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Incendi boschivi: scongiurare altre tragedie. L’attenta analisi di ciò che non ha funzionato

Pescara. Questo significativo intervento di Giovanni Damiani, già direttore tecnico dell’Arta, è stato redatto sulla base dell’inchiesta e dei contributi delle associazioni promotrici del convegno Fiamme sull’Appennino del 21 ottobre 2017.

Giovanni Damiani foto Maria Trozzi Report-age.com 21.10.2017

Giovanni Damiani foto Maria Trozzi

“É un contributo largamente collettivo e vuole essere una piattaforma in cui, esaminate le criticità, il mondo associativo abruzzese, con l’aiuto del mondo accademico e delle Società scientifiche, si assuma la responsabilità di puntualizzare quali possono essere le azioni virtuose da intraprendere a tutti i livelli perché l’emergenza incendi nella Regione Verde d’Europa, non si verifichi mai più con le conseguenze registratesi negli ultimi anni e in particolare nel 2017 – dichiara Damiani che coglie l’occasione per ringraziare, in particolare, Italia Nostra dell’Aquila e i singoli esperti in materia di boschi e di incendi boschivi – L’analisi di quel che non ha funzionato nel prevenire gli effetti disastrosi degli incendi, l’individuazione delle carenze e delle criticità verificatesi negli interventi per lo spegnimento,  seppur implacabile, mostra una fotografia che non ha fini polemici o di bassa politica né tanto meno di ricerca di visibilità, oggi tanto di moda, ma unicamente ha lo scopo di individuare e suggerire quali sono i comportamenti e le azioni virtuose da porre in essere per scongiurare il ripetersi di tragedie ecologiche, economiche, sociali e al patrimonio culturale a cui abbiamo assistito.

Incendio Morrone 20.8 ore 23 Foto Trozzi Report-age.com 2017

Incendio Morrone prima sera Foto Maria Trozzi

Incendi: Non si tratta di contingenza. Da diversi anni gli incendi boschivi sono ricorrenti con elevata frequenza e con sempre maggiore potere devastante.  Il caos climatico in cui è entrato l’intero pianeta Terra per l’elevata concentrazione di gas serra di origine antropica, primo fra tutti l’anidride carbonica immessa nell’atmosfera per l’uso dei combustibili fossili[1] (comporta in questa fase storica il ripetersi di eventi estremi: grandi nevicate, neve “pesante”, gelate in periodi inusuali, alluvioni intense, tifoni, ondate di caldo e lunghi periodi di siccità. In Europa sono bruciate aree estesissime a partire dall’inizio estate 2017 e il clima secco e i forti venti hanno alimentato i roghi dei boschi ovunque. Non soltanto l’Italia, anche Francia (Costa Azzurra), il nord del Portogallo, Spagna, Croazia e Montenegro sono state impegnate a fronteggiare roghi con un’emergenza che non accenna a del tutto rientrare. In Russia oltre 1.6 milioni di ettari sono andati in fiamme; gli incendi boschivi di questa dimensione  sono inimmaginabili eppure in Russia sono diventati una nuova normalità. Un grande incendio ha colpito persino la Groenlandia, a soli 150 km dal Circolo Artico e a soli 50 km dalla calotta glaciale della stessa Groenlandia ove grandi superfici della tundra hanno bruciato per settimane. Nessuno aveva visto niente di simile in tempi recenti. La situazione non migliora neppure oltreoceano. In Canada, nell’area della Columbia britannica, circa 40 mila persone hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni a causa delle fiamme. Negli USA incendi mai visti prima, sono ancora in atto, in California, mentre siamo riuniti in questo ottobre 2017.   Stessa situazione in  Indonesia, sud America, Africa. La stagione degli incendi  nelle foreste boreali è ogni anno sempre più lunga.  Tutti ricordiamo le immagini degli incendi spaventosi in Australia: 130 roghi in contemporanea nel gennaio 2013 (definiti catastrofici dal governo) che hanno distrutto case, villaggi e colture da nord a sud. Drammatico il conteggio delle vittime. Le istituzioni quasi dovunque si sono mostrate impreparate e per questo la situazione continua a peggiorare.   In parte è colpa della mancanza di gestione forestale, dei fondi insufficienti per la prevenzione e la lotta antincendio. Il problema è oggi enfatizzato dal cambiamento climatico o meglio la destabilizzazione caotica del clima globale: aridità, alte temperature, bassa umidità e ricorrente forte vento.

