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Potere d’acquisto famiglie abruzzesi in picchiata. Confesercenti: ‘Difficoltà di recupero’

In calo i negozi tradizionali, stabili gli ambulanti, in crescita anche bed and breakfast (b&b) e hotel. È questa la fotografia delle città abruzzesi dopo 10 anni di crisi, secondo una ricerca condotta da Confesercenti su dati Movimprese. Per l’associazione di categoria è l’ora di lanciare il Commercio 4.0. Non recupera potere d’acquisto l’Abruzzo, rispetto al 2006 invece in altre regioni è aumentata la spesa media mensile: Toscana, Emilia Romagna, Liguria e Basilicata. Puglia, Campania e Lazio perdono meno dell’Abruzzo dove s’impongono, per l’associazione di categoria, riforme strutturali. 

Comparando i dati del 2006 con quelli del 2017 l’economia abruzzese ha perso 3 mila 838 negozi tradizionali (-16,58%), passando da 23 mila 139 attività censite nell’anno di pre-crisi (2006) alle 19 mila 301 di quest’anno. Il dato abruzzese (-15%) è superiore alla media nazionale, comunque negativa. Alla forte contrazione del commercio al dettaglio fa da contrappeso l’attività di ristorazione che occupa spazi crescenti con un 12,3% in Abruzzo (bar e ristoranti), passando da 9 mila 635 a 10 mila 826 ristoranti di vario genere. Il dato è però al di sotto della crescita media nazionale (+16,8 %) che risulta dalla graduatoria della ristorazione con segno più dove s’impongono Sicilia (26,1%), Campania (22,1%) e Puglia (21,9%). Per il commercio è in leggera contrazione  (-1,4%) il numero degli ambulanti. Crescono del 5% le attività ricettive passando da 1.198 (2006) a 1.258 imprese, dato al di sotto della media nazionale (+14,9%) determinata dalla crescita esponenziale nell’accoglienza di Puglia +76,9%, Sicilia +47,7% e Basilicata +40,5). Si preferisce rimanere in Italia che rischiare all’estero, a giovarne sono alcune regioni del Mezzogiorno.

Dati nelle province. Al terzo posto in Italia per incremento percentuale del settore turistico troviamo la provincia di Pescara (+29,75%) grazie alle 602 attività aperte stabilmente in 10 anni fra alberghi, b&b e ristoranti. Forse è proprio il boom della ristorazione ad aver arginato il calo del commercio a Pescara e provincia dove i negozi tradizionali crescono, incredibilmente, dello 0,34%. Ristorazione in picchiata anche in provincia di Teramo. Grazie alla spinta di università e città costiere il turismo ha conosciuto un aumento del 14,9% mentre il commercio tradizionale ha subito una contrazione del 10,8%. Situazione drammatica per l’entroterra abruzzese con – 42,2% per i negozi aquilani, un record con un calo considerevole anche per il turistico (-7,49%). Più nella media, invece, i numeri della provincia di Chieti, dove i negozi tradizionali sono scesi del 13,5%, in 10 anni, a fronte di un incremento del 17,4% del settore turistico.

I consumi. L’aumento di spesa sembra dipendere dall’aumento del prezzo piuttosto che dall’incremento dei consumi se i lievi incrementi registrati fanno riferimento a beni il cui prezzo è lievitato. Infatti la capacità di spesa è scesa, in 10 anni, del 6,5%. Rispetto al 2006 gli abruzzesi spendono di più per ristorazione e ricettività (+1,7%), per le bevande alcoliche e i tabacchi (+0,9%), ma le voci cresciute di più, durante la crisi, in Abruzzo sono l’istruzione dei figli (+31,1%), le spese per l’abitazione (+3%), i servizi sanitari (+0,5%), a fronte di risparmi consistenti negli acquisti in abbigliamento (-26%), comunicazione (-23,7%), mobili e articoli per la casa (-17%). Le famiglie abruzzesi nel 2007 spendevano 27 mila 708 euro, contro i 25 mila 908 dello scorso anno: –6,50%. Al contrario, Trentino-Alto Adige, Liguria, Basilicata, Valle d’Aosta, Emilia Romagna e Toscana registrano segni positivi. Le famiglie delle province autonome di Trento e Bolzano fanno registrare una spesa media annuale in aumento di 2 mila 493 euro sul 2007, seguite dalle famiglie liguri che nel 2016 hanno speso in più 1.026 euro rispetto all’anno di pre-crisi. Al terzo posto la Basilicata registra una spesa media familiare in aumento di 434 euro sul 2007, poco lontano dagli incrementi di Valle d’Aosta (+389 euro a famiglia) e Toscana (+377 euro). Per i nuclei familiari dell’Emilia Romagna la spesa media di 35 mila 705 euro, 89 euro in più rispetto al periodo pre-crisi. Le altre Regioni si trovano ancora in rosso con livelli di spesa media inferiori a quelli del 2007. Solo le famiglie lombarde si avvicinano ai livelli di spesa di pre-crisi (-163 euro l’anno). Per le famiglie umbre il dato più recente relativo alla spesa media annuale è inferiore di -5 mila 711 euro rispetto al 2007. A poca distanza la Calabria (-5 mila 628 euro in media di spesa) e il Veneto con 4 mila 881 euro si spesa in meno. Deficit di spesa media superiore ai 4 mila euro l’anno per nucleo familiare si registrano in Sardegna (-4 mila 251 euro), Molise (-4 mila 227 euro) e Marche (-4 mila 37 euro). Nel 2007 la differenza annua tra Trentino Alto Adige e Calabria, rispettivamente la Regione più ricca e più povera d’Italia, si attestava ad 8 mila 350 euro: oggi il divario è salito a 16 mila 500 euro, il 97% in più. Un aumento che porta la spesa meda delle famiglie calabresi ad essere circa la metà (54%) di quella dei trentini. Nel 2007 il Veneto registrava la spesa media più ricca d’Italia, con la recessione la regione è oggi solo V in classifica, superata da Trentino Alto Adige, Lombardia, Emilia Romagna, Valle d’Aosta e Toscana.

“I numeri raccolti dalla nostra ricerca dimostrano che l’Abruzzo non è immune dai fenomeni globali che stanno interessando il commercio in tutto il mondo, che gli addetti ai lavori definiscono apocalypse retail le nostre città che vedono senza dubbio meno negozi e più attività legate al tempo libero  – spiega Daniele Erasmi, presidente regionale della Confesercenti – Il commercio non scomparirà: i consumatori chiedono negozi specializzati, originali, integrati con altre forme di shopping e per rilanciarsi i negozianti devono cambiare, consorziarsi, specializzarsi, integrarsi con il Web”. “Bisogna lanciare un programma strutturale di innovazione un Piano Commercio 4.0. Il radicale cambio dei nostri centri urbani richiede una elevata attenzione da parte delle istituzioni chiamate a prevenire i conflitti fra le funzioni residenziali e il diritto al lavoro – sottolinea il direttore regionale di Confesercenti Lido Legnini – La vocazione delle città sta mutando, e oggi viene richiesto sempre di più un tessuto economico orientato all’accoglienza, alla ricettività con servizi avanzati in questo campo. Siamo invece preoccupati per la difficoltà di recupero del potere d’acquisto delle famiglie abruzzesi”.

mariatrozzi77@gmail.com

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