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Ricostruzione, Operazione Caronte, 9 indagati per estorsione, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro

L’Aquila. Nove gli imprenditori finiti in manette oggi, ritenuti a vario titolo responsabili dei reati di estorsione, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, con l’aggravante della continuazione.

A finire per prime nel mirino degli investigatori,  del reparto operativo del Comando provinciale dei Carabinieri di L’Aquila, sono state 2 ditte operanti nella provincia di Caserta, (una delle quali tuttavia ha, già da qualche tempo trasferito, la propria sede in provincia di L’Aquila). I responsabili  S. T. 37 anni,  V.T.40 anni, R.T. 37 anni, L.L. 36 anni, sono stati tutti sottoposti agli arresti domiciliari. Secondo quanto ricostruito grazie all’indagine coordinata dalla direzione distrettuale Antimafia dell’Aquila,  gli imprenditori avrebbero sfruttato lo stato di necessità, indigenza ed estrema difficoltà economica degli operai, nei rispettivi comuni di residenza, e avrebbero  reclutato  manodopera a basso costo, mantenuta in una condizione di sudditanza fisica e psicologica sotto minaccia di licenziamento, da impiegare nei lavori edili connessi alla ricostruzione post sisma 2009. Proprio per mantenere questo controllo sui lavoratori, allontanati in caso di proteste o rimostranzeal momento dell’assunzione, è stata fatta sottoscrivere una lettera di dimissioni priva di data trattenuta dai datori di lavoro. Secondo la ricostruzione effettuata nell’indagine, coordinata dai pubblici ministeri, David Mancini e Roberta D’Avolio, i dipendenti venivano costretti a subire sforamenti sull’orario di lavoro previsto dalla legge, sacrificando riposo settimanale e ferie, irregolarità riscontrate persino in materia di sicurezza sul lavoro, in particolare per gli attestati dei corsi di formazione che i dipendenti avrebbero dovuto frequentare. Con riguardo agli emolumenti, è stata documentata la mancata corresponsione delle competenze accessorie, quali straordinario, accantonamento alla Cassa edile e assegni familiari. Per aggirare la normativa sul tracciamento dei flussi di denaro, ai dipendenti era stato imposto di attivare carte di credito/debito prepagate, che rimanevano nella esclusiva disponibilità del datore di lavoro, unitamente ai relativi codici Pin, che ritirava le somme presso uno sportello bancomat, decidendo poi di fatto quale esiguo importo versare realmente al dipendente.

Alcuni dei soggetti tratti in arresto dovranno rispondere anche del reato di estorsione aggravata, minacciavano dil licenziamento chi si lamentava dell’esigua somma ricevuta rispetto all’accredito in banca. Sarebbero state riscontrate contiguità di alcuni degli imprenditori con esponenti di rilievo della criminalità organizzata di matrice casalese. Elemento ulteriore emerso nell’indagine è  il fatto che le ditte individuate e monitorate operassero nella posizione, meno evidente, del subappalto per conto di altre società. Gli investigatori hanno approfondito ruoli e condotte, giungendo a ritenere che le ditte di riferimento, nel settore della ricostruzione, non solo fossero pienamente a conoscenza dell’operato degli imprenditori campani, ma che ne abbiano tratto immediato e diretto vantaggio, fino ad assumere formalmente, in alcuni casi, personale della ditta subappaltatrice che, di fatto, ne manteneva il diretto controllo. Per tale motivo oltre alle misure restrittive già citate, sono state emesse dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di L’Aquila, Giuseppe Romano Gargarella, per il medesimo reato di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, con l’aggravante della continuazione”, anche 5 misure cautelari interdittive di “divieto temporaneo di esercitare attività professionali o imprenditoriali”, ai sensi dell’art. 290 c.p.p., per la durata di mesi 6, nei confronti di altrettanti imprenditori titolari di quattro ditte, due collocate nella provincia dell’Aquila (T.D. classe 1953, T.D. classe 1976 e M.A. classe 1984), una in provincia di Chieti (D.G. classe 1966) ed una in provincia di Ascoli Piceno (D.G. classe 1962). Ai titolari delle ditte viene contestata, per il periodo dal 2013 al 2016, anche l’emissione di fatture per diverse centinaia di migliaia di euro relative ad operazioni inesistenti, in relazione al fittizio noleggio di mezzi e attrezzature, nonché all’effettuazione di lavori. Per due delle ditte coinvolte è scattata inoltre la “misura interdittiva Antimafia”, adottata dalla Prefettura di L’Aquila, alcuni mesi fa, in sede di accertamenti istruttori espletati per le iscrizioni nelle c.d. “white list” della ricostruzione post terremoto,  proprio in virtù dei citati collegamenti con personaggi legati alla criminalità organizzata dell’area casalese. Appare importante evidenziare con fiducia che a dare il via alle indagini, permettendo di fare luce sulle diverse condotte illecite che hanno portato al deferimento complessivo di 18 persone (in un’indagine avviata nel 2014 e protratta fino al 2016), sia stata anche la denuncia di alcuni lavoratori esasperati, che hanno trovato il coraggio di squarciare il muro dell’omertà a cui erano costretti.

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