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Non più ad Armida Miserere il piazzale del carcere intitolato alle Vittime del dovere

Sulmona (Aq). Che peccato! Il piazzale di via Lamaccio non sarà intitolato ad Armida Miserere, la grande direttrice del carcere peligno scomparsa il venerdì santo di circa 15 anni fa, esattamente il 19 aprile 2003. Fu trovata senza vita nel suo alloggio di servizio a pochi metri dall’ingresso del penitenziario. Il nome dello slargo antistante l’istituto sarà piazzale Vittime del dovere e non crediamo ci siano altre possibilità per modificare un altro tratto di via Lamaccio, sul viale alberato nei pressi del carcere, per ricordare la dirigente di ferro. Vogliamo includerla tra le vittime del dovere? Ci mancherebbe, ma è davvero troppo poco per una tosta com’era Lei! 

Carcere sulmo Report-age.com 2017

Penitenziario sulmonese nei giorni degli incendi su monte Morrone. Foto Maria Trozzi

Una sconfitta è questo ripensamento nel cambio d’indirizzo, viste le premesse. Uno sgarbo, a vederla dalla parte delle donne che ce la fanno ad imporsi in un mondo che è maschio fino al midollo. Un altro schiaffo a quelle che devono sempre dimostrare di essere brave e capaci, è una eterna battaglia la loro vita, mai un attimo di riconoscenza, di meriti, anche se sono palesemente più intelligenti o hanno posti di comando, raggiungono ruoli apicali. Dà fastidio che sia così! Messe all’angolo perché dai movimenti per l’emancipazione femminile i grandi passi sono quelli del gambero. Senza nulla togliere agli altri direttori, ma la direttrice Miserere pose all’attenzione  delle istituzioni nazionali la valle Peligna e il suo penitenziario. Ai suoi tempi era una struttura eccellente, efficiente, legata anche alla comunità locale perche dava lavoro, si promuovevano iniziative culturali, ludiche, di solidarietà e per il reinserimento dei detenuti nella società, alcuni lavoravano anche nelle aziende artigianali locali. Il responsabile del cambiamento del nome del piazzale è Mauro Nardella sindacalista Uilpa Polizia penitenziaria: “L’idea di cambiare l’indirizzo al carcere cittadino è maturata durante la programmazione del VI seminario di criminologia città di Sulmona e Molina Aterno, quest’anno dedicato al 41bis (cosi detto carcere duro)”. Strano a dirsi, ma prima della richiesta dell’associazione Vittime del dovere la proposta era un’altra: fare onore ad Armida Misere, ricordata nel carcere ovidiano solo perché all’interno della struttura si conserva, speriamo ancora, la sua scrivania e sue suppellettili. A dire sì alla proposta di intitolare il piazzale ale vittime del dovere è la commissione toponomastica costituita dall’amministrazione per valutare le varie proposte di intitolazione di piazze, vie, vicoli. Quella stessa da cui si attende l’intitolazione del piazzale di via San Polo a Franco Lattanzio, maresciallo dei Carabinieri morto a Nassiyria. La proposta è stata presentata un decennio fa! Per il piazzale Vittime del dovere si terrà persino una cerimonia d’intitolazione che il sindacalista chiama “inaugurazione” per il 9 novembre a due passi dall’alloggio che ospitò Armida miserere ossia l’ingresso della casa di reclusione sulmonese.

Le verità nascoste sulla morte della Miserere: parla Trifuoggi. Il 14 giugno 2013 a trarre le conclusione del convegno Vivere e morire in carcere è Nicola Trifuoggi, già Procuratore della Repubblica di Pescara, 45 anni in magistratura, con funzione requirente dal 1967 e Pubblico ministero. Trifuoggi riassume la questione del malessere in carcere tra la popolazione carceraria, in Italia, che conta un numero di suicidi 20 volte superiore rispetto al dato rilevato tra la popolazione. Per la Polizia penitenziaria che in carcere lavora e non deve espiare alcuna colpa il numero di suicidi purtroppo è il doppio rispetto a quello censito in qualsiasi altra organizzazione militare. “La morte di Armida non c’entra niente con questo” nel suo intervento sul tema l’ex pm accenna ad una delle prime donne direttrici di carcere. Il riferimento al Colonnello di via Lamaccio potrebbe legarsi proprio al fatto che Armida Miserere, fino al 19 aprile 2003, aveva diretto proprio il carcere di Sulmona (Aq) in cui si consuma la terza edizione dell’incontro organizzato dall’Ipa (International Police Association).  Sono trascorsi  10 anni (scritto nel 2013) e l’ombra del dubbio insiste sul suicidio della direttrice: “E’ stata vittima, volontaria o meno, di un gioco più grande di lei, perché lei lo potesse reggere _ e Trifuoggi chiude subito l’argomento _ Omaggio alla sua persona”. La sala è silenziosa, nessun battito di mani, nessun rumore. L’ex pm riprende allora le conclusioni  sul disagio in carcere e indica le alternative alle soluzioni profilate dalla dissennata politica penitenziaria che ondeggia tra proposte fantascientifiche e soluzioni inefficaci.

