Al via le grandi manovre per le Regionali. Trasformismo al nastro di partenza

Pratica degenere per i saggi storici, il trasformismo non è mai passato di moda e in questo tempo vuoto e senza ideologia il fregolismo la fa da padrone. Ad imitare il grande sceneggiatore italiano, Leopoldo Fregoli, in politica sono moltissimi e in Abruzzo se ne abusa. 

Cambi di casacca è strage di coerenza e si perdono le tracce di alcuni politici, in origine convintamente di un’idea che, come per incanto, ora ritroviamo all’estremo opposto pronti ad affrontare lo stress dell’ennesima campagna elettorale, alle porte, perché a loro piace vincere facile. Siamo oltre la farsa per la corsa alla riconquista della fiducia dell’elettore già ingannato, imbrogliato e raggirato che non vede l’ora di ricevere un’altra singolare benedizione perché le elezioni fanno tornare qualche speranza, l’ultima a morire ma che va a braccetto con la stupidità di credere ancora alle promesse di certi trasformisti di professione che puntano solo al posto in prima fila. Una carriera che oscilla come un ago impazzito che disorienta dai punti cardinali del programma politico e dell’interesse collettivo, in una bussola del potere che segnala posizioni convenienti e convergenza di interessi circoscritti a cui aderire, ma senza appartenere ad alcun gruppo che a fatica ormai possiamo ancora definire partito. La politica regionale, specchio di quella nazionale, si è spenta alla ricerca di maggioranze occasionali e la differenza oramai non è nei contenuti, ma solo nei numeri prodotti dall’affabulatore più bravo. Numeri come quelli imposti per mantenere aperto un presidio sanitario, un servizio pubblico, un ufficio locale. Anche nel comprensorio Peligno il trasformismo è una scuola di vita che riesce ancora ad attrarre anche con la fascinazione delle liste civiche, l’incanto della stabilità di governo, una chimera, perché l’impegno è solo per se stessi. Vince chi è più bravo a nascondere meglio la propria ambizione personale dietro le promesse  e le mille scuse per non aver potuto fare ciò che andava fatto e che magicamente si risolve durante la campagna elettorale e appena prima dello spoglio delle schede. É lo stesso affanno che quasi un secolo e mezzo fa, in assenza di partiti veri, spingeva Agostino Depretis al discorso di Stradella (8 ottobre 1882). L’effetto è un carro dei vincitori occasionali che nemmeno si può prendere d’assalto perché ha già le ruote a terra.

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