Indagini Acqua Gran Sasso: indagati i vertici dei Laboratori, Strada dei parchi e Ruzzo Reti

Teramo. Per gli sversamenti di sostanze inquinanti nell’acqua proveniente dalle falde del Gran Sasso la procura di Teramo firma l’avviso di conclusione delle indagini, partite un anno fa, iscrivendo nel registro degli indagati 10 persone al vertice dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), della società Strada dei parchi – che gestisce l’autostrada (A24 )- e della Ruzzo Reti competente per le strutture acquedottistiche del sito. L’accusa è inquinamento ambientale

Soddisfatti i movimenti ambientalisti che in questi anni hanno presentato diversi esposti sulla vicenda e che si organizzarono in Osservatorio indipendente per l’acqua del Gran Sasso appena dopo lemergenza di maggio 2017, quando fu vietato l’uso dell’acqua potabile in circa 32 Comuni abruzzesi perché in uscita non era conforme. Si tratta dell’acqua proveniente dalle sorgenti del Gran Sasso, captata dall’impianto gestito da Ruzzo reti, vicino alle gallerie autostradali e ai laboratori nazionali del Gran Sasso ideati, nel 1979, dall’allora presidente dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, Antonino Zichichi, scienziato di fama mondiale. Sulla chiusura delle indagini, annunciata già a luglio, l’Osservatorio indipendente sta valutando di costituirsi parte civile, nel procedimento giudiziario, per tutelare gli interessi ambientali e sociali della comunità interessata dal servizio idrico.

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Acqua dal Gran Sasso Foto Maria Trozzi

Avvisi di garanzia per il presidente dell’Infn, Fernando Ferroni e i vertici dei laboratori: il direttore Stefano Ragazzi, il responsabile del servizio ambiente Raffaele Adinolfi Falcone, il responsabile della divisione tecnica Dino Franciotti. L’avviso di garanzia ha raggiunto anche i vertici di Strada dei parchi: Lelio Scopa, presidente, l’amministratore delegato Cesare Ramadori, il direttore generale Igino Lai. Per la Ruzzo Reti avvisi di garanzia al presidente Antonio Forlini, al responsabile dell’Unità operativa di esercizio Ezio Napolitani e al responsabile del servizio acquedotto Maurizio Faragalli.

Nel capo di imputazione “..ciascuno tenendo nei rispettivi ambiti di competenza le condotte colpose di seguito specificate, abusivamente cagionavano o non impedivano ed, in ogni caso, contribuivano a cagionare o a non impedire un permanente pericolo d’inquinamento ambientale e, segnatamente, il pericolo di compromissione o deterioramento significativo e misurabile delle acque sotterranee del massiccio del Gran Sasso”. La procura contesta ai vertici dell’Infn di aver mantenuto in esercizio i laboratori dell’istituto di fisica nucleare senza verificare “un adeguato isolamento idraulico delle opere di captazione e convogliamento delle acque destinate ad uso idropotabile ricadenti nella struttura rispetto alle limitrofe potenziali fonti di contaminazione” e dunque senza attuare le misure “atte a scongiurare il rischio di contaminazione delle acque sotterranee” e di aver omesso di adottare “le misure necessarie per l’allontanamento della zona di rispetto delle sostanze pericolose detenute ed utilizzate nelle attività dei laboratori”.

I rappresentanti di Strada dei parchi, secondo l’accusa, avrebbero mantenuto in esercizio le gallerie autostradali, come si legge ancora nel capo di imputazione “senza verificare l’esistenza di un adeguato isolamento delle superfici dei tunnel autostradali e delle condutture di scarico a servizio delle gallerie rispetto alla circostante falda acquifera”. Per la procura, la società avrebbe omesso di attuare le misure, quali il completamento delle opere di impermeabilizzazione delle platee autostradali, necessarie a scongiurare il rischio di contaminazione della falda acquifera e quindi delle acque sotterranee. Ai vertici del Ruzzo, infine, viene contestato di non aver verificato se “vi fosse un adeguato isolamento delle opere di captazione e convogliamento delle acque sotterranee destinate ad uso idropotabile” ricadenti nelle strutture dei Laboratori e nei tunnel autostradali, “rispetto alle potenziali fonti di contaminazione” e di conseguenza di non aver attuato le relative misure atte a scongiurare il rischio di immissione in rete di acque contaminate.

