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Luci sul Morrone bruciato, ferito da pascoli contesi e fiumi di denaro

Sulmona (Aq). É il tardo pomeriggio del 12 novembre e c’è un gran movimento sull’area dei primi focolai accesi su monte Morrone. Di certo non sono extraterrestri e dalla città dei confetti documentiamo, all’imbrunire di sabato, delle luci in alta quota che illuminano una parte del versante, quella più scrutata e spiata dal 20 agosto, la più significativa. Al di sotto del punto, ai piedi del monte, i tenui lampioni delle Marane di Sulmona. Proprio da lì, verso le ore 16 di quel tremendo pomeriggio d’Estate, alcuni residenti della frazione si accorgono delle colonnine di fumo che s’alzano mentre risistemano stand, tavoli e sedie per la Sagra della Zampanella, manifestazione aperta sabato, domenica rinviata quando il fuoco, alle ore 20, aveva ormai preso il sopravvento sulla vegetazione, soprattutto sui vecchi rimboschimenti di Pino nero e i Canadair impossibilitati ad intervenire al tramonto.

Aggiornamento 1  e 2

12 novembre 2017 Foto Maria Trozzi

12 novembre 2017 Foto Maria Trozzi

Inneschi, intimidazioni, ricorrenze forse casuali e rimboschimenti, tra le piste battute dagli investigatori non può mancare quella della criminalità organizzata che lucra sui fondi legati alle concessioni dei pascoli. Più terreni si concedono agli allevatori e più soldi entrano nella casse dei Comuni, sulla via del default, più ne arrivano ai fuori legge grazie a contributi regionali e dell’Unione europea, paradosso, per un’attività che spesso corrompe gli habitat protetti nel Parco nazionale della Maiella. Le contese per accaparrarsi spazi ad uso civico e per le concessioni di pascoli per il bestiame, in alta quota, sono un probabile movente. Intanto fari e fanali illuminano, mentre fa buio, la montagna sacra, in alto. L’area è accessibile solo con mezzi attrezzati, forse è stato un sabato di lavoro per indagare sugli incendi. Altri non potrebbero salire lassù perché ancora vige l’ordinanza sindacale, del Comune di Sulmona, che fa divieto di accesso sull’area incendiata ad agosto. Non ci sono strade attrezzate, né piste tagliafuoco che permettano di raggiungere il punto comodamente. Da escludere dunque che quei mezzi siano partiti da Marane Nuove, a qualche centinaia di passi dalla chiesa Santa Maria Immacolata, dal sentiero stretto che seppur inizialmente percorribile con un trattore poi s’inerpica in verticale sulla montagna. Dopo appena un paio di chilometri bisognerebbe continuare a piedi  per ricollegarsi alla sterrata, d’alta quota, sul tratto illuminato. La sterrata che percorrono i mezzi si ricollega alla strada retrostante la chiesa San Giuseppe l’Artigiano, antica mulattiera che punta prima dritta sul Morrone poi si snoda, a destra verso il poligono di tiro e a sinistra per un sentiero che porta sul punto dei primi focolai accesi il 20 agosto. Per le luci si tratta, quasi sicuramente, di un sopralluogo che sabato scorso si è protratto sino a tardi e oltre il punto in cui le fiamme presero vigore nel secondo giorno d’incendi, mentre su Pacentro le fiamme divampavano già da un giorno. Sono trascorsi circa 3 mesi dai fatti e in Procura il faldone sugli incendi, aperto, è pieno di cartelle rosse, 18 fascicoli. La scorsa settimana difficile che qualcuno dei Peligni non si sia accorto dell’elicottero dei Carabinieri forestali che, avanti e indietro, ha sorvolato più volte la conca diretto sul monte, probabilmente per concludere i sopralluoghi dei terreni bruciati nei 20 giorni d’incendio sul versante occidentale del Parco nazionale della Maiella. Solo la pioggia ha avuto la meglio su quel fuoco diabolico. In fumo sono finiti circa 2 mila 500 ettari di vegetazione, carbonizzati gran parte dei vecchi rimboschimenti di Pino nero. La Regione spinge per dei rimboschimenti costosi che renderebbero i boschi tutti uguali e poco interessanti, alcune aziende del Sud che trattano biomasse puntano alla ricchezza abbattuta dalle slavine e carbonizzata in questa montagna. Non tutto il male viene per nuocere, se è vero, come dice il generale di brigata dei Carabinieri forestali, Guido Conti, da meno di un mese in pensione, che decenni di Pino nero sui costoni rocciosi del Morrone, hanno formato il suolo forestale necessario a consentire la ricolonizzazione spontanea delle specie originarie. Ci vorrà almeno un ventennio di calma però!

mariatrozzi77@gmail.com

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