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Uno bianca: permesso premio al giovane della banda. Le vittime scrivono a Mattarella

Banda Uno bianca agguato ai Carabinieri “Anche se provi a gettarteli alle spalle, a scrollarteli di dosso, incubi e paure tornano a straziarti la vita se in questo Paese capovolto la garanzia è solo per il carnefice a cui si concede un permesso premio per buona condotta perché pentito. Eppure di questo pentimento noi non abbiamo traccia” parla Vito Tocci, medaglia d’oro, carabiniere di Campo di Giove (Aq) ferito a Rimini, 26 anni fa, in un agguato di quelli della Uno bianca. Il permesso premio concesso al più giovane dei banditi della Uno bianca lascia interdetti e rassegnati: è l’Italia. Un permesso concesso nonostante la condanna definitiva all’ergastolo per i reati commessi, di una crudeltà inaudita, nonostante i 24 morti e i 101 feriti (alcuni con disabilità permanenti ancora in attesa di essere chiamati dalle Commissioni mediche per il riconoscimento dell’invalidità). Amarezza anche da Rosanna Zecchi, presidente dell’associazione delle vittime della Uno bianca: “Non è giusto. I nostri morti non ottengono i permessi premio”. Una lettera al presidente Sergio Mattarella e una iniziativa legislativa per scongiurare un trattamento premiale ai detenuti che si sono macchiati di delitti efferati, è la proposta dell’associazione delle Vittime che non si rassegnano nemmeno dinanzi alla notizia di una Procura della Repubblica che ha provato ad opporsi, invano, al permesso premio di 12 ore concesso, dicembre scorso dal giudice di sorveglianza, ad Alberto Savi il più giovane della Banda della Uno bianca, soprannominato il buono.

Immagine di copertina La diga civile

Repubblica Bologna Uno bianca permesso premio ad Alberto SaviTorna il dolore, la sofferenza, si apre un’altra piaga per le vittime e i loro familiari, per i colleghi e gli amici. Per Tocci che, saputo la notizia, è stato costretto a chiedere di nuovo aiuto al medico. Fa male il ricordo figuriamoci questa novità e non escludiamo che ce ne saranno altre. Assieme ai colleghi carabinieri Mino de Nittis e Marco Madama, Vito Tocci venne ferito dai banditi emiliani che spararono addosso ai militari una raffica interminabile di colpi. Per il permesso premio a Savi sono state presentate delle relazioni dagli operatori del carcere in cui Savi è detenuto che attesterebbero un percorso di pentimento cominciato da tempo e accompagnato dal lavoro. Sul premio al fratello minore di Roberto e Fabio Savi avrebbe fatto presa una lettera all’arcivescovo, di Bologna, Matteo Zuppi in cui il killer chiede perdono e si dichiara pentito. Pentimento? Savi non ha chiesto perdono alle vittime e se anche fosse, un perdono non sconta una condanna all’ergastolo, anzi 3. In Italia però non si sa mai! Difficile perdonare, ma è troppo facile confondere il perdono con un permesso premio che riacutizza un dolore poco comprensibile in una società tanto superficiale e ormai anestetizzata non solo dalla nebbia del tempo, ma dall’abuso di fiction e di parole come pentimento e buona condotta. Alberto Savi, ex poliziotto, ha 52 anni di cui 23 trascorsi in carcere e 7 passati nel commando che seminò terrore e morte in Emilia Romagna. Una pagina nera della storia italiana cui si aggiunge qualche altra singolare sfumatura per i 3 fratelli, 2 erano poliziotti e uccisero dei loro colleghi. “Al primo seguiranno altri  permessi?” la domanda è lecita e il solo pensiero turba i sopravvissuti e i familiari di chi non c’è più. Il pubblico ministero che coordinò le indagini sulla banda non ha ombra di dubbio: “Prima o poi, praticamente tutti i detenuti, con la normativa vigente e se tengono un corretto comportamento in carcere, possono fruire dei benefici di legge – il procuratore aggiunto di Bologna, Valter Giovannini, non può che porre allora un quesito. Ci sono reati talmente gravi da essere esclusi da qualsiasi beneficio? In caso di risposta affermativa l’unica strada percorribile è di rivedere la normativa vigente per individuare la gravità che esclude l’applicazione di una legislazione premiale. L’associazione Vittime Uno bianca presto avanzerà una proposta di revisione delle disposizioni sul permesso premio, ma in un Paese così capovolto chissà in quale cassetto si perderà l’iniziativa, a differenza della richiesta di perdono.

