Concessioni petrolifere selvagge? Pronti a un’altra battaglia dopo il quesito referendario riammesso

La Corte di cassazione ha riammesso un quesito referendario che non è caduto con l’emendamento del Partito democratico. E’ salvo, del referendum anti trivelle, il quesito sul divieto di perforazioni entro le 12 miglia, ma per evitare concessioni e titoli minerari selvaggi, la strada da percorrere è irta di difficoltà. Dicevamo, non è tutto ora quello che luccica nelle modifiche introdotte dal governo italiano e approvate con la Legge di stabilità 2016, in vigore dal 1° gennaio scorso.

Dopo l’ordinanza della Cassazione dei 6 quesiti referendari proposti contro le estrazioni petrolifere, 3 sono stati soddisfatti con la Legge di stabilità 2016, per gli altri bisogna ingaggiare un’altra battaglia ambientalista. La Cassazione ha concluso ieri, con riguardo al referendum sul divieto delle attività petrolifere in mare entro le 12 miglia, che l’emendamento introdotto dal governo, nella Legge di stabilità (ex Finanziaria), elude la richiesta referendaria. Il Parlamento ha accettato di modificare la norma del Codice dell’ambiente che consentiva la conclusione dei procedimenti in corso, prevedendo che i permessi e le concessioni già rilasciati non avessero più scadenza e senza chiarire che i procedimenti in corso dovessero ritenersi definitivamente chiusi e non solo sospesi. Così la modifica governativa fa salvi permessi e concessioni già rilasciati e ne allunga arbitrariamente la durata. In pratica i procedimenti non hanno più scadenza e possono essere congelati in attesa di tempi più favorevoli per le compagnie petrolifere. Per questo, il Coordinamento nazionale No triv intende diffidare il ministero dello sviluppo economico a chiudere definitivamente tutti i procedimenti in corso sui progetti petroliferi ricadenti entro le 12 miglia marine.

Mario Mazzocca Foto Maria Trozzi Report-age.com 2014
Mario Mazzocca

“Il Parlamento ha modificato le norme su strategicità, indifferibilità ed urgenza delle attività petrolifere – spiega il sottosegretario alla presidenza della giunta regionale, Mario Mazzocca. Qualificandola come strategica, un’opera è sottoposta al dimezzamento dei termini processuali nei ricorsi e nelle procedure. Dunque una disciplina che non garantisce la corretta partecipazione degli enti territoriali ai lavori della conferenza di servizi per le autorizzazioni. “E’ stata cancellata anche l’assurda previsione del vincolo preordinato all’esproprio fin dalla fase della ricerca – chiarisce il sottosegretario regionale –  Il Parlamento, inoltre, ha eliminato le norme che consentivano al governo di sostituirsi alle Regioni in caso di mancato accordo sui progetti petroliferi”. Dunque oggi non è più possibile arrivare ad una decisione sulla realizzazione di nuovi pozzi senza aprire una trattativa con le Regioni.  Due quesiti restano ancora da soddisfare; rispetto ad essi c’è ancora spazio per promuovere un ricorso davanti alla Corte costituzionale: si tratta del quesito relativo alla durata dei permessi e delle concessioni e del quesito sul Piano delle aree. Per la durata dei titoli, la decisione della Cassazione è quanto meno contraddittoria e non pone rimedio all’elusione della proposta referendaria. Sul piano delle aree, invece, la Cassazione difficilmente poteva pronunciarsi diversamente: i promotori del referendum davano per scontato che il Piano delle aree fosse cosa buona e giusta perché dal 1927 ad oggi il rilascio dei permessi e delle concessioni è sempre avvenuto in modo selvaggio, senza  pianificazione. In Italia si può cercare ed estrarre praticamente ovunque, senza che si tenga conto del fatto che esistono aree interessate da agricoltura di pregio, aree di interesse naturalistico, aree fortemente antropizzate, e così via. Il piano avrebbe dovuto stabilire dove fosse possibile (e dove no) cercare ed estrarre. Lo Sblocca Italia prevedeva, tuttavia, che il piano dovesse essere elaborato dal ministero dello sviluppo economico con la partecipazione fittizia degli enti locali e delle regioni e che, in attesa dell’elaborazione del piano, fosse possibile rilasciare permessi e concessioni.

La proposta referendaria mirava a cancellare la partecipazione fittizia delle regioni e degli enti locali alla elaborazione del piano;  a vietare il rilascio di nuovi permessi e di nuove concessioni fino a quando non fosse stato adottato il piano. Il Parlamento ha soppresso la norma che prevedeva il Piano delle aree, facendo venir meno il quesito referendario relativo. Anche il sottosegretario considera urgente recuperare il quesito sul Piano delle aree promuovendo un conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale. Se quest’ultima lo ammetterà, vorrà dire che rivivranno le norme sulle quali era stato proposto il referendum. A quel punto, il referendum si potrà celebrare su 3 quesiti: mare, durata permessi e concessioni e Piano delle aree.

mariatrozzi77@gmail.com

Approfondimento

No Ombrina. L’ombra dell’emendamento governativo: sabotaggio ai referendum antitrivelle 16.12 2015

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