Deposito nazionale. Per Legambiente le scorie ad alta radioattività vanno spedite all’estero

Torino. Impossibile gestire nel lungo periodo le scorie ad alta attività, sia chiaro. Questo perché nel mondo non esiste un sistema in grado di mantenerle al sicuro sin tanto che diventino innocue. L’Italia deve trovare posto per 15 mila metri cubi di rifiuti nucleari che, anche dopo millenni, restano pericolosissimi. Per Legambiente vanno smaltiti all’estero, in un deposito internazionale perché l’Italia non è in grado di gestirli nemmeno temporaneamente. In verità, in tutto il Pianeta, il problema è lo stesso perché non esiste ancora una tecnologia in grado di garantire in sicurezza le scorie ad alta attività soprattutto se depositate permanentemente in un unico impianto. Lo scarica barile dello stoccaggio in un deposito internazionale non convince e importerebbe un grosso dispendio di risorse economiche per mantenerle all’estero nell’illusione che sia per sempre. Prevedere cosa sarà, tra 100 mila anni, del deposito di scorie ad alta attività è davvero un terno al lotto. Per Legambiente è allora urgente il distinguo tra stoccaggi di scorie nucleari, realizzando un deposito unico nazionale solo per i rifiuti a bassa e media radioattività, ossia 75 mila metri cubi di scorie che restano pericolose almeno 300 anni. Sono da aggiungere 1.000 metri cubi di combustibile ritrattato di ritorno da Francia e Gran Bretagna. 

Troppi ritardi e poca trasparenza sulla individuazione del deposito nazionale dei rifiuti fanno crescere i dubbi e le perplessità già avanzate, nemmeno un mese fa, dall’inchiesta di Report-age sulla possibile ubicazione delle scorie, unica secondo indiscrezioni, individuata a Nord. Si tratterebbe dunque di un deposito che raccoglierebbe tutti i rifiuti radioattivi inclusi quelli che richiedono diversi millenni per diventare innocui. Le preoccupazioni assalgono anche l’associazione ambientalista che interviene sull’argomento:“Nella partita della messa in sicurezza e dello smaltimento dei rifiuti radioattivi in Italia è necessario e urgente realizzare un deposito unico nazionale di un certo tipo che accolga solo scorie di bassa e media radioattività e non quelle ad alta radioattività. Quest’ultime non possono essere gestite in Italia, nemmeno temporaneamente, ma come prevede la direttiva europea possono essere, invece, accolte in un deposito internazionale a livello europeo” è