Vito Tocci

Vito Tocci

Il 53enne di Campo di Giove (Aq), come coordinatore dell’associazione Vittime della Uno bianca, annuncia una lettera al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per sottolineare la gravità dei reati della banda emiliana, per chiarire anche sul pentimento da parte di coloro che non hanno chiesto perdono alle vittime, per domandare sostegno e aiuto per le future iniziative. Tocci ricorda ancora un fatto inquietante capitato a Rimini nel corso di un processo alla banda di criminali: “Nel corso di un’udienza un componente della banda rispose ad una madre a cui avevano ammazzato il figlio: Signora ne faccia un altro di figlio – aggiunge Tocci – Non volevo assolutamente ricordare i crimini della banda della Uno Bianca, purtroppo oggi sono venuto a conoscenza del fatto che è stato concesso un permesso premio ad uno dei componenti della famigerata banda. Nonostante il parere negativo della Procura della Repubblica, mi chiedo perché il giudice di sorveglianza abbia concesso il permesso. Ho riportato numerose ferite d’arma da fuoco con ritenzione di proiettili in un agguato armato della banda era chiara l’intenzione di uccidere me i i miei colleghi. Per questo sono stato promotore e presidente dell’Associazione Vittime della Uno Bianca, assistendo moralmente tante altre persone e molti familiari delle vittime. Il gruppo criminale fece 24 uccisioni e 101 feriti, vi posso garantire che il mio animo combattente, come orgoglioso carabiniere, e proverà a sollevare la questione e a contattare politici e alte cariche dello Stato affinché s’intervenga a nostra difesa. Non si può dare un permesso a dei feroci criminali che, oltre ad avermi toccato psicologicamente, erano poliziotti che commettevano crimini nell’esercizio delle loro funzioni.

Agguato del 30 aprile 1991 Con Mino de Nittis e Marco Madama, Tocci, carabiniere originario di Campo di Giove rimane ferito in un’agguato dei sanguinari della Uno bianca. A ferirlo è una raffica di colpi sparati da un fucile calibro 12, arma conosciuta agli inquirenti perché usata, con altre pistole di grosso calibro e una mitraglietta (Beretta Sc 70 – in dotazione ai reparti speciali), per altri spietati delitti dei banditi. Per l’attentato di Rimini Tocci sconta ancora gravi conseguenze. Nei processi alla banda della uno bianca, solo 1 dei 3 non era poliziotto, sono stati tutti condannati all’ergastolo dai giudici dei tribunali di Rimini, Bologna e Pesaro. “In perlustrazione, alle ore 1.40 nella frazione Marebello di Rimini, dove allora prestavo servizio presso la stazione carabinieri di Miramare, la pattuglia da me capeggiata è caduta in un agguato, teso dalla banda della Uno bianca composta dai fratelli Salvi che aprirono il fuoco a distanza ravvicinatissima con la chiara intenzione di ucciderci con un fucile calibro 12, a canne mozze. Colpirono inizialmente il lunotto e il parabrezza dell’auto, cristallizzandolo, con l’intenzione di far sbandare l’auto di servizio. Avendo capito la gravita del fatto davo ordine al mio collega che era alla guida di accelerare e con la prontezza di riflessi, benché ferito, riusciva ad evitare il muro del sottopassaggio ferroviario che divideva le corsie di marcia. Veniva svolta questa manovra di accelerazione e sganciamento per uscire fuori dall’aria di tiro, la loro trappola mortale” evitò così un’altra strage dopo quella avvenuta 3 mesi prima, il 4 gennaio, al Pilastro dove i killer(s), anche 2 poliziotti spietati, uccisero 3 carabinieri oggi medaglia d’oro al Valor civile: Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini. “Al primo colpo sparato dai malviventi veniva dato subito l’allarme alla centrale operativa – racconta Tocci all’assemblea silenziosa – Imbracciavo subito l’arma in dotazione, una mitraglietta, in caso di una risposta al fuoco, ma una volta usciti dalla linea di tiro dei malviventi la banda si è dileguata – dall’agguato i carabinieri riportarono numerose ferite d’arma da fuoco, raggiunsero l’ospedale di Rimini per avere soccorso. Tocci tiene a ricordare che – la banda della Uno bianca è una organizzazione criminale operante in Italia, in particolare nella regione Emilia Romagna nel periodo dal 1987 al 1994 tra le attività criminose: rapine, ricatti, omicidi alle forze dell’ordine, incursione nei campi nomadi e tante vittime, persone inermi, provocando la morte di 24 persone, 102 feriti e 103 atti criminosi. La banda era composta da Roberto Savi, Fabio Savi detto il lungo, Alberto Savi il buono, questi ultimi poliziotti e Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Valicelli. I criminali della Uno bianca “sono stati tutti arrestati nel 1994 – ricorda il carabiniere campogiovese – dal magistrato Daniele Paci e dagli ispettori Costanza e Baglini del Commissariato di Rimini e i processi a carico della banda si sono conclusi nel 1996 con la condanna all’ergastolo”

Uno bianca e Falange armata: luci e ombre.  Per l’agguato di cui fu vittima, Tocci pronuncia anche le parole Falange armata riferendosi all’organizzazione eversiva che ha rivendicato le stragi di via D’Amelio, Capaci e dei Georgofili (stragi di Firenze, Roma e Milano del ’93) la cui sigla comparirebbe anche per i delitti del 1991. Le azioni criminali della banda emiliana si consumarono già negli anni ’80 e l’auto riempiva già le pagine di cronaca nel 1987. Così il carabinieri: “In questa storia di crimine, a distanza di anni molte questioni rimangono da chiarire come il ruolo delle rivendicazioni fatte dalla Falange armata, tutt’oggi ancora sconosciuto. Varie sono state le telefonate di rivendicazione anche nel fatto criminoso” ossia  l’agguato in cui è stato colpito Tocci

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“Falange armata nei crimini della Uno bianca” i dubbi del carabiniere vittima e medaglia d’oro

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