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La casta: i cittadini tirano la cinghia e in Regione tirano la corda

Anche per lui la fiaba moderna comincia così: “Se sarò eletto…” ed è tra i più pagati d’Italia, promette di ridursi lo stipendio per raggiungere un trattamento economico vicino a quello fissato per il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente (5 mila euro al mese), ma andando oltre lo scadere del secondo anno di mandato il presidente della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, percepisce ancora 13 mila 800 euro lordi al mese e non sembra davvero intenzionato a mantenere quella promessa, come tante altre. Non è una novità, ci mancherebbe. 

Aggiornamento in Abruzzo

Gli stipendi dei governatori ( foto Corsera da Chietitoday)

Gli stipendi dei governatori ( foto Corsera da Chietitoday)

Al suo fianco strapagati sono anche i presidenti della Regione Basilicata, Gianni Pittella, della Puglia – Michele Emiliano, della Calabria – Gerardo Mario Oliverio e Rosario Crocetta – Sicilia, che percepiscono quanto lui e come il presidente del Veneto, Luca Zaia non schierato però con il centro sinistro. Luciano D’Alfonso è il presidente di Regione più pagato in Italia, dietro al presidente della provincia di Borlzano, Arno Kompatscher, che si becca oltre 10 mila euro netti ogni 30 giorni circa. Per il governatore d’Abruzzo ci sono le indennità mensili, per un totale di 9 mila 300 euro (una di carica 6 mila 600, l’altra di funzione 2 mila 700 euro) e poi i rimborsi forfettari 4 mila 500 euro non tassabili, ma D’Alfonso tiene a dire che non li ha mai chiesti, sino ad ora. Li avrà mai ottenuti?  Il governatore D’Abruzzo prende più del suo premier Matteo Renzi che dichiara 9 mila 566,39 euro mensili. Il tetto massimo che il governo Monti fissò, 11 mila euro mensili, colpisce solo i consiglieri regionali così privilegiando, nemmeno a dirlo, i governatori con un tetto di 13 mila 800 euro. Lacrime e sangue, per chi?

Giaculatoria a formula fissa per il governatore abruzzese che promette di sfoltire gli stipendi dei suoi assessori regionali, ma non indica mai quando. “Luciano D’Alfonso in tutte le tribune elettorali della campagna 2014 ha annunciato che avrebbe ridotto la retribuzione dei consiglieri regionali a quella del sindaco del Comune capoluogo (L’Aquila, circa 5 mila euro lordi) – scrive in una nota Maurizio Acerbo del partito della Rifondazione comunista – Nessuno dei suoi alleati dichiarò contrarietà su questo punto programmatico. Sono passati 2 anni e mezzo senza che D’Alfonso e la sua maggioranza abbiano mosso un dito. D’Alfonso mette una pezza a colori annunciando una “grande riforma” per perdere tempo e vari esponenti della maggioranza hanno la faccia tosta di dichiararsi contrari al taglio delle indennità. Paolucci e De Nicola definiscono “demagogia” quello che era un impegno programmatico di D’Alfonso poi rilanciato anche da Renzi che lo ha inserito nella “riforma” costituzionale”. Accusano dunque di “demagogia” Renzi e D’Alfonso? Perchè Paolucci – che era nel 2014 il segretario regionale del Pd – non dissentì dal candidato presidente su un punto così importante del programma? Non ci sarebbe stato niente di male e gli elettori si sarebbero regolati. Gianni Chiodi in tutte le trasmissioni elettorali dichiarò apertamente di essere contrario a tagli che giudicava demagogici, ma lo fece prima del voto e probabilmente ha anche pagato un prezzo in termini di consenso. Il Pd e i suoi satelliti invece hanno assunto impegni e rimangiandoseli da due anni e mezzo si comportano da imbroglioni”.

Per concludere: “Chi approfitta della politica per guadagnare poltrone o prebende è un affarista, un disonesto” (Sandro Pertini).

 mariatrozzi77@gmail.com

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