L’Inferno sulla centrale e il metanodotto Snam: incombe il Vallone Satanasso

Incidente 27.4.2011 Sorgente immagine Bergamo sera

Alluvioni, movimenti di terra e detriti dal vallone dell’inferno (tra Sulmona e Pescocostanzo – Aq) aggiungono rischi ai tanti che già pesano sulla valle Peligna per le faglie, l’inversione termica e per la costruzione della centrale di spinta del metano e la realizzazione del tracciato del Rete adriatica, tratto Sulmona-Foligno. Frazione del progetto che è in fase conclusiva di autorizzazione. Il Vallone dell’inferno ha una pessima fama purtroppo annebbiata dalle grinze del tempo. Giusto per rinfrescare la memoria proprio lì avvenne l’incidente del 27 aprile 2011 in cui morirono, in volo sull’area con un elicottero Elycompany, 2 persone, il pilota bergamasco Danilo Ricuperati, 31 anni, di Gazzaniga, e il tecnico modenese di 27 anni Matteo Franchini.

Aggiornamento 1 e 2

A mettere in luce un’altra inquietante fragilità del vallone Grascito, conosciuto anche come Vallone di Satanasso (o dell’inferno), è il geologo Clotilde Iavarone, presidente di Orsa Pro Natura Peligna, che ha ricostruito la storia dei dissesti e dei danni derivanti da questo canalone e ha approfondito, in una recente ricerca, lo stato dell’area in cui si collegheranno le condotte della multinazionale. É a dir poco drammatica la previsione dei rischi che si aggiungerebbero, a quelli già sopportati dalla popolazione Peligna, con la realizzazione del progetto Rete adriatica ossia del metanodotto di quasi 700 km. Il tutto servirebbe per trasportare dalla Puglia il gas azero, verso Nord, dicono, per rendere indipendente l’Italia dagli approvvigionamenti energetici russi, mail metano così trasportato verrebbe venduto all’Europa però in Italia la chiamano opera strategia. Il gas naturale sarebbe spinto dalla centrale di compressione di Case Pente di Sulmona, da poco autorizzata. L’opera è da realizzare in territori a massimo rischio sismico, zone protette, e aree a rischio idrogeologico. Il collegamento principale delle condotte è individuato ai piedi del vallone dell’Inferno che rigurgita quantità di fango e detriti tali d’aver creato in passato seri problemi, documentati anche nel ’94. A far tornare un po’ di memoria a vertici ed istituzioni oggi è l’associazione Orsa Pro Natura Peligna.

Vallone dell'Inferno o di Satanasso Sulmona Report-age.com 2018
Vallone dell’Inferno o di Satanasso

“I portavoce della Snam rete gas spa con comunicati e interviste si affannano a rassicurare istituzioni e cittadini sulla resistenza dei metanodotti agli scuotimenti causati dai terremoti dicendo che mai alcun metanodotto in Italia ha subito danni e causato esplosioni a causa di movimenti tellurici. Per altre cause esplosioni ci sono state – interviene la coordinatrice di Orsa Pro Natura Peligna – A causa di frane e movimenti di detriti causati da eventi meteoclimatici si contano esplosioni e incendi in numerose località come Montecilfone (Campobasso) nel 2004, a Tarsia (Cosenza) in prossimità della Centrale di compressione nel 2010, a Mutignano ( c/o Pineto – Teramo) nel 2015, e poi ancora a Tresana(Massa Carrara, Sciara -Palermo), Roncade (Treviso), Ponte Presale di Sestino (Arezzo) – continua la portavoce dell’associazione ambientalista – Cassandra direbbe con voce enfatica: anche a Sulmona, in località Casa Pente, ci sarà una esplosione di dimensione enorme a causa dell’effetto domino delle 4 canne parallele e della centrale di compressione e sarà causata da alluvioni, movimenti di terra e detriti provenienti dal Vallone Grascito. Noi ci atteniamo semplicemente alla statistica e all’esame di eventi effettivamente avvenuti. Il Vallone Grascito, alla cui base è previsto il collegamento delle 4 canne della centrale con i 2 metanodotti provenienti da Sud, era chiamato Vallone di Satanasso in un documento, reperito nell’archivio di Stato, del 27 giugno 1861. Si tratta di una delibera del Decurionato, ossia il consiglio Comunale prima dell’Unità d’Italia. In cui si decideva:

<…Ed il Collegio ha considerato: che lo stato e la situazione dell’attuale Campo Santo è realmente ed effettivamente tale da non potersi affatto, e sotto ogni rapporto, addirsi al proseguo della tumulazione dei Cadaveri, mentre quantunque il terreno non sia di natura acquoso e paludoso, pure tale si rende per l’effetto delle acque che scorrono lungo il Vallone di Satanasso, che infiltrandosi nelle viscere del terreno, massime nei tempi invernali, ne ristagnano>.

Gli storici attuali ricordano che il Vallone Grascito è chiamato Vallone dell’Inferno, e i toponimi non perdonano, proprio a causa dei movimenti di terra e alluvioni con trasporto di detriti che accadevano sovente a causa di piogge abbondanti – aggiunge la portavoce di Orsa Pro natura Peligna – É stata poi fatta da noi una ricerca presso l’archivio del progetto Avi del Gndci (Gruppo nazionale per la difesa dalle catastrofi idrogeologiche) del Cnr (Consiglio nazionale ricerche) di Perugia. Risulta nella scheda di censimento che nel febbraio 1994 il corso d’acqua Rio Aroto (scorre nell’attuale Vallone Grascito) ha causato <colata di detriti> per <evento meteoclomatico> causando< danni all’agricoltura e al patrimonio zootecnoco> < alle Infrastrutture (esistenti) e agli Insediamenti (presenti)>. Le notizie furono riportate sul quotidiano Il Centro. Gli agricoltori della località, a valle, di Vallone Grascito hanno memoria di un evento disastroso accaduto negli anni ‘60 quando, dicono, è calat lu vallon e riferiscono che, in occasione di piogge copiose e persistenti, si recavano tutti sul posto per controllare i loro mandorleti minacciati dal Vallone e dalle acque di rio Aroto, affluente del fiume Vella, ora canalizzato e interrato. Più volte la Confraternita della Santissima Trinità ha dovuto riparare i danneggiamenti alle tombe affidate alla sua gestione. Finora il Vallone di Satanasso ha danneggiato più volte le varie colture e il cimitero, ma non ha cambiato l’aspetto del luogo. In caso di esplosione del gas trasportato dalle 4 canne dal diametro di 120 cm ciascuna, a pressione 75 bar e metanodotti e Centrale adiacenti c’è da immaginare uno spettacolo apocalittico. A Mutignano, a causa di smottamento, l’esplosione del gasdotto di solo 60 cm di diametro ha causato la distruzione di una casa, di auto con incendio e vetrificazione di alberi e colture, fusione di sassi per un raggio di 150 metri” chiarisce la presidente di Orsa Pro Natura Peligna.

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