Dossier. Tra mafia dei boschi e della monnezza: l’Abruzzo

Non bastano una Commissione d’inchiesta parlamentare e una circolare ministeriale che limita la durata degli stoccaggi (con sanzioni ordinarie) per risolvere l’emergenza: 110 gli impianti di trattamento rifiuti a fuoco nel 2017, tra cui 7 discariche. A questi dati bisogna aggiungere altre 23 aziende bruciate sino a marzo 2018, data di chiusura del dossier di Angelo Bonelli e Claudia Mannino dei Verdi.

La commissione d’inchiesta ha messo in evidenza che la chiusura di oltre 600 imprese in Cina addette all’importazione di materiali plastici sta mettendo in crisi l’Italia. Si certifica l’esistenza di una strategia criminale sull’impiantistica di recupero dei rifiuti, ma nessuno al vertice si sforza di memorizzare le dinamiche dell’affare monnezza e le modalità d’azione, il destino già scritto per queste aziende legate a consorterie d’affari. Solo per fare un esempio, nessuno si preoccupa del fatto che spesso le aziende del settore recupero falliscono rendendo difficile l’individuazione dei responsabili per i danni ambientali che costano un prezzo altissimo solo alla comunità, sia in termini di bonifiche che di salute. In questi provvedimenti tampone non sono nemmeno coinvolti, stranamente, il ministero della Salute e le agenzie per l’ambiente. Intanto le aziende bruciano con i loro rifiuti speciali e non o pericolosi perché conviene incenerire e non trattare, mentre sempre più gente muore di cancro.

Avviare una indagine sui ripetuti incendi estendendola anche alle amministrazioni pubbliche che conferiscono nelle imprese di recupero (con gara o affidamento diretto), i rifiuti urbani. Questo chiedono i Verdi rivolgendosi al Procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho. Il fenomeno degli incendi di impianti di recupero rifiuti è esteso in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, spiegano Bonelli e Mannino che chiedono, tra l’altro, un aumento dei controlli a sorpresa e delle sanzioni pecuniarie nelle aziende di settore, una riforma del sistema concessioni e autorizzazioni e l’obbligo di videosorveglianza con termo-camere e controlli sugli impianti antincendio. Si sa, meno si tocca il rifiuto e più conviene, massimizzando i ricavi e annullando le spese con un incendio: la cenere non costa.

In Abruzzo, la situazione è grave. In quell’isola felice che un tempo era la regione verde d’Europa a dettare legge sono gli incendi dolosi. Se la criminalità colpisce sui monti si chiama mafia dei boschi. Il capo della Protezione civile calabrese, Carlo Tansi, in una intervista al quotidiano del Sud aggiunge delle riflessioni per gli incendi sulle alture, spesso devastate anche da microdiscariche: “É chiaro, grazie al lavoro delle procure, che esiste una vera e propria mafia dei boschi che controlla gli incendi per mettere le mani sul legname e rivenderlo come biomassa – aggiunge Tasi – Ad ogni incendio, entro un anno, corrisponde un’operazione di bonifica, fatta per legge. Vorrei ricordare che gli alberi bruciano alla base, il resto rimane intatto ed è ottimo come biomassa. Un terreno di decine di ettari, con alberi non fruttuosi, ma che per legge non puoi tagliare, rende diverse centinaia di migliaia di euro”.

Non solo mafia dei boschi, ma dei rifiuti per questa terra è una vera e propria guerra innescata . Otre le microdiscariche seminate qua e là anche in aree protette, senza andare troppo in là, si potrebbe ampliare il discorso alle biomasse, agli inceneritori e alla totale assenza di impianti che di conseguenza ingrossa le discariche autorizzate e rende evidenti le abusive.