Rimedi come l’Amnistia e l’Indulto svuotano il carcere nel breve periodo, ma questi sistemi non risolvono il sovrappopolamento. Trifuoggi parla del caso di un detenuto della casa circondariale Marassi di Genova. Ottenuto il provvedimento di clemenza, l’ex carcerato chiede lavoro al Consiglio di patronato che però può assegnargli sono la modica cifra di 10 mila lire, somma insufficiente persino per il viaggio di ritorno a casa. “Se non si garantisce una possibilità di lavoro è solo una gita rapida fuori dalle mura. Si dovrebbero organizzare cooperative e incentivare gli imprenditori per garantire un lavoro agli ex detenuti _ suggerisce l’ex Procuratore e sul codice penale  commenta _ Sono trascorsi 80 anni dalla codice Rocco e pensare che il precedente codice Zanardelli fu cambiato appena dopo 40 anni di applicazione”. Poi entra nel dettaglio, l’ex pm dice di depenalizzare perché molti fatti non sono più sentiti così gravi dalla comunità; il ventaglio delle sanzioni alternative va ampliato ad altri ambiti di applicazione perché il carcere deve essere l’ultima strada. Da Roma sembrano quasi ascoltarlo perché si dà notizia dell’emendamento del Governo per far scattare la detenzione domiciliare per i delitti puniti con la reclusione fino a 6 anni e un decreto in dirittura d’arrivo che toccherà dai 3 ai 4 mila detenutiIl testo governativo emenda la legge delega sulla messa alla prova e le pene alternative al carcere, all’esame della commissione Giustizia della Camera. L’originario ddl bipartisan di Donatella Ferranti (Pd) ed Enrico Costa (Pdl) prevedeva l’applicazione dei domiciliari per i delitti puniti con la reclusione non superiore nel massimo a quattro anni. Ora, la modifica depositata dal sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri, innalza questa possibilità per i delitti puniti fino a sei anni. Nella sala del convegno l’ex procuratore insiste anche sul fatto che occorre certezza della pena, la condanna va scontata completamente, una volta inflitta. Anche per questa carenza l’Italia si è resa ridicola agli occhi dell’Europa. Il ripensamento del sistema penale parte anche dalla costruzione di nuove carceri e dalla ristrutturazione delle esistenti. E i soldi? Risponde Trifuoggi:  “..si spende per fare solo il progetto del ponte sullo stretto!”. Incrementare l’organico della Polizia penitenziaria e delle risorse economiche sono altre soluzioni. Mai che si sia pensato,  in contemporanea all’Amnistia e all’Indulto, di applicare un progetto di affiancamento per gli ex detenuti e indirizzarli poi l’ex magistrato  conclude: “In carcere si può e si deve vivere. Di carcere non si deve morire”. Con i giornalisti torna un attimo alla direttrice del carcere di Sulmona: “Leggete Processo allo Stato di Maurizio Torrealta, si parla della trattativa stato mafia”. Un invito, quello di Trifuoggi, che sembra sollevare uno scenario nuovo e inquietante sulla Misere. La direttrice aveva cercato giustizia dopo la morte del suo compagno,  Umberto Mormile (educatore carcerario, ucciso a Milano in un agguato di camorra nel 1990) perchè aveva dei sospetti sull’agguato e informò la magistratura inquirente. Le sue indicazioni vennero poi confermate dai fatti. Undici anni dopo la morte di Mormile, i responsabili furono individuati in riferimento a un maxiprocesso contro ‘ndrangheta e camorra a Milano, ma  per il rinvio a giudizio, fissato a maggio alla Prima Corte d’Assise, Armida era morta già da un mese.

 mariatrozzi77@gmail.com

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