Incendi in  Italia nel 2017

Incendi in Italia nel 2017 Report-age.com 2017 (1)

Fonte Dati aggiornati al 29 ottobre dal sistema europeo di Emergency ,anagement service grazie a Copernicus, il programma della Commissione europea di raccolta di dati attraverso l’osservazione satellitare.

Gli incendi italiani hanno riguardato gran parte della penisola: dalla Riserva Naturale del Fosso dello Zingaro in Sicilia alla Calabria, Campania (Vesuvio e campi Flegrei), Lazio (monte Giano nel reatino), Toscana, Veneto, Liguria, fino alla Val di Susa con i fumi che offuscano l’aria di Torino mentre noi stiamo parlando (21 ottobre 2017 ndb). Siamo di fronte ad un problema nazionale, oltre che globale.  Si  consideri che l’area del Mediterraneo e a clima mediterraneo, secondo le osservazioni scientifiche e secondo i modelli computazionali, è la più esposta a questo tipo di eventi. Il 2007 è stato l’annus horribilis per i boschi italiani con oltre 10 mila incendi.   Quando parliamo di riscaldamento globale ci riferiamo, ovviamente, alle temperature medie globali su scala planetaria; per quanto riguarda l’Italia i dati mostrano che il riscaldamento è più forte della media mondiale:

Incendi in Abruzzo. Nel 2017 vi sono stati oltre 216 incendi di vaste proporzioni.  La Regione Abruzzo ha circa il 40% del suo territorio protetto da Parchi e Riserve Naturali. Ha un patrimonio forestale stimato in 438 mila 590 ettari, pari al 40,6 % dell’intera superficie regionale. In percentuale è superiore alla boscosità del Piemonte e della Toscana. Gli incendi significativi hanno interessato oltre 3 mila 500 ettari di superfici boschive a cui vanno aggiunti 2 mila 500 ha di superfici non coperte da boschi ( es praterie con arbusti) o scarsamente boscate. Nel decennio 2007-2017 sono andati in fumo 15 mila ha di territorio, pari al 3,5% dei boschi dell’intera Regione Verde d’Europa. Di questo patrimonio l’80% è di proprietà collettiva (Comuni, Amministrazioni Separate degli Usi Civici).  Un terzo delle superfici incendiate  comprende aree di  elevato pregio naturalistico,  storico-archeologico-paesaggistico- ambientale ed aree naturali protette: Parco Nazionale del Gran Sasso d’Italia-Monti della Laga, Parco Nazionale della Majella-Morrone, Parco Regionale del Sirente-Velino. ( in Valle Subequana. … strada che collega Secinaro a Goriano Valli). Quello che più ha ferito l’identità stessa degli abruzzesi ed ha provocato profonda emozione a tutti i nostri conterranei è senz’altro l’incendio del Morrone, non solo per la situazione di pericolo legata all’interessamento dei centri abitati ricchi di storia (Sulmona, Prezza, Roccacasale, Pacentro…), ma anche e soprattutto perché ha colpito, per ben 15 giorni, una montagna storicamente  centrale nella storia del nostro Paese oltre che dell’Abruzzo; parliamo dei luoghi del giuramento, presso l’imponente tempio di Ercole Curino, delle popolazioni safiniche (Sanniti propriamente detti e altri popoli italici soprattutto dell’Abruzzo, contro le aggressioni di Roma ) agli inizi del I secolo a. C. quando si costituì la Lega Italica, ove nacque il concetto stesso di Italia, concepita come confederazione di repubbliche con capitale a Corfinio;  luoghi della residenza di Ovidio e poi del monastero eremitico di  Sant’Onofrio al Morrone, ove risiedette San Celestino V e dell’Abbazia  del Santo Spirito al Morrone che  ha rappresentato per secoli  il più importante e celebre insediamento della Congregazione dei Celestini nonché il fulcro della vita culturale, religiosa e civile di un vasto territorio.