Torniamo all’incendio doloso della discarica di Colle Sant’Antonio, in provincia di Chieti. Circa 5 mila m³ di rifiuti speciali e pericolosi sono andati in fumo nella notte tra sabato e domenica 28 giugno 2015. Discarica questa che ha una storia piuttosto simile all’immondezzaio di Santa Lucia, in via Mario Sclocco, in valle Peligna. Per questa vicenda il tribunale di Sulmona ha condannato al pagamento dei danni il vecchio titolare della piattaforma di rifiuti che però non ha un centesimo in tasca. Così, ai piedi di monte Morrone, è rimasto dal 2002 un immondo muro di pattume, ormai scoperto. Sono scomparsi da anni i teloni disposti per un intervento di capping della Pavind, i titolari della società erano i vecchi proprietari del terreno che, leggenda vuole fosse stato ceduto per un motorino, poi accolse la piattaforma. Quello dinanzi al muro di pattume è proprio monte Morrone che ad agosto 2017 fu praticamente nelle mani di incendiari senza scrupoli, per 20 giorni in fiamme. In questo territorio, ma a luglio 2014, si sviluppano 2 incendi in un impianto di recupero di pneumatici esausti. Azienda che nel 2012 era già passata sotto fuoco. E comunque per quelli più recenti, uno a distanza di 5 giorni dall’altro, il primo rogo divampò il 17 luglio 2014. La società titolare del sito era fallita nel 2011 e nel piazzale intanto si erano accumulati quintali e quintali, tonnellate e tonnellate, di gomme e di triturato. Ad andare in fiamme, inizialmente, è stato proprio il triturato di pneumatici, inservibile, che giaceva lì da anni, da smaltire. 

Ieri ci siamo affacciati sull’area dell’ex nucleo industriale al confine tra Pratola Peligna e Sulmona, nell’aquilano. A parte il cimitero degli elefanti, dove prima sorgevano fabbriche produttive e vivacemente inquinanti ora ci sono innumerevoli microdiscariche per ogni sito abbandonato o azienda fallita. Ai titolari dei negozi chiusi in centro storico, per le vetrine l’amministrazione si richiama al decoro e chiede di mantenere pulito, minacciando multe, ma dove il turista non vede cuore non duole. E la salute? Sul sito incendiato dell’ex Adria gomme è stata eseguita un’operazione di bonifica, 3 anni fa. Dopo 4 anni dagli incendi, torniamo sul luogo e tra teloni e sacchi cominciano a vedere che molto materiale è rimasto scoperto, all’aria aperta, dei mucchi sono rimasti all’ingresso della fabbrica, così come li avevamo lasciati nel 2014.

L’8 luglio 2015 il Comune di Pratola Peligna (Aq) fa sapere che si è conclusa la procedura di gara per il nuovo intervento di bonifica nel sito ex Adria gomme, il piazzale venne ridotto ad un cumulo di cenere e macerie con i 2 incendi e c’è il rishcio di inquinamento delle falde acquifere. Ad aggiudicarsi i lavori, per più di 30 mila euro, è la Pavind di Sulmona (Aq) che, a quanto pare, avrebbe bonificato le acque inquinate e ha provveduto alla copertura dei cumuli di materiali inquinati, con dei teloni verdognoli, cumuli rimasti all’aperto nel piazzale del fabbricato. La ditta di Sulmona si è aggiudicata il lavoro superando altre 5 imprese che hanno partecipato al bando e proponendo un ribasso del 1,33%. L’amministrazione De Crescentiis interviene per la bonifica dell’ex Adria anche prima con interventi per circa 100 mila euro.

Nel 2016 il Comune di Pratola Peligna (Aq) ottiene 120 mila euro dalla Regione Abruzzo a copertura di una parte delle spese sostenute per contenere i danni causati dagli incendi divampati nell’azienda Adria Gomme, di luglio 2014, che si sarebbe dovuta occupare di smaltimento di pneumatici esausti. Per la messa in sicurezza, durante i roghi l’amministrazione spese 136 mila euro e a questo va aggiunto i costo di spegnimento dell’incendio di 59 mila euro.