Decreto Forestale, il più grave attacco ai boschi dopo gli incendi

Un’interpretazione stravagante della green economy, per essere chiari è il più grave attacco ai boschi italiani dopo gli incendi dolosi che hanno devastato l’Italia la scorsa Estate. Non usano mezzi termini i 264 accademici italiani per criticare severamente, da Bolzano a Palermo, il contenuto del decreto che determinerebbe prevedibili danni economici, ecologici e sociali al patrimonio forestale e al paesaggio.

Petizione Isde

La ferma opposizione alla definizione del nuovo testo forestale non muove da interessi personali, diretti o indiretti, e si svolge in completa terzietà, tengono a precisare gli estensori dell’appello per fermare il provvedimento. Contestano con forza la revisione e l’armonizzazione della normativa nazionale in materia di foreste e filiere forestali (in attuazione dell’art. 5 della legge 28 luglio 2016, n. 154). “Nessuno di noi appartiene a un partito o movimento politico, né vi sono candidati o aderenti a particolari confessioni religiose o alla massoneria, né di qualsivoglia conflitto d’interessi. Chiediamo ai sostenitori del testo di decreto in itinere di dichiarare se si trovino nella medesima situazione” la premessa è di Giovanni Damiani, già direttore tecnico dell’Agenzia regionale per la tutela ambientale (Arta), impegnato con scienziati e accademici in questa nuova battaglia a difesa della Natura. Non manca il sostegno dei Medici per l’Ambiente (Isde) che hanno lanciato una petizione (qui), che in pochi giorni ha già raggiunto le 11 mila adesioni, per far sentire forte il No all’uso di boschi e foreste a fini energetici nelle centrali a biomasse, rivolgendosi anche al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella,  e stoppare l’iter del nuovo provvedimento ritenuto pericoloso per la salute per via della particolare composizione chimico-fisica delle emissioni delle centrali a biomasse.

Giovanni Damiani foto Maria Trozzi Report-age.com 21.10.2017
Giovanni Damiani foto Trozzi

La nuova disciplina va adeguatamente corretta eppure, in questi ultimi giorni, sono comparsi sui media anche comunicati a favore dell’approvazione del decreto legislativo. “Tra le argomentazioni utilizzate da chi si è pronunciato a favore, ad esempio l’Accademia dei Georgofili, ve ne sono molte sicuramente del tutto evasive delle critiche puntualmente sollevate, talune non corrispondenti al vero (ci sono state attribuite posizioni mai espresse e che non ci appartengono) e altre sicuramente sono prive di basi scientifiche e gravide di inaccettabili conseguenze negative – Damiani così rivolge al presidente del consiglio e al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l’appello affinché non venga adottato il decreto legislativo che modifica la disciplina nazionale in materia di foreste e filiere forestali. Accurate e puntuali le motivazioni per cui mondo accademico e istituzioni scientifiche ritengono che l’iter seguito dal progetto di legge e i suoi contenuti, nella sua forma attuale, non siano pubblicabili. 

Per l’iter procedurale il tecnico chiarisce che la nuova disciplina forestale non può essere approvata come un atto di ordinaria amministrazione e per di più da un governo in scadenza di mandato e senza passare per le Camere perché si tratta di “un provvedimento di tale vasta portata per l’assetto forestale del Paese e per le connesse e rilevantissime questioni legate alla tutela della biodiversità, alla questione climatica, all’assetto idrogeologico, al patrimonio genetico forestale, alla tutela del paesaggio, alle funzioni ecosistemiche dei boschi e delle foreste, agli impegni assunti in sede comunitaria ed internazionale sui cambiamenti climatici – inoltre – Senza alcuna motivazione, non sono state apportate le modifiche, serie ed argomentate, richieste in sede di dibattito nelle commissioni – soprattutto – L’iter del procedimento legislativo è assai contestato per i temi della trasparenza e della partecipazione. Dubbi severi sono sollevati, da fonti autorevoli, rispetto alla sua costituzionalità. Gli onorevoli che hanno sostenuto il decreto (Andrea Olivero, sottosegretario all’agricoltura, Ermete Realacci presidente della commissione Ambiente, Luca Sani, presidente della commissione agricoltura) non sono stati rieletti alle ultime consultazioni elettorali – Solo Enrico Borghi, presidente Uncem (Unione nazionale comuni, comunità ed enti montani) primo firmatario della bozza è stato ripescato alla camera dei deputati – Il decreto pertanto verrebbe ereditato comunque da forze politiche e da soggetti istituzionali che non solo non lo hanno condiviso, ma le cui richieste di emendamenti non sono state recepite – aggiunge il tecnico abruzzese – Vi sono contrasti evidenti o comunque zone d’ombra con le normative ambientali sulla difesa del suolo e con le convenzioni internazionali che il nostro Paese ha sottoscritto in difesa dell’ambiente, per la protezione della flora e della fauna e questioni analoghe stridenti con Direttive UE e con Forest Europe (conferenza interministeriale dell’Unione)”. 