Incendio

Immagine Trozzi 21.8.2017

Le cause degli incendi. Gli incendi spontanei dovuti alla cosiddetta autocombustione dei boschi praticamente non esistono. Quelli innescati da cause naturali, legati ai fulmini, sono rarissimi e quasi sempre hanno effetti moderati, dal momento che intervengono, per solito, in condizioni di pioggia. I roghi, quando non dipendono da irresponsabilità o distrazione, oppure opera di un piromane (che va considerato a tutti gli effetti una persona affetta da rara malattia mentale) sono quasi tutti dolosi, azioni criminali, ossia appiccati con l’intenzione di eliminare la vegetazione per trarne utilità.  Nella quasi totalità dei casi, quindi, è corretto parlare di incendiari più che di piromani. In parte si spiegano con la tradizione agropastorale che considera il fuoco un mezzo per liberare aree da destinare a nuovo pascolo o a nuove colture. Altri casi riguardano l’abitudine, scientificamente errata, da parte degli agricoltori di dar fuoco alle stoppie nella convinzione di incrementare la fertilità del terreno. Si sono avuti anche casi, in Abruzzo, di incendio appiccato ad una pineta di Pinus halepensis per aumentare la produzione – e quindi la raccolta primaverile –  degli asparagi selvatici da vendere al mercato. Qualche volta il movente è stato il rancore verso i Parchi e le Riserve (es. Capo Pescara  è stata incendiata annualmente , e in pieno periodo di nidificazione dell’avifauna, una decina di volte da nemici dell’area protetta a partire dalla sua istituzione, quasi certamente per risentimento verso il divieto di caccia) o vendetta per qualche autorizzazione negata. Nel resto dei casi, l’incendio doloso si lega quasi sempre a interessi speculativi legati all’edilizia ( è possibile costruire dopo 10 anni dall’evento distruttivo), oppure, in alcune regioni,  per creare il fabbisogno di  assunzioni di operai forestali precari (nel 2001 il Sisde denunciava la responsabilità degli operai stagionali in Sicilia, regione che ha oltre 30 mila addetti sui 68 mila del totale nazionale).  Secondo organi di stampa a partire da l’Avvenire, quotidiano dei vescovi, per quanto riguarda il sud della penisola, vi sarebbe l’interesse dell’industria, sempre più diffusa, della produzione di energia elettrica da biomasse, interessata all’acquisizione dell’imponente quantitativo di legname ridotto in carbonella per alimentare i propri impianti di grandi dimensioni. Infine va sottolineata la professionalità con cui sono stati innescati gli incendi: focolai multipli il luoghi inaccessibili, fatti partire quando tirava vento e nelle ore serali dei giorni pre-festivi , cosa che lascia trasparire come i criminali sapessero che di notte i mezzi aerei non possono operare e  che vi sono difficoltà dei servizi nei giorni festivi. Queste considerazioni e la diffusione dei roghi in tutto il Paese, lasciano altresì ipotizzare che non può essere escluso anche un disegno della malavita organizzata a livello nazionale, del tipo di quanto si verificò con gli attentati e le stragi, nel 1993, all’Accademia dei Georgofili, poi in via Fauro a Roma , in via Palestro a Milano e ancora in Roma contro le chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio Velabro.

Incendio Pineta Molina e Acciano Report-age.com 2017I danni degli incendi dei boschi. Per quanto riguarda il biota, quando viene distrutto il bosco, con la sua varietà di microambienti e di microhabitat, scompare la base stessa dell’ecosistema dal momento che tutte le catene e reti alimentari hanno inizio direttamente o indirettamente dall’attività fotosintetica. Scompaiono i luoghi di permanenza, di rifugio o di sosta della fauna: l’intera rete della natura è localmente distrutta. Gli organismi dotati di alta mobilità (è il caso dei lupi) possono trovare scampo attraverso la fuga anche se molti individui (ad es. ungulati) circondati dalla fiamme, hanno fatto una fine terribile. Tutti gli organismi affetti da scarsa mobilità vengono annientati. In periodo riproduttivo periscono le uova degli uccelli, i nidiacei e almeno 5 volatili per ettaro. La pubblicistica scientifica parla mediamente di circa 500 mammiferi (soprattutto micro mammiferi) per ettaro, di centinaia di rettili e di 5 milioni di insetti e cifre analoghe per altri invertebrati. Il danno incommensurabile alla biodiversità si registra soprattutto a carico degli endemismi, vale a dire di specie che vivono in aree molto ristrette e in nessuna altra parte del Pianeta e che pertanto rischiano l’estinzione. Si consideri che senza fauna anche la flora è impedita a propagarsi secondo i normali processi e ritmi ecologici: i mammiferi disseminano (e fertilizzano) semi da bacche, drupe ecc… e gli insetti operano l’impollinazione favorendo la riproduzione sessuata dei vegetali. Ad esempio la scomparsa degli arbusti di Ramnus  e di meli selvatici in certe zone ha costretto gli orsi ad andare via.  La migrazione degli animali superstiti, inoltre, è anch’essa negativa e problematica perché va ad affollare aree abitate da altri animali che tra l’altro occupano la stessa nicchia ecologia, risultandone un eccesso di competizione (come sta avvenendo, assai immotivatamente, tra noi umani col fenomeno dei migranti!).

