Kyterion. Giornalista accusata di agevolare il genero del boss detenuto a Sulmona

Crotone (Calabria). La ‘ndrangheta tentava di riavvicinare alla Calabria Giovanni Abramo, genero del boss Nicolino Grande Aracri, quando il parente era recluso nel carcere di Sulmona (Aq). Giovanni Abramo è stato condannato in primo e secondo grado per l’omicidio di Antonio Dragone. Totò Dragone, ex bidello 61enne venne assassinato in un agguato il 10 maggio 2004, era capo della cosca Arena-Dragone molto potente a Cutro, in provincia di Crotone, cosca rivale dei Grande Aracri. Con l’operazione Kyterion si farebbe luce anche sui mandanti dell’agguato ‘ndranghetista al vecchio boss Dragone. Gli arresti di oggi sono stati eseguiti dai carabinieri di Crotone e Catanzaro.

Carcere Report-age 2014

La giornalista Grazia Veloce è finita oggi agli arresti domiciliari, avrebbe offerto le proprie relazioni personali con ambienti ecclesiastici romani e ordini cavallereschi per risolvere quelle che la cosca definirebbe come delicate questioni di giustizia, per avvicinare il genero di Nicolino Grande Aracri, detenuto nel carcere ad alta sicurezza Peligno, alla Calabria. Altri professionisti avrebbero offerto denaro e favori per conto dell’organizzazione criminale mafiosa. In tutto sono 16 le persone arrestate oggi durante l’operazione Kyterion. I sedici presunti capi e gregari della cosca di Cutro sono accusati di associazione mafiosa, estorsione, usura e omicidio. E’ stato arrestato, con l’accusa di associazione mafiosa, anche l’avvocato Rocco Corda. Secondo la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, Corda avrebbe curato gli interessi della cosca di ‘ndrangheta Grande Aracri, in ragione della sua professione. Per conto della stessa cosca il legale avrebbe fornito intermediazioni creditizie in rilevanti operazioni economiche come investimenti finanziari e immobiliari anche all’estero e avrebbe anche portato all’esterno i messaggi di Nicolino Grande Aracri quanfo era già detenuto. Risulta indagata anche l’avvocata Lucia Stranieri, del foro di Roma. Il giudice per le indagini preliminari ha rigettato la richiesta di emissione della misura cautelare della procura per la Stranieri. In concorso con il fratello Benedetto Giovanni Stranieri, del foro di Taranto e coinvolto nella prima tranche dell’inchiesta, la professionista avrebbe travalicato il suo mandato e, pur non facendo parte dell’organizzazione criminale mafiosa, si sarebbe adoperata per fare da tramite tra i Grande Aracri e il fratello (che non aveva un mandato difensivo) per l’avvicinamento di soggetti gravitanti in ambienti giudiziari della Corte di Cassazione. La questione riguarda un ricorso in Cassazione contro una sentenza di condanna per Giovanni Abramo, genero del boss. La Corte aveva annullato la sentenza impugnata da Abramo che, a marzo 2013, era stato scarcerato. Il procuratore aggiunto di Catanzaro, Giovanni Bombardieri, in conferenza stampa con i giornalisti ha dichiarato oggi, a tal proposito, che: “Ci sono intercettazioni inquietanti, ma non sono emersi elementi per ritenere che ci sia stato effettivamente un intervento sulla Cassazione, per cui le parole degli avvocati potevano anche essere dovute a millanteria”.

Parte della vicenda era già emersa nell’inchiesta Aemilia. Nell’indagine della Procura di Bologna venne ricostruito il sistema di ramificazione della cosca nell’economia della provincia di Crotone, Catanzaro e dintorni. Nella prima fase di questa inchiesta sono stati 117 gli arrestati, sono risultate iscritte nel registro degli indagati 224 persone. Il 16 luglio 2015 sono state indagate altre 23 persone e a settembre i pubblici ministeri hanno chiesto il rinvio a giudizio per 219 persone definendo così i connotati del primo maxi processo per ‘ndrangheta in Emilia Romagna. All’epoca, la giornalista Veloce non era indagata. Oggi è agli arresti domiciliari perché, secondo l’accusa, avrebbe fatto da tramite tra la famiglia Grande Aracri e un monsignore della Diocesi di Roma, per far ottenere al genero del boss, Abramo, il trasferimento dal super carcere di Sulmona ad un istituto di pena calabrese, trasferimento che però non avvenne. L’alto prelato non è indagato.

Fonte Adnkronos

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