Alla Ruzzo viene anche contestato di non aver assicurato “il mantenimento di adeguate condizioni igieniche e di efficienza delle strutture acquedottistiche” di non aver vigilato “sulla funzionalità dei sistemi di rilevazione precoce di eventuali contaminazioni”. A Ragazzi e Adinolfi Falcone viene contestato inoltre il reato di getto di cose pericolose per alcuni sversamenti di Cloroformio che risulterebbero dalle analisi dell’Agenzia regionale per la tutela ambientale (Arta) su alcuni campioni di acqua prelevati tra il 2016 e il 2017. Reato contestato anche a Scopa, Ramadori e Lai per lo sversamento di Toluene, così come da verifiche Arta eseguite su alcuni campioni d’acqua prelevati il 4 e 5 maggio 2017. “Contaminazione derivante dall’utilizzo di vernici nei lavori di rifacimento della segnaletica autostradale” si legge nel capo d’imputazione (Tra le fonti Ansa).


Avviso di conclusione delle indagini sullo sversamento di sostanze inquinanti Passo avanti verso la verità La priorità rimane la sicurezza

L’Osservatorio indipendente sull’acqua del Gran Sasso, promosso dalle associazioni Wwf, Legambiente, Mountain wilderness, Aeci, ProNatura, Cittadinanzattiva, Guardie ambientali d’Italia, Fiab, Cai, Italia nostra e Fai, apprende con soddisfazione della conclusione delle indagini da parte della procura di Teramo sull’incidente del 8/9 maggio 2017. Le indagini sembrano aver riguardato tutti gli aspetti e possono rappresentare un passo avanti importante verso l’accertamento della verità. Ovviamente si dovranno approfondire gli atti prodotti dalla Procura, ma alcune delle associazioni che costituiscono l’Osservatorio sono intenzionate a costituirsi parte civile nel procedimento. In particolare le associazioni ambientaliste, che fin dai primi anni 2000 seguono la vicenda della sicurezza dell’acquifero del Gran Sasso, sono intenzionate ad intervenire nel procedimento quali portatori di interesse per la tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini. Ma anche le associazioni dei consumatori vorranno far valere le loro ragioni, atteso che questa vicenda ha rappresentato un danno per tutta la cittadinanza. L’Osservatorio ribadisce che l’obiettivo resta la messa in sicurezza definitiva dell’acquifero che rifornisce centinaia di migliaia di persone. Le indagini della Procura serviranno a chiarire meglio la situazione e a meglio definire gli interventi da mettere in campo.


Le presunte interferenze tra Laboratori, autostrada e falda acquifera sono al centro dell’attenzione degli inquirenti ed è proprio per questo che è stato disposto anche il sequestro delle opere di captazione delle acque destinate all’immissione in acquedotto situate in corrispondenza dei laboratori. A firmare il provvedimento, chiesto dalla Procura di Teramo, è il giudice per le indagini preliminari Roberto Veneziano, con il sequestro operato nel primo pomeriggio dal Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri. Per il gip, si legge nel provvedimento “l’inibizione d’uso delle captazioni idropotabili interne ai laboratori comporterebbe una notevole riduzione del rischio di contaminazione diretta delle acque destinate al consumo umano ad opera delle sostanze inquinanti utilizzate”. Nello stesso provvedimento il gip sottolinea come residuerebbe “in assenza di una completa impermeabilizzazione delle superfici dei laboratori e di un adeguato isolamento delle relative condutture di scarico, il rischio di contaminazione sempre ad opera delle sostanze inquinanti impiegate nelle attività” dei laboratori della falda acquifera “che alimenta il sistema acquedottistico attraverso le captazioni poste al di sotto della pavimentazione autostradale”. Di conseguenza, proprio per limitare qualsiasi rischio, per il gip “appare necessario – fintantoché non sarà completata l’impermeabilizzazione delle superfici dei laboratori e messe in sicurezza le relative condutture di scarico – limitare quanto piu’ possibile l’utilizzo, e comunque la detenzione nei locali sotterranei dei Laboratori di sostanze contaminanti nonché garantire un monitoraggio continuo delle acque a scarico”.

