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Restauro San Domenico di Sulmona nell’inchiesta aquilana con 35 indagati

Sulmona (Aq). Non solo l’abbazia del Morrone, tra i 12 beni di interesse storico-culturale finiti nell’inchiesta sulla ricostruzione post sisma c’è anche la chiesa di San Domenico, già da mesi restaurata. 

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Una volta di troppo il capoluogo peligno viene colpito dai mali della ricostruzione su cui il giudice delle indagini preliminari, Giuseppe Romano Gargarella, dall’Aquila fa luce con la maxioperazione sulla ricostruzione post sisma che ha portato, nei giorni scorsi, a 10 arresti, 5 interdizioni e all’iscrizione nel registro degli indagati di oltre 35 persone che rispondono, a vario titolo, di “concorso in corruzione per l’esercizio della funzione, corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, turbata libertà degli incanti, falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, nonché soppressione, distruzione e occultamento di atti veri”.

Per la valle Peligna, negli interventi di recupero dei complessi monumentali si può confermare che gli imprenditori locali sono praticamente esclusi dai giochi. Il che, sotto un certo punto di vista, non è proprio un male. I lavori di restauro e ristrutturazione di San Domenico sono stati conclusi a febbraio. Le procedure d’intervento sulla chiesa erano attenzionate dai Carabinieri del Comando compagnia dell’Aquila già da ottobre 2016. Il sistema impiegato è lo stesso adottato anche per le ristrutturazioni di altri edifici di culto, nell’aquilano lesionato dai terremoti di questi ultimi anni. L’escamotage è una Variante. Da qui il passo è semplice per recuperare ingenti somme di denaro a cui l’imprenditore rinuncia al momento dell’offerta al ribasso e forse sotto suggerimento. All’aggiudicazione dei lavori sulla chiesa di San Domenico di Sulmona (Aq) segue una Variante di adeguamento prezzi che non supera i limiti del Codice degli appalti e che la ditta di Pesaro, appaltatrice, avrebbe innescato per recuperare il ribasso d’asta, offerto per vincere la gara, di circa 95 mila euro. In questo appalto il Responsabile unico del procedimento, di origine marocchina, è dipendente della Soprintendenza dei Beni architettonici e paesaggisti dell’Emilia Romagna. Dalle indagini risulta che un dipendente del MiBact, impiegato del Segretariato regionale abruzzese, avrebbe consigliato all’imprenditore persino le modalità di recupero della somma evitando che l’appaltatore potesse chiedere varianti in corso d’opera superiori al 20% dell’importo di gara. Con questo sistema la ditta ha creduto possibile bypassare i controlli dall’Autorità nazionale anti corruzione (Anac). Il metodo non è passato inosservato agli occhi degli investigatori aquilani.

mariatrozzi77@gmail.com

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