Gestione cinghiali. Wwf: L’Abruzzo cambi approccio: escludere selecontrollo e filiera trasformazione carni

Sulla gestione del cinghiale il Wwf chiede di cambiare approccio e di sganciare totalmente l’aspetto della gestione dei danni dall’attività di caccia. Per contenerne il numero degli ungulati l’associazione spiega perché è da escludere il selecontrollo e una filiera di trasformazione delle carni.

All’appello ecologista segue, nemmeno a dirlo, l’annuncio di un protocollo d’intesa che servirebbe a fronteggiare e contenere l’emergenza cinghiali da firmare il 27 settembre. L’assessore ai Parchi e alle riserve, Lorenzo Berardinetti, ha incontrato oggi i vertici dei parchi e delle riserve per le misure che la task force, per la gestione del cinghiale, adotterà. Berardinetti sottolinea la necessità “..di un coordinamento da parte di tutti gli enti interessati – eppure le associazioni ambientaliste si lamentano – Il problema esiste, è molto serio e va affrontato attraverso una gestione razionale e di controllo della popolazione di cinghiale con una strategia comune che si basi su interventi coordinati anche al fine di misurare gli effetti della specie sulla perdita di biodiversità – conclude l’assessore regionale – Siamo ormai in dirittura d’arrivo per la firma dell’intesa” (fonte Reg. Flash).

Cinghiale Foto Maria Trozzi Report-age.com 11.09.2014
Foto Maria Trozzi

“La bozza di protocollo d’intesa per la gestione e il contenimento del cinghiale (Sus scrofa) elaborata dalla Regione Abruzzo dimostra che, purtroppo, permane la volontà di non cambiare approccio al problema” in sostanza per il Wwf si perde tempo e s’impiegano male i fondi pubblici perché l’approccio seguito è completamente a-scientifico. “Si continuano ad anteporre gli aspetti emotivi e gli interessi rappresentati dal mondo venatorio a una seria valutazione dell’efficacia e dell’efficienza di quanto fatto fino ad oggi – spiega il Wwf – Ci si è limitati ad allargare modalità e periodi di caccia, senza considerare minimamente l’etologia della specie, le differenze stagionali, il clima, le relazioni all’interno delle popolazioni..”. Si procede dunque senza dati certi, confrontabili e validati, denunciano le associazioni ecologiste che li richiedono da decenni, mancano poi degli indicatori per monitorare l’efficacia degli interventi. In breve, si producono azioni inefficaci e deleterie dal punto di vista ecologico e della riduzione dei danni.

Il Wwf chiede che si parta invece da una valutazione oggettiva dei risultati delle politiche portate avanti in questi ultimi 10 anni in base alle quali si è sostanzialmente arrivati a consentire la caccia al cinghiale in tutti i periodi dell’anno e in tutto il territorio regionale, a esclusione delle aree naturali protette. “Vorremmo conoscere il numero di cinghiali abbattuti durante il periodo di caccia aperta e quello dei cinghiali abbattuti con il selecontrollo – e  l’associazione chiede quali verifiche siano state effettuate sulle attività di selecontrollo per accertarne l’efficacia e l’effettivo svolgimento. “Da segnalazioni che abbiamo ricevuto quelle che dovrebbero essere delle girate si trasformano sostanzialmente in vere e proprio braccate, deleterie, soprattutto in periodi di riproduzione, non solo per i cinghiali, ma per tutta la fauna che viene inseguita e spaventata da cani e spari. Vorremmo avere e confrontare con i dati prima ricordati:

  • quali e quante volte prima di intervenire con i fucili si siano effettivamente impiegate, sapendo dove e come, misure dissuasive non cruente (che andrebbero adottate prima degli abbattimenti);
  • i risultati delle catture portate avanti in varie parti della regione (anche all’interno di aree naturali protette), verificandone l’efficacia e l’applicabilità su altri territori.

É sotto gli occhi di tutti che risolvere il problema, attraverso le medesime strategie che lo hanno determinato (in sostanza l’attività venatoria), è un sistema del tutto fallimentare all’esterno delle aree naturali protette e lo sarebbe ancora di più al loro interno. “È fondamentale che la Regione proceda a sganciare totalmente l’aspetto della gestione dei danni dall’attività di caccia – spiega il Wwf – Dopo anni di politiche basate sugli abbattimenti si continuano a registrare problemi alle colture. Ci si deve quindi interrogare sulla reale efficacia di affrontare il problema attraverso lo strumento dei cacciatori che, dopo essere stati l’origine del problema, con l’introduzione in Abruzzo di cinghiali a scopo venatorio, vengono ora individuati come la soluzione nonostante siano i meno interessati a risolverlo essendo i primi beneficiari di questa situazione che ha consentito loro di andare a caccia anche in periodi in cui tale attività è vietata e che assicura, in molti casi, una fonte di reddito non secondaria.