Per quanto riguarda il biotopo (chimico-fisico) l’incendio espone a gravissime situazioni di rischio geologico-idrico[2] . La scomparsa della vegetazione arborea, arbustiva ed erbacea aumenta la forza erosiva delle piogge (che peraltro si manifestano già troppo spesso con maggiori intensità) e si ha il dilavamento della componente superficiale del suolo e in definitiva la perdita di fertilità. In ambiente mediterraneo questo fenomeno è gravissimo perché la ricostituzione è assai lenta e talvolta spontaneamente impossibile.  Si producono, inoltre, fenomeni di  “debris flow”, flussi di detriti.  Sono fenomeni geologici in cui le masse carico di acqua del suolo e la roccia frammentata scorrono verso valle, attraverso  canali di flusso , trascinano anche tronchi semicombusti e formano depositi fittizi e fangosi sui piani della valle. Essi sono comparabili per densità alle valanghe di roccia e di altri tipi di frane (circa 2000 chilogrammi al metro cubo), ma a causa della liquefazione del sedimento, possono fluire quasi in forma liquida come l’acqua. Ciò si è verificato nel corrente 2017 nel reatino, nel Monte Giano (Antrodoco)  percorso da un incendio. I detriti hanno invaso la strada statale 17, la sede ferroviaria, occluso ponti, sepolto alcune stalle e alcuni campi coltivati. Inoltre le acque meteoriche, non più frenate e ritenute, a livello della lettiera,  dal bosco che peraltro ne favorisce l’infiltrazione nel suolo, corrono velocemente verso il basso diminuendo i tempi di corrivazione alimentando piene di maggiori entità. Dopo un incendio, infatti, si forma abbastanza superficialmente uno strato di cenere e suolo combusto idrofobico che impedisce l’assorbimento dell’acqua nelle fessurazioni della roccia. La “fuga” rapida dell’acqua verso valle e il non assorbimento della stessa nel suolo, può comportare la perdita di fontanili destinati all’abbeveraggio degli animali da pascolo e il prosciugamento di laghetti indispensabili all’autoecologia degli anfibi. C’è da sottolineare altresì l’immissione di imponenti quantitativi di anidride carbonica, di cui l’atmosfera ( e la Terra) attualmente non ha certo bisogno. Richiamo infine l’art. 9 della Costituzione “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Tutela, quest’ultima, che in Abruzzo produce benessere che si sostanzia con attività economiche sostenibili legate all’economia del Parchi. 

Normativa di settore e responsabilità. La materia forestale è di competenza regionale. In Abruzzo la norma fondamentale è la legge Regionale n. 3 /2014 che dedica tutto il capo III alla difesa dei boschi dagli incendi. Prevede che i soggetti pubblici (Comuni e Amministrazioni Separate degli Usi Civici) debbano redigere il Piano di Gestione Silvo-Pastorale. Si tratta in definitiva di redigere un Piano regolatore dei boschi, primo elemento di prevenzione degli incendi, che ne prevede l’utilizzo sostenibile, la manutenzione e la sicurezza attraverso, ad esempio, di fasce tagliafuoco. Dalla data della promulgazione della legge , seppur finanziati, i comuni sono inadempienti: uno solo (Schiavi D’Abruzzo) ha concluso l’iter e si è dotato del piano con relativi interventi operativi.  Le norme che disciplinano la Protezione Civile, inoltre, affidano ai sindaci responsabilità e compiti in tutta la materia, inclusi gli incendi. Vediamo come stanno le cose.

Responsabilità di Comuni e amministrazioni separate degli Usi civici. in pratica di fronte al prevedibile (in quanto ricorrente) instaurarsi dei roghi, i comuni interessati si sono mostrati assolutamente impreparati sia per quanto riguarda il non aver pianificato la prevenzione che per le capacità d’intervento, risultandone confusione, dilettantismo, improvvisazione, panico, azioni errate inventate al momento e…l’arte dello scaricare le responsabilità su altri e diversi Enti. Va sottolineato, a riguardo, che di norma, una volta che la Protezione Civile ha definito il rischio, vanno individuate tutte le azioni dispiegabili per diminuirlo: prevenzione e previsione da mettere in atto nonché la pianificazione per fronteggiare il potenziale rischio residuo.  Previsione e prevenzione hanno respiro pluriennale e, per i boschi, si concretizzano soprattutto nella corretta conduzione e manutenzione. I Piani di Gestione Silvo-Pastorale  prevedono altresì che la sicurezza venga raggiunta con interventi preventivi quali le fasce taglia-fuoco che, ovviamente, vanno progettate con criteri scientifici che tengano conto dell’efficacia e delle condizioni ecologiche in cui si opera.

