Armida Miserere: sono 15 anni dalla morte

Sono trascorsi 15 anni dalla morte di Armida Miserere una delle prime donne alla guida di alcuni istituti di pena italiani. Il Colonnello la chiamavano, al suo passaggio e con la sua capacità organizzativa faceva funzionare a perfezione l’impossibile. Proprio oggi un sindacato di agenti di Polizia Penitenziaria denuncia ritardi nei  lavori per la realizzazione del nuovo padiglione che ospiterà altri 200 detenuti rispetto ai 410 già presenti nel carcere di alta sicurezza di via Lamaccio. Organico sottodimensionato vero, l’organizzazione per i diritti degli agenti impiegati nelle carceri interviene nei giorni di un importante anniversario. Altri non dimenticano e conservano nel cuore, non solo negli uffici del super carcere Peligno, alcune parole e alcuni oggetti di questo importante direttore.

Armida Miserere

Prima di morire, il 19 aprile, il direttore del carcere di Sulmona (Aq) scrisse una lettera dai toni forti e impressionanti, la missiva svela il lato intimo e commovente di una donna che mascherava la sua dolcezza dietro un volto da dura integerrima. Lucida, coraggiosa, sofferente si sentiva tradita negli ultimi giorni e le festività pasquali, lontano da casa e dagli amici cari, forse acuirono il senso di solitudine. Pesa come  un macigno la lettera che Miserere avrebbe scritto il giorno in cui si è tolta la vita sparandosi un colpo di pistola alla tempia. Ne riportiamo il  testo tratto da un articolo della giornalista Cristina Zagaria, pubblicato il 18 aprile 2013, autrice del libro Miserere, vita e morte di Armida Miserere servitrice dello Stato (edito Flaccovio Dario), con documenti inediti forniti dalla famiglia. Il testo è citato anche nel film dedicato ad Armida Miserere Come il vento, regia di Marco Simon Puccioni. “È venerdì Santo. Come Cristo anch’io affronto l’ultima mia via crucis. Sono stanca, troppo e la vita professionale, la stima, non sono sufficienti a riempire il troppo dolore che sempre mi accompagna né questo nuovo dolore pieno di rabbia, di nausea e di disprezzo. Non c’è più posto in me per l’amore, per la comprensione, per la saggezza, per la generosità. Mi resta un ultimo atto di coraggio che peserà come un macigno per chi mi ha tradita, offesa, venduta e rinnegata. Un atto di coraggio contro chi non è stato capace che di sole menzogne, ipocrisie e viltà. A lui, a loro la vergogna del mio sangue e di un dolore che li perseguiterà per sempre. Auguro morte e infamia, dolore e sofferenza a chi mi ha dato morte e dolore e sofferenza. Auguro la stessa angoscia che mi ha uccisa, auguro tutto il male del mondo… e quello che mi è stato dato è la certezza… che nessuno potrà mai dare. Auguro vite distrutte così come con tanta leggerezza è stato distrutto quel che resta della mia. Non mi perdono di aver creduto in un sogno. Non posso perdonare chi quel sogno ha distrutto”. Armida era figlia di un ufficiale della Marina militare, nata a Taranto e cresciuta tra i monti del Molise.

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Non più ad Armida Miserere, il piazzale del carcere intitolato alle Vittime del dovere

Nicola Trifuoggi

Le verità nascoste di Armida. Parla Trifuoggi. Il 14 giugno 2013 a trarre le conclusioni del convegno Vivere e morire in carcere è Nicola Trifuoggi, già procuratore della Repubblica di Pescara, 45 anni in magistratura, con funzione requirente dal 1967 e Pubblico ministero. Trifuoggi riassume la questione del malessere in carcere tra la popolazione carceraria, in Italia, che conta un numero di suicidi 20 volte superiore rispetto al dato rilevato tra la popolazione. Per la Polizia penitenziaria che in carcere lavora e non deve espiare alcuna colpa il numero di suicidi purtroppo è il doppio rispetto a quello censito in qualsiasi altra organizzazione militare. “La morte di Armida non c’entra niente con questo” nel suo intervento sul tema l’ex pm accenna ad una delle prime donne direttrici di carcere. Il riferimento al Colonnello di via Lamaccio potrebbe legarsi proprio al fatto che Armida Miserere, fino al 19 aprile 2003, aveva diretto il carcere di Sulmona (Aq).  Sono trascorsi 10 anni (articolo pubblicato nel 2013) e l’ombra del dubbio insiste sul suicidio della direttrice: “É stata vittima, volontaria o meno, di un gioco più grande di lei, perché lei lo potesse reggere – l’affermazione di Trifuoggi la dice lunga – Omaggio alla sua persona”. La sala è silenziosa, nessun battito di mani, nessun rumore. L’ex pm riprende allora le conclusioni sul disagio in carcere e indica le alternative alle soluzioni profilate dalla dissennata politica penitenziaria che ondeggia tra proposte fantascientifiche e soluzioni inefficaci.

“In carcere si può e si deve vivere. Di carcere non si deve morire” parlando direttamente con il procuratore  Trifuoggi torna un attimo alla direttrice del carcere di Sulmona: “Legga Processo allo Stato di Maurizio Torrealta, si parla della trattativa Stato-mafia”. Un invito, quello di Trifuoggi, che sembra sollevare uno scenario che tutti sospettano, inquietante sulla Misere. La direttrice aveva cercato giustizia dopo la morte del suo compagno, Umberto Mormile (educatore carcerario, ucciso a Milano in un agguato di camorra nel 1990) perché aveva dei sospetti sull’agguato e informò la magistratura inquirente. Le sue indicazioni vennero poi confermate dai fatti. Undici anni dopo la morte di Mormile, i responsabili furono individuati in riferimento a un maxiprocesso contro ‘ndrangheta e camorra a Milano, per il rinvio a giudizio, fissato a maggio in Prima Corte d’Assise, ma Armida era morta da un mese.

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