Il presidente dell’accademia dei Georgofili, insieme ad altri ha obiettato che il Testo unico è frutto di un lavoro di confronto e partecipazione pubblica durato 4 anni e riprende in gran parte un testo licenziato aluglio 2015 dal Tavolo di settore Foresta e legno del ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali. La proposta di riforma, dopo il suo lancio al Forum nazionale delle foreste, novembre 2016 a Roma, è andata incontro ad una serie di dibattiti pubblici, organizzati in diverse località del paese (Cuneo, Trento, Padova, Amatrice, Potenza, Foggia), ed è stata oggetto di diverse discussione in ambito tecnico-scientifico e in varie sedi congressuali”. Damiani sull’iter abbastanza lungo svela che il confronto è stato solo formale. A lamentarsene è stata persino la Società italiana di restauro forestale (Sirf) denunciando il fatto in una lettera indirizzata al Capo dello Stato perché il testo proposto è rimasto sostanzialmente uguale alla sua formulazione originaria operata dal gruppo di lavoro per Gestione forestale sostenibile e agricoltura multifunzionale del Consiglio nazionale della green economy. “Inoltre questi tavoli hanno visto sempre una partecipazione molto ampia di rappresentanti del mondo dell’industria mentre quella di docenti di materie forestali è ridotta sempre alle stesse 5 o 6 persone mentre quella del mondo accademico esperto in ambienti naturali (botanici, zoologi, ecologi, patologi, geologi, ecc.) risulta del tutto assente – denuncia il biologo abruzzese esperto in ecologia ambientale – Di qui la protesta dei 264 docenti e ricercatori che nulla sapevano del Testo unico.  Troppi soggetti interpellati lamentano di aver avuto tempi strettissimi per valutarlo, da 5 giorni (inclusi sabato e domenica) ad appena 2 giorni (su 4 anni) per alcuni.

Estate 2017 Incendi valle Peigna su Morrone e Prezza Foto Maria Trozzi Report-age.com 2018
Estate 2017 Incendi valle Peigna su Morrone e Prezza Foto Maria Trozzi Report-age.com 2018