Vertice al Coc Foto Trozzi report-age.com 24.8.2107

D’Alfonso (dx), Linardi, Bellelli

Responsabilità della Regione

  1. Innanzitutto la Regione non ha messo in mora né applicato poteri sostitutivi nei riguardi delle Amministrazioni inadempienti (per oltre tre anni) nella redazione del Piano di Gestione Silvo-Pastorale.
  2. Va poi rimarcato come la regione ha ritardi inspiegabili sul fatto che fino ad oggi non si è dotata del Piano Regionale delle Foreste.
  3. C’è poi il tema dei finanziamenti destinati al settore forestale: Nel Psr (Piano di sviluppo rurale) 2014-2020,  rispetto ad una previsione ed impegno di spesa totale di euro 432 milioni 795 mila 834 euro, solo 3 milioni di euro (pari allo 0,7% del totale) sono dedicati alla misura di Investimenti a protezione delle superfici forestali (Misura 8.3.1).  Questa cifra è non solo assolutamente inadeguata per gli interventi di previsione e di prevenzione degli incendi boschivi, ma si converrà essere offensiva sia per l’Abruzzo Regione Verde d’Europa, e sia per l’ecologia che per l’economia ad essa connessa.
  4. La Regione, in una recente riorganizzazione del proprio assetto amministrativo e relativi uffici, ha smembrato le attività legate al rilascio delle autorizzazioni ai tagli boschivi che sono state trasferite al territorio. Oggi la competenza è in capo a chi non ha esperienza (affatto o adeguata) e preparazione in materia forestale, sia dal punto di vista silvo-colturale, che da quello ecologico che nella lotta preventiva contro gli incendi boschivi.
  5. Inoltre  anche la materia degli Usi Civici è stata staccata dal settore forestale regionale, pur costituendone interesse  preponderante (usi collettivi-civici dei boschi, cosiddetto legnatico).
  6. La regione si è dotata di un Piano rischi da incendi boschivi (Aib) dal 2011.  La legge (art. 52 della citata L.R. n. 3/2014) obbliga all’aggiornamento annuale di tale Piano, che non è stato fatto nell’anno 2016 pur in presenza di una modifica istituzionale di straordinaria rilevanza per il settore, costituita dallo scioglimento del Corpo Forestale dello Stato su cui si erano impostati, negli anni precedenti, la maggior parte degli interventi ad esso delegati.   Ciò ha comportato una straordinaria riduzione di personale e mezzi messi in campo, sintetizzati nella tabella che segue.
Apparato Aib 2015, coordinato dalla Regione Abruzzo, col supporto dei VVFF e CFS, rimasto invariato rispetto all’anno 2014  Apparato AIB 2017, coordinato dalla Regione Abruzzo con supporto dei VVFFper la lotta attiva e dal CFS per la sola sorveglianza.
Direttori delle Operazioni di spegnimento Squadre operative nello spegnimento

a terra

Mezzi A.I.B.
 

Anno 2015

 (e 2014)

 

215 CFS

n. 1 Regione Abruzzo

612 unità CFS

20 VVFF

350 unità AIB Volontariato

37 CFS

8 VVFF

33 mobili AIB

della Colonna Mobile Regionale

 

Anno 2017

 

10 unit/giorno  VVFF

n. 1 Regione Abruzzo

20 VVFF

150 unità AIB Volontariato

20 VVFF

50 moduli AIB della Colonna Mobile regionale

Riduzione à –  205 unità direttive – 812 unità di personale – 8 mezzi A.I.B.
Si è passati da 1.198 unità di personale agli attuali 181:   mancano all’appello ben 1.017 persone qualificate, attrezzate e ben addestrate.
  • 7) Impegni di spesa:  nei 9 anni dal 2007 al 2015 la Regione è passata da 2.450.000euro a 1.000.000 di euro  (impegni molto più che dimezzati).
  • 8) Mezzi aerei: La Regione Abruzzo, a differenza delle altre Regioni italiane, non si è mai dotata di una propria flotta aerea anti-incendio.  Ma, ancora di più, fino al 2015 in estate disponeva di un elicottero a secchione capace di caricare 1000 litri di acqua,  di stanza all’aeroporto di Pescara, con un altro eventualmente di appoggio e di un Erickson S6AF distaccato presso l’aeroporto di Preturo (L’Aquila), con capacità 10 volte superiore di trasporto di acqua con additivo ritardante.  Nel 2017 è rimasta solo la dotazione dell’elicottero di Pescara.

