza del tratto dove si verificò un cedimento del terreno il 6 marzo 2015). Le corde estensimetriche (che avrebbero garantito un monitoraggio sui movimenti del terreno) non sarebbero state disposte correttamente. Per i consulenti della procura sarebbe stata valutata in maniera sbagliata la natura della deformazione scoperta sul tratto che esplose.

La nota della Snam. “In merito alle decisioni assunte dal giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Teramo nel processo sull’evento verificatosi nel marzo del 2015 nella città di Pineto Snam è convinta dell’estraneità alle accuse dei propri colleghi. La società esprime fiducia nell’esito del procedimento e confida che venga accertata la correttezza delle attività poste in essere”.

A dover rispondere di disastro colposo sono il responsabile del distretto centro-orientale Alessandro Troiano, Sergio Busacca, Luca Schieppati, Daniele Gamba, Maurizio Zangrandi, Claudio Ghibaudo, Giampaolo Annoni, Vincenzo Vigo, Francesca Zanninotti, Valentino Pistone, Gianmario Giurlani, Elisabetta Paola Bonandrini, Roberto Cati, Benedetto Rigolini, Pasquale Iozzo, Angelo D’Ercole, Alberto Ausili e Lorenzo Razzi (tra le fonti Abruzzo Web).

In principio erano 21, con 3 posizioni inizialmente stralciate per difetto di notifica e poi archiviate 4 e lo stesso pm Scamurra in sede di udienza preliminare ha chiesto il non luogo a procedere per alcuni degli imputati dipendenti e professionisti legati a Snam.

Uscite le parti civile dal processo per l’accordo raggiunto dai residenti danneggiati dall’esplosione con la Snam.

Riflessione sui metanodotti di Leandro Bracco, consigliere regionale.”Al contrario di quanto asserito da più fonti, i metanodotti non risultano essere infrastrutture indenni da rischi e incidenti. Inoltre la stabilità delle aree ha profonde connessioni con la sicurezza delle condotte. Nei prossimi anni la nostra regione potrebbe essere interessata dalla realizzazione di diversi metanodotti: Larino-Chieti, Sulmona-Foligno e quelli connessi sia al progetto di sviluppo riguardante il lago di Bomba che per gli stoccaggi come ad esempio quello di San Martino sulla Marrucina. Tutte infrastrutture che, vagliando le istruttorie, sembrano possedere (per chi le autorizza) il dono dell’assoluta sicurezza. Proprio la vicenda di Mutignano di Pineto racconta invece un’altra storia e avrebbe dovuto sollecitare approfondimenti non solo più razionali, ma anche maggiormente obiettivi – prosegue il consigliere di Sinistra italiana – Per non parlare poi del metanodotto Foligno-Sulmona il quale attraversa aree ad altissimo rischio sismico. A queste circostanze si aggiunga che tali criticità sono state indicate e dettagliatamente citate dai molti Comuni i cui territori sono interessati dalle opere. Ciononostante nessuna soluzione è stata trovata al fine di garantire una sicurezza degna di questo nome. Alle istituzioni superiori tutto appare assolutamente scevro da rischi e i progetti sono stati ritenuti compatibili e il famigerato effetto domino è stato bellamente ignorato – conclude Bracco – Mi auguro che l’inferno in terra che il 6 marzo 2015 prese vita a Mutignano di Pineto funga da monito. Che le lingue di fuoco alte 50 metri, le abitazioni distrutte e rese inagibili e le persone ricoverate in ospedale possano essere solamente un fosco ricordo che non vada a ripetersi”.

Archivio

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