Sganciare la gestione dei danni dall’attività venatoria è una necessità tanto più vera all’interno delle aree naturali protette, dove l’interesse primario da tutelare è la salvaguardia di specie e habitat, sottolinea l’associazione: ” Noi pensiamo che questa sfida possa e vada vinta, insieme e in tal senso, con spirito collaborativo, chiediamo di prendere a riferimento il decalogo che riportiamo qui di seguito. Chiediamo in tal senso all’Osservatorio regionale per la biodiversità di esprimersi sulle proposte e di assumere il coordinamento della stesura di un documento tecnico di indirizzo, in particolare per quanto di competenza diretta, coinvolgendo le Aree protette regionali e il mondo agricolo, affinché il cinghiale si trasformi da centro di conflittualità in un primo vero punto di incontro”.

DIECI PROPOSTE ALLA REGIONE

  1. All’interno delle aree naturali protette sono da porre in essere e favorire attività di ripristino e restauro degli equilibri naturali. Gli obiettivi e le modalità di intervento devono essere quindi diversi da quelli usati all’esterno delle stesse.
  2. Qualsiasi intervento sulle specie faunistiche (compreso il cinghiale) all’interno di aree naturali protette non può essere effettuato in assenza di un apposito Piano basato su dati certi con cognizione di numero, classi d’età e sesso dei capi da abbattere;

Il Piano deve:

a) individuare e caratterizzare aree omogenee;

b) definire densità obiettivo e indicare quanto si è lontano dall’equilibrio (numero, classi di età e sesso);

c) attivare riqualificazione del paesaggio agro-silvo-pastorale tradizionale;

d) prevedere mezzi di dissuasione e, in subordine, di cattura;

e) prevedere una diversificazione cuscinetto dei sistemi di prelievo venatorio ordinario;

f) prevedere azioni secondo criteri temporali e dimensionali omogenei rispetto a quanto fatto all’esterno delle aree naturali protette, al fine di evitare disparità di interventi per giunta mal coordinati con i periodi di caccia collettiva;

g) in caso di mancato raggiungimento delle densità obiettivo, prevedere che il sistema risarcitorio debba essere sostenuto dai responsabili del mancato raggiungimento degli obiettivi (anche per questo deve essere messo in piedi un sistema che in base a indicatori e monitoraggi possa evidenziare le inefficienze e gli interventi inefficaci);

Qualsiasi piano che riguardi la gestione del cinghiale all’interno di aree naturali protette deve partire dall’applicazione di sistemi definiti non cruenti:

  1. Nel caso di dimostrata inefficacia dei sistemi non cruenti si potrà procedere a interventi di cattura basati su studi puntuali con obiettivi predefiniti, effettivamente gestiti dietro il controllo dell’area naturale protetta e affidati agli agricoltori;

  2. qualora anche la cattura dovesse risultare non efficace, va comunque escluso il selecontrollo attraverso abbattimento di capi affidato ai cacciatori. Il selecontrollo deve essere gestito, quale forma residuale e puntuale, da personale dell’area naturale protetta e da operatori dei corpi di polizia;

  3. non sono pertanto ipotizzabili interventi di pronto intervento cinghiale all’interno delle aree naturali protette, poiché incompatibili con le finalità stesse delle aree e con una gestione della specie, ameno che tale forma di intervento non sia limitata a eccezionali casi puntuali per motivi di incolumità e sicurezza;

  4. gli interventi di gestione del cinghiale all’interno delle aree naturali protette, pur avendo diversi obiettivi e modalità di attuazione, devono sempre coordinarsi con i sistemi di gestione previsti nel restante territorio in relazione ai diversi istituti faunistici soggetti o meno al prelievo venatorio (attualmente questi non sono strutturati da poter essere considerati come efficaci e monitorabili o valutabili tramite indicatori di prestazione: continuare ad intervenire senza dati e in maniera scoordinata non può che aumentare il problema);

  5. in assenza di dati certi su numeri, consistenza e dinamiche di prelievo-obiettivo, un sistema di filiera di trasformazione delle carni di cinghiale rischia di essere un ulteriore elemento di perturbazione. Il soggetto chiamato ad investire per la creazione della filiera, volendo giustamente ammortizzare l’investimento fatto e mettere in funzione una attività remunerativa, richiederà un apporto di cinghiali costante (obiettivo di chi investe nella filiera non è ridurre il numero di cinghiali, ma averne un flusso costante);

  6. da ultimo, vanno ovviamente vietati interventi di sparo da automezzi o in periodo notturno all’interno di aree naturali protette poiché potenzialmente dannosi per le altre specie animali protette presenti e pertanto incompatibili con le finalità di conservazione delle aree protette.

mariatrozzi77@gmail.com