Mari italiani: cimiteri di piattaforme stravecchie e non funzionanti che non vogliono smantellare

Roma. Impianti stravecchi, non eroganti e obsoleti, i mari italiani ne sono pieni e stanno diventando il cimitero delle piattaforme petrolifere, quasi la metà di quelle entro le 12 miglia marine hanno più di 40 anni e nessuna compagnia è intenzionata a smantellarle considerato che mancano anche i controlli, il Wwf comincia a chiarire certi aspetti davvero trascurati. “Il governo ha la maggiore responsabilità per aver portato l’Italia al referendum rispetto a una norma, sulla proroga delle concessioni delle piattaforme offshore, inserita all’ultimo momento nella Legge di stabilità 2016, in contrasto con la normativa comunitaria e che il Parlamento sarà obbligato a modificare con un prossimo intervento dell’Europa” sottolinea l’associazione ambientalista.

Piattaforme entro le 12 miglia obsolete Report-age.com 2016Riassumendo, hanno più di 40 anni, dunque inquinano di più,  ben 38 delle 88 piattaforme che interessano le 31 concessioni di estrazione e ricerca di petrolio e gas, ora a tempo indeterminato, ossia entro le 12 miglia marine. Di queste 31 concessioni, solo 17 erano coinvolte dal referendum anti trivelle, perché in scadenza tra il 2017 e il 2027, come garantiva anche la Fiom Cgil gli stessi operai impiegati negli impianti, nel caso avesse vinto il Sì al referendum del 17 aprile, sarebbero stati impiegati per smantellare le piattaforme. La vittoria del Sì non avrebbe minimamente interessato le altre 39 piattaforme, relative a 9 concessioni già scadute, che avrebbero comunque ottenuto la proroga, chiesta molto tempo prima dell’entrata in vigore della disciplina (1.1.2016). Con il quesito referendario si è provato a riordinare quanto sconbussolato dall’esecutivo italiano. Insomma, si demandava di ripristinare una scadenza per 17 concessioni riferite ad attività di estrazione e ricerca svolte a meno di 20 km dalla spiaggia. Avevano una durata limitata che però il governo ha cancellato con la Legge di stabilità 2016, con una disciplina che contrasta con la direttiva 94/22/Ce e con la direttiva Bolkenstein, la 2006/123/Ce. Concedere senza limiti di tempo lo sfruttamento di una risorsa pubblica non rispecchia di certo il mercato della libera concorrenza voluto dall’Europa. L’Italia a causa dei non voto, ma anche per l’invito all’astensione del premier supportato oggi anche dalla ministra Boschi, è prossima all’ennesima procedura d’infrazione. Come si dice: cornuti e mazziati. Saranno gli italiani a pagare le conseguenze dell’ennesima singolarità italiana, altre spese, con la Commissione europea sempre alle calcagna che cancellerà presto anche questa nuova anomalia del bel Paese. “Si è fatto di tutto per far fallire questo referendum – scrive in una nota il Wwf – Dal mancato Election day che accorpasse il voto sulle trivelle alle elezioni amministrative all’estrema politicizzazione della campagna referendaria, all’invito all’astensione”. Il quorum non è stato raggiunto, ma dalle urne emerge una richiesta al cambiamento delle politiche energetiche dell’Italia. “Ora ci auguriamo che il governo dimostri di aver compreso la richiesta di milioni e milioni di italiani cominciando a dare attuazione al green act fino ad oggi solo annunciato, predisponendo un piano energetico e climatico che manca all’Italia da troppo tempo, nonché la strategia di decarbonizzazione prevista dall’accordo Parigi – conclude l’associazione del Panda – Nonostante il quorum non sia stato raggiunto il Wwf, alla luce delle informazioni che sono emerse nel corso della campagna referendaria, continuerà ad occuparsi delle piattaforme petrolifere che sono disseminate nei nostri mari, a partire da quelle non operanti e quelle non eroganti: siamo determinati affinché i mari italiani non diventino il cimitero delle piattaforme petrolifere che nessuno vuole smantellare e ad esigere controlli veri ed adeguati”.

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