Le criticità del decreto. Per la tutela del patrimonio forestale nazionale come bene di rilevante interesse pubblico, si vuole introdurre in maniera generalizzata la gestione attiva da attuarsi attraverso la selvicoltura. “Non è riconosciuto nel decreto il carattere autonomo degli ecosistemi forestali, la loro evoluzione naturale e complessità e, con l’attenzione rivolta al solo sfruttamento economico industriale immediato, si apre la strada ad un processo di speculazione sul legname, foriero di artificializzazione, fragilità, semplificazione e bruttezza dei boschi e delle foreste italiane – prosegue il direttore – Sebbene ricorra in tutto il decreto, il concetto di gestione attiva non trova alcuna definizione nello stesso e ciò espone a qualsiasi interpretazione stravagante e distruttiva. Per il Tavolo della filiera del legno significa tagli forestali. Certo non è usato nel significato di gestione sostenibile (i termini, infatti, sono usati separatamente) che impone attenzione al complesso dell’ecologia dei boschi prevedendovi anche riserve integrali, rilasci di alberi o isole ad invecchiamento indefinito ed altro ancora (cfr Forest Europe, il cui indirizzo è stato preso a riferimento dagli estensori del decreto, per la sola parte economica e non per quelle che devono essere contestuali, ambientale e sociale e, pertanto, non si può parlare di sostenibilità). Nel testo manca un chiaro riferimento alla compartimentazione o zonizzazione del patrimonio forestale nazionale, ossia una distinzione tra boschi da destinare alla produzione (o ad altre finalità utilitaristiche) da quelli che devono essere conservati tal quale per ragioni ecologiche, paesaggistiche, idrogeologiche, genetiche e culturali. Un salto indietro di 95 anni, la legge Serpieri del 1923 operava tale distinzione finalizzata alla difesa idrogeologica – aggiunge Damiani nella lettera indirizzata alle massime autorità dello Stato – Vengono definiti prodotti forestali non legnosi anche i singoli alberi fuori dal bosco (permittére omnes arbores excidere?) che misteriosamente non sono ritenuti legnosi e poco importa che il più delle volte caratterizzino decisamente il paesaggio in maniera identitaria. Equipara i terreni agricoli, in cui non è stata più esercitata attività e che sono in via di rinaturalizzazione spontanea (anche se in realtà sono attualmente boschi a tutti gli effetti che si trovano nella fase di colonizzazione da parte di specie pioniere e si avviano, se ciò venga consentito, alla fase di maturità), a terreni forestali che hanno superato il turno. La cosa è scientificamente infondata perché si estende il concetto di turno che dev’essere applicato unicamente alle colture (ad es. dei cedui semplici o matricinati e alle fustaie coetanee che sono create e sostenute dall’uomo) al bosco che invece cresce ed evolve autonomamente”. Il biologo abruzzese snocciola altre interessanti critiche al contenuto del provvedimento in formazione – Il decreto inserisce nell’arboricoltura da legno i castagneti da frutto, senza considerare che gli stessi connotano l’identità demologica tradizionale e paesaggistica di molti comuni italiani, in rapporto ai frutti piuttosto che al legname. Del resto anche le tartufaie e i noccioleti, impiantati non certo per il legname, vengono fatti ricadere inammissibilmente sotto la stessa definizione. Viene introdotto, mal interpretando il regolamento Ue 1307/2013, il concetto di bosco ceduo a rotazione rapida, vale a dire sottoposto a tagli più ravvicinati, mentre tale definizione andrebbe applicata solo ai terreni agrari con alberi piantati, suscettibili di reversibilità d’uso a fine ciclo. Il decreto è confuso e ambiguo nella definizione delle aree escluse dalla definizione di bosco, perché non adotta una nomenclatura internazionalmente accettata, come quella della Fao (Organizzazione delle Nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura). Sostenere che sono boschi anche le formazioni di specie arbustive…o arboree a qualsiasi stadio di sviluppo… , è non solo errato scientificamente e per il buon senso, ma apre la strada al taglio del novellame consentendo un vero e proprio infanticidio arboreo reiterabile Il decreto demanda alle Regioni e alle Province autonome la scelta dei soggetti a cui affidare la redazione e l’attuazione dei Piani di gestione purché dotati di comprovata competenza professionale.  Il requisito è talmente vago da aprire ad ogni discrezionalità e abuso. I laureati in Scienze forestali, specialisti in questo settore, iscritti al proprio Ordine professionale, potrebbero quindi essere ignorati e i compiti affidati a soggetti più vicini ai saperi dei taglialegna e che, ottenuto il primo incarico, possono comprovare nel proprio curriculum la competenza e candidarsi, senza alcun controllo indipendente garantito dall’Ordine professionale, ad assumere incarichi per sempre. Il decreto afferma che la conversione a ceduo delle fustaie è sempre vietata, ma poi contraddice l’affermazione aprendo a una folla di eccezioni, in caso in cui le Regioni decidano il contrario. Alla fine arriva ad includere la conversione a ceduo di ogni tipo di utilizzazione forestale, purché si abbia rinnovazione. Viene liberalizzata, surrettiziamente, la possibilità di cambio di destinazione d’uso del suolo introducendo, all’art. 8, la trasformazione intesa come “ogni intervento che comporti l’eliminazine della vegetazione arborea e arbustiva”. L’eliminazione del bosco, inoltre, può essere compensata anche con l’apertura di strade e opere simili che in realtà vanno oggettivamente a vantaggio delle aziende che operano i tagli.  Si fa presente che l’istituto della compensazione è utilizzato (nei pareri di Valutazione di impatto ambientale, ad esempio) solo quando un’opera assolutamente necessaria, che non ha alternative praticabili e che abbia adottato tutte le possibili mitigazioni, risulti comunque carica di un importante impatto ambientale residuo non eliminabile.  Non è certo, questo, il caso della cancellazione di un bosco. È gravissimo e contrario alla Costituzione, il disposto dell’art.12 per cui le Regioni e le Province autonome possono procedere al taglio coatto dei boschi esistenti su terreni privati il cui proprietario abbia lasciato decorrere il turno (di taglio) e di quelli sui terreni silenti, vale a dire di cui non si è riusciti a rintracciare il proprietario. Rappresenta, di fatto, un esproprio immotivato nei confronti della Natura e della volontà dei cittadini che oggi ne curano la tutela e l’esistenza per il solo piacere di vederlo crescere, invecchiare, rinnovare spontaneamente e che stanno svolgendo un servizio encomiabile per la collettività e per il Paese”. 

Conclude Damiani: “Questa legge è fatta male, contrasta con diverse altre discipline che regolano la materia e presenta profili d’incostituzionalità.   Non è condivisa da una larga parte del Paese che si è vista costretta a intervenire con prese di posizioni pubbliche, petizioni e appelli.  Non è condivisa neppure da forze politiche oggi candidate legittimamente ad esprimere un nuovo governo.  Si basa su presupposti incredibilmente antiscientifici come quello secondo cui il bosco morirebbe senza l’intervento costante dell’uomo e che “l’abbandono” sarebbe responsabile del loro degrado e addirittura degli incendi.  Ha un’impostazione pressochè esclusivamente produttivistica, utile solo al profitto immediato delle industrie del pellet e delle grandi centrali elettriche a biomasse peraltro assai inquinanti, che oggi proliferano solo grazie agli incentivi statali senza i quali non hanno competitività di mercato e talune delle quali travolte da inchieste giudiziarie denominate silvomafie.  Il peccato originale di questa legge è di aver ignorato, sebbene richiamato in linea di principio, ma poi senza conseguenti articolazioni, che la sostenibilità per l’Onu e per la Ue si basa sullo sviluppo contestuale e armonico di 3 fattori: economico, ecologico e sociale. Per completezza andrebbe aggiunto il fattore culturale. Domina invece nel decreto solo l’ottica economicistica, riduzionistica bruciante per di più di dimensioni industriali foriera di molti danni per il nostro Paese. Siamo in tempo ad evitarlo per una più adeguata riflessione”.

mariatrozzi77@gmail.com

(Lettera alle più alte cariche dello stato di Damiani sul Decreto forestale)

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Decreto Ammazza Foreste: colpo di coda del Pd. Spieghiamo il No al Testo unico forestale