La Regione ha stipulato l’accordo di programma con il Ministero dell’interno – Corpo dei Vigili del Fuoco, formalizzato il 4 maggio 2017.  

Responsabilità delle direzioni dei Parchi nazionali nel 2107 Sono le più cocenti per istituzioni dedicate alla tutela della Natura. Il Parco nazionale del Gran Sasso d’Italia monti della Laga, diversamente da quanto avvenuto in anni precedenti, ha autorizzato lo svolgimento a Fonte Vetica della 58ma Rassegna degli ovini, una manifestazione che ha richiamato in un’area ricadente in Zona B del Piano del Parco (che impone che siano conservate le caratteristiche naturali nello stato il più possibile indisturbato dall’azione umana), oltre 30 mila visitatori con migliaia di autoveicoli, centinaia di bancarelle e con gente che accendeva barbecue per arrostire la carne. Oltre alla mancata sorveglianza, non era presente alcun mezzo antiincendio sebbene l’ex Cta (Coordinamento territoriale per l’ambiente) avesse dotato il Parco di un autobotte Mercedes Benz con ben 8.000 litri di acqua per il pronto intervento. Così è andato a fuoco Campo Imperatore, gioiello della montagna abruzzese, con i boschi dei monti circostanti in direzione del versante pescarese.

Badia Morronese Foto Maria Trozzi Report-age.com 2017

Sede del Parco Maiella Foto Maria Trozzi

Il Parco nazionale Maiella-Morrone ha effettuato una ristrutturazione del suo assetto organizzativo in direzione della dis-organizzazione del proprio servizio preposto agli incendi boschivi.  L’attuale Presidente, in carica dal 2011, per scelta propria e del Consiglio Direttivo del Parco ha intanto rinunciato alla nomina di un Direttore effettuata nel solco della legislazione vigente. Ha poi inspiegabilmente abbandonato il sistema di telecontrollo ambientale posto in essere dal 2004 e costato 300.000 euro e i flabelli batti-incendio  e le altre attrezzature per il personale. Ha praticamente eliminato il Servizio Pianificazione e Gestione che aveva una dotazione di ben 32 unità, parte dei quali costituita da ex Lavoratori Socialmente Utili poi stabilizzati, che avevano ricevuto appositi corsi formativi per lo spegnimento degli incendi, elemento fondamentale per la loro stabilizzazione.  Questi, dall’anno 2000, avevano svolto attività di prevenzione, di avvistamento precoce e interventi immediati per lo spegnimento degli incendi. Oggi il Servizio si compone di una sola Unità, e secondo quanto si apprende, emarginata, a fronte di 4 Unità nell’Ufficio Stampa, marketing e commerciale e 5 all’Ufficio Promozione Turismo, protocollo e Ufficio relazioni con il pubblico. I lavoratori già adibiti all’Aib sono stati destinati ad altre mansioni nei Servizi portati da 3 a 4 e negli Uffici aumentati da 6 a 14.  C’è chi dice che il Parco ha quasi tanti uffici quanti sono i dipendenti. Resta il fatto che il presidente sostiene, spesso contraddicendosi, che il Parco non avrebbe compiti in materia d’incendi boschivi. Le risorse finanziarie assegnate attualmente al Servizio pianificazione e gestione, che si occupava della lotta agli incendi, assommano a 10 mila euro, pari alle spese di pulizia dei locali della sede di Sulmona.

Il Parco Regionale Sirente-Velino, che ha il medesimo direttore di quello della Majella,  fatto problematico se si pensa che deve seguite due situazioni così tanto vaste e complesse.  Storicamente questo Parco, di grandi dimensioni, è stato amministrato integralmente e in maniera ferrea dai rappresentanti comunali, secondo logiche politiche di accordi territoriali per la spartizione delle carichre nei vari Enti, che per oltre vent’anni hanno impedito l’approvazione del Piano del Parco che è lo strumento programmatorio fondamentale per la gestione dell’Area Protetta.  Ovviamente sotto l’ombrello compiacente della Regione. In pratica il modello gestionale è più simile a quello di una Comunità Montana bis, visto che gli amministratori del Parco erano anche in questo secondo Ente. Il Parco, nel suo complesso, ha mostrato in occasione degli incendi sul proprio territorio la stessa inerzia praticamente assoluta.