Permanente pericolo inquinamento. Nata sulla potabilità, dopo gli episodi del 2016 e 2017 , l’inchiesta  sul sistema Gran Sasso  è stata avviata un anno fa e, come scrivono i magistrati nel capo di imputazione, avrebbe fatto emergere un “permanente pericolo di inquinamento ambientale e, segnatamente, il pericolo di compromissione o deterioramento significativo e misurabile delle acque sotterranee del massiccio del Gran Sasso”. L’inchiesta, affidata ad un pool di magistrati composta dai pm Stefano Giovagnoni, Greta Aloisi e Davide Rosati e coordinata dal procuratore capo Antonio Guerriero, aveva riunito due differenti fascicoli, con gli accertamenti affidati agli uomini del Noe,coordinati dal maggiore Antonio Spoletini, aperti entrambi dopo alcuni episodi di presunto inquinamento dell’acqua rilevati tra il 2016 e il 2017. L’ultimo a maggio dello scorso anno, quando fu dichiarata la non potabilita’, per 32 comuni del Teramano, dell’acqua proveniente dall’invaso del Gran Sasso. Una non potabilita’ durata appena 12 ore ma che gettò nel panico i cittadini. Da qui la decisione di riunire le indagini un’unica inchiesta, che ben presto si era concentrata sull’intero sistema Gran Sasso e su eventuali interferenze con i laboratori e le gallerie autostradali. Nel corso di questi mesi la Procura ha provveduto a numerose acquisizioni di atti, ad ascoltare diverse persone a partire dal presidente della Ruzzo Reti e i rappresentanti di Asl e Arta, che avevano effettuato le analisi in occasione dei presunti episodi di sversamento e all’affidamento di una perizia a tre consulenti. Perizia dalla quale sarebbero emerso numerose criticità.

Infn conferma fiducia alla magistratura. L’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) conferma piena fiducia nella magistratura in merito all’inchiesta sul pericolo di inquinamento delle acque del Gran Sasso che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di dieci persone, fra le quali il presidente e il direttore dell’Infn e i responsabili del Servizio Ambiente e della Divisione Tecnica dei Laboratori del Gran Sasso. Lo afferma lo stesso ente di ricerca in una nota. L’infn, si legge, “conferma la sua piena fiducia nel lavoro della magistratura, e il suo massimo impegno a collaborare, come fatto finora, affinchè l’accertamento della verità dei fatti si possa svolgere efficacemente e rapidamente, con la consapevolezza e l’assicurazione di aver sempre agito con onestà personale e correttezza istituzionale” (tra le fonti Ansa).


Consigliere regionale Riccardo Mercante (M5S). “L’indagine aperta sui vertici Infn e Strada dei Parchi è un passo avanti verso la sicurezza dei cittadini che abitano il territorio del Gran Sasso. L’indagine, che come sappiamo bene non è una sentenza di colpevolezza, pone comunque il faro degli organi preposti al controllo su una questione che dai banchi del consiglio regionale ho sempre denunciato con determinazione. Finalmente la sicurezza del territorio e dei cittadini che lo abitano è messa al primo posto”. Ad affermarlo è il consigliere regionale Riccardo Mercante del M5S. “Le misure di sicurezza in un punto così nevralgico dove coesistono, laboratorio, falda acquifera e autostrada dovrebbero essere eccellenti e costantemente monitoratea quanto risulta dagli atti, invece, potrebbe non essere così. Tanto che tra gli indagati risultano anche Strada dei Parchi e Ruzzo Reti, che secondo l’accusa avrebbero mantenuto in esercizio le gallerie autostradali, come si legge nel capo di imputazione “senza verificare l’esistenza di un adeguato isolamento delle superfici dei tunnel autostradali e delle condutture di scarico a servizio delle gallerie rispetto alla circostante falda acquifera”. Di conseguenza, sempre secondo la Procura, la società avrebbe omesso di attuare le misure, quali il completamento delle opere di impermeabilizzazione delle platee autostradali, necessarie a scongiurare il rischio di contaminazione della falda acquifera e quindi delle acque sotterranee. Siamo anche soddisfatti dell’interessamento del Ministero dell’Istruzione e della Ricerca che ha chiesto dei chiarimenti sui fatti all’Istituto di fisica Nucleare. “In regione Abruzzo” conclude Mercante “mi sono sempre battuto per stabilire un filo diretto e partecipativo tra le associazioni in difesa dell’acqua e di chi quotidianamente subisce le scelte della politica e le istituzioni regionali. Alla luce di questi nuovi risvolti credo che sia il momento per la maggioranza che guida questa regione di mantenere quanto promesso, ovvero, di predisporre un secondo appuntamento con le associazioni e i rappresentanti di comitati cittadini. Invito pertanto il presidente Pierpaolo Pietrucci a convocare quanto prima la commissione territorio. Un confronto costante è indispensabile per attuare scelte politiche che siano davvero nelle corde dei cittadini e non solo nell’interesse di pochi”.

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Chiuse le indagini sull’acqua del Gran Sasso non potabile, l’Osservatorio valuterà una costituzione in giudizio

Acqua del Gran Sasso Non Potabile, elenco dei comuni interessati