Premio Benedetto Croce: opere valutate anche col giudizio dei detenuti lettori

Pescasseroli (Aq). La novità di quest’anno è che al giudizio derivante dalla lettura dei testi hanno contribuito, tra gli altri, anche i detenuti del penitenziario ad alta sicurezza di Sulmona (Aq) per assegnare il Premio nazionale di cultura Benedetto Croce. Per il 2018 il premio alla memoria è stato dedicato a Rosario Villari, scomparso lo scorso anno.

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Bubola,Piccinni, Maraini, Valeriano, Serianni, La Cesa

Premio a Massimo Bubola con il libro Ballata senza nome edizioni Frassinelli (sezione narrativa). Un libro che narra uno scorcio della prima guerra mondiale, dove Maria Bergamas, la protagonista, si trova a scegliere fra 11 bare di soldati senza nome, quella che dovrà essere tumulata a Roma nel monumento al Milite ignoto, il simbolo di tutti i soldati italiani caduti durante la Grande Guerra. Bubola descrive quella guerra disastrosa e quel 28 ottobre 1921 ad Aquileia. Passando davanti ad ogni bara, le voci dei soldati raccontano la propria storia, sono le vicende di giovani uomini strappati alle loro famiglie, ai loro amori, ai loro lavori, contadini e cittadini, borghesi e proletari che parlano in latino, finiti a morire. Per il giornalismo letterario il premio è andato a Flavia Piccinni per il libro Bellissime edito da Fandango che denuncia e svela cosa si nasconde dietro ai glitter e ai sorrisi del mondo delle baby-miss. Un mondo fatto di casting lunghi, faticosi e stressanti, dove mamme e papà orgogliosamente, spingono i loro figli a diventare protagonisti di un mondo molto lontano dalla realtà. L’opera di Piccinni ha finalmente sollevato la questione con 3 interrogazioni parlamentari, ha suggerito un decreto legge e Fandangosta preparando un documentario cinematografico ispirato al testo. Per la saggistica il premio ad Annacarla Valeriano per il libro edito da Donzelli dal titolo Malacarne un saggio da cui riemergono le storie e i volti di migliaia di donne che nei manicomi, negli anni del regime fascista, hanno consumato le loro esistenze. Il manicomio come mezzo per medicalizzare e diagnosticare in tempo gli errori della fabbrica umana, attraverso l’eliminazione dalla società dei mediocri della salute. Nei manicomi finirono non solo le donne che si erano allontanate dalla norma, ma anche le più deboli e indifese, bambine abbandonate, ragazze vittime di violenza carnale, mogli e madri travolte dalla guerra e incapaci di superare gli smarrimenti. Un libro che ci fa anche riflettere sui pregiudizi da sradicare che ancora oggi alimentano l’idea che nelle donne esista una devianza femminile. Per scegliere i vincitori la giuria istituzionale, presieduta da  Natalino Irti, giurista e presidente dell’Istituto di studi storici di Napoli, si è avvalso del giudizio dei membri della giuria (la scrittrice Dacia Maraini, Costantino Felice, docente di storia economica, Nicola Mattoscio docente di economia, Alessandra Tarquini docente di Storia contemporanea, il professor Gianluigi Simonetti dell’Università dell’Aquila, il professor Luca Serianni dell’accademia dei Lincei e della Crusca) supportato dal giudizio derivante dalla lettura e dall’analisi dei testi, da parte di 24 giurie popolari, composte da 20 scuole superiori, 2 università della libera età, dalle associazioni del Comune di Pescasseroli oltre che agli ospiti del carcere ovidiano.

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