Note sui riflessi sull’Abruzzo dello scioglimento del Corpo Forestale dello Stato

Com’è  noto il D.Lgs 19 agosto 2016, n. 177, cosiddetta Legge Madia, ha sciolto il Corpèo forestale dello Stato aggregandolo all’Arma dei Carabinieri. La ripartizione inizialmente prevista del personale è la seguente:

Riflessi su Abruzzo scioglimento Forestale Report-age.com 2017 (5)In fase di applicazione della norma, nei Vigili del Fuoco sono state previste 390 unità di personale ex forestale (come da tabella allegata al decreto); in realtà  sono confluiti per tutta l’Italia inizialmente solo  361 Unità di personale, e attualmente ne risultano  300.   Questi, divenendo vigili del fuoco, hanno peraltro perso la qualifica di Ufficiale di Polizia Giudiziaria di cui erano in possesso. La fragilità del sistema adottato in Abruzzo si è manifestata appieno con la soppressione del Cfs e le competenze Aib (Antincendio Boschivo) trasferite in capo ai Vigili del Fuoco. Praticamente delle circa 800 unità del Cfs di stanza in Abruzzo solo 20-30 sono transitate nelle strutture regionali dei Vigili del Fuoco, costituiti dai mezzi Aib e dai mezzi antincendio a terra (autobotti e moduli di proprietà Cfs) e una esigua parte, due su cinque, degli elicotteri Cfs di base a Pescara. Per quanto riguarda la Protezione civile nazionale, il Coau (Centro operativo aereo unificato)  che mette a disposizione delle regioni elicotteri e Canadair per integrare i mezzi regionali in caso di necessità, ha ridotto la sua flotta dai 37 del 2011 ai 25 mezzi attuali, sollecitando le Regioni (Sicilia e Abruzzo) a migliorare la propria dotazione di mezzi aerei e autonomia operativa. La questione è decisiva perché il Coau riceve richieste multiple, contestuali da mezza Italia,  materialmente impossibile da soddisfare. Le richieste nei 38 giorni dal  giugno 2017 sono riportate nel grafico seguente:

Richieste Aib Report-age.com 2'017 (6)

Praticamente ne consegue che con la riforma, le prestazioni ed i servizi assicurati storicamente dal Cfs nella materia che stiamo trattando, sono stati voluti dal governo nazionale in gravissima diminuzione. Anzi, praticamente estinti.  E questo per l’Abruzzo ha significato innanzitutto che si sono avute circa 600 persone forestali in meno, attrezzate ed esperte sul fronte del fuoco e che alcuni mezzi antincendio sono rimasti nelle autorimesse ed elicotteri a terra.  Così si spiega perché il Morrone, un Parco nazionale, abbia potuto bruciare per ben 15 giorni.

Perché l’Abruzzo ha sofferto più di altre lo scioglimento del Cfs. A differenza di quanto fatto nel resto del Paese, la Regione Abruzzo, attraverso convenzioni onerose, in passato ha sempre affidato al Corpo forestale tutte le attività autorizzative, le strutture, i mezzi del suo patrimonio mantenendo per sé esclusivamente una scarna struttura direzionale di raccordo e la pianificazione generale. Così il Corpo Forestale ha storicamente svolto in Abruzzo tutte le attività del settore che erano in capo alla Regione: ha gestito i Vivai regionali, i tagli forestali e perfino attività zootecniche e la monta riproduttiva…e con i fondi della Convenzione regionale ha mantenuto anche alcune strutture proprie come l’ex Azienda di Stato per le Foreste demaniali;  per converso la Regione non ha provveduto a dotarsi di proprio personale qualificato (a partire dai dottori forestali, passando per gli impiegati fino agli operai forestali)…ed oggi con l’uscita di scena del Cfs si trova completamente scoperta.  Sarebbe stato facile prevedere l’arrivo di una così importante crisi… eppure non l’ha fatto. Questa sarebbe oggi l’occasione di dotarsi,  finalmente e ancorché in incredibile ritardo,  di proprie strutture e mezzi e di organizzare l’intero settore forestale…. ma sembra che la tendenza sia quella di stipulare una nuova convenzione con l’Arma dei Carabinieri. Conclusione: la Regione Abruzzo non ha mai avuto una politica forestale, né strutture proprie finalizzate a una politica forestale e occorre cambiare decisamente rotta. Altra conclusione è che, senza entrare nel merito dell’opportunità politica della riforma Madia, non è accettabile che si sciolga un Corpo lasciando vuoti socialmente ed ecologicamente ad alto rischio e pericolo, senza prevedere come continuare a garantire, in qualsiasi modo, le funzioni che questo svolgeva. Ulteriore conclusione è che la Regione in relazione alla riforma non è intervenuta né durante  il dibattito sulla stessa (ad es nella Conferenza Stato-Regione), né in fase di applicazione ha firmato la convenzione con i Vigili del Fuoco per le attivitàa di spegnimento degli incendi boschivi solo il 13 luglio 2017  (i primi 2 incendi nel territorio del Parco Majella si erano verificati il 10 e l’11 luglio  ed hanno interessato i comuni di Caramanico e San Valentino) e per un importo doppio rispetto a quello corrisposto precedentemente al Cfs + Vvff, per prestazioni e mezzi ridotti rispetto agli anni precedenti.

Incendio Morrone 29 agosto Foto Maria Trozzi Report-age.com 2017

Incendio Morrone 29 agosto Foto Trozzi

Il controllo del Territorio. La maggior parte dei forestali sono oramai adibiti a compiti diversi da quelli storicamente svolti. Con lo scioglimento delle province anche la Polizia Provinciale prende altre destinazioni. Gli ex Forestali transitati nei Vigili del Fuoco ( si torna a sottolineare pochissimi),  sono adibiti a servizi generali di spegnimento e non svolgono più vigilanza perché hanno perso la qualifica di ufficiale o agente di Polizia Giudiziaria (nota: in verità on hanno perso la qualifica di ufficiale o agente di Polizia Giudiziaria, sicuramente svolgono un tipo di attività diversa rispetto al passato, ma non hanno perso la qualifica che hanno anche i vigili del fuoco). Se oggi un forestale che per decenni ha svolto operazioni Aib vede un incendio…deve chiamare i Vigili del Fuoco. Il controllo del territorio in generale è praticamente finito. Ne risulta che l’Abruzzo dei Parchi è  sostanzialmente senza guardie forestali o guardie del Parco (ad eccezione dello storico Parco Nazionale dell’Abruzzo…poi Lazio e Molise), esposto agli incendiari, al bracconaggio, a tagli abusivi, ad abusi edilizi, all’elusione dei vincoli idrogeologici, all’abbandono illegale dei rifiuti  ecc.., nelle Aree Protette e fuori di esse. Per controllare adeguatamente un territorio e per intervenire con efficacia in caso di necessità e urgenza, occorre conoscerlo, esservi presente, conoscere i sentieri, le piste, la loro praticabilità (es in caso di incendi), le persone.  Oggi siamo all’assurdo che in talune località vi sono due stazioni dei carabinieri (una storica dell’Arma e l’altra ex Cfs riconvertita), mentre i mezzi Aib  risiedono e partono dai capoluoghi di Provincia, talvolta lontani o molto lontani, e spesso sono inadeguati alla montagna (sono autobotti impiegati generalmente in ambiente urbano e che in montagna non possono operare) e chi interviene non conosce il territorio e le piste ove quei mezzi dovrebbero transitare o incunearsi. Insomma spesso non riescono neppure ad avvicinarsi all’incendio di un bosco e fanno quello che possono: difendere le abitazioni sparse, le stalle e le colture. Da questo quadro emerge la necessità di una svolta radicale nella gestione del nostro patrimonio forestale, ecologico, economico, culturale  e paesaggistico. Non si chiede di tornare indietro, né di invadere spazi della politica.  Si chiede che  i punti trattati in questa introduzione (anche con spietata crudezza, senza veli) e quelli che verranno trattati dagli altri relatori,  divengano spunto per il cambiamento e per la sostenibilità. La lotta contro gli incendi boschivi  deve infine entrare complessivamente nel novero delle azioni richieste alla Regione di adattamento dei mutamenti climatici, assieme alla difesa dalle alluvioni. Per questo intendiamo realizzare,  sulla base delle risultanze di questo convegno, una carta, un manifesto delle azioni porre in campo, da parte dei singoli e delle Istituzioni, per  prevenire gli incendi boschivi, per l’avvistamento precoce, il miglior intervento immediato e la gestione post-incendio dei territori colpiti.

[1] ricordiamo che dal 1880, anno in cui sono iniziate le misure, ad oggi, la concentrazione della CO2  nell’aria è passata da 280 ppm a oltre 403,3 nel 2016, contro i 400 ppm del 2015. Aumento fortissimo in soli 12 mesi,. Concentrazione che segna un nuovo record degli ultimi 800 mila anni.

[2] Non è un errore. Il fenomeno è diverso dal dissesto idro-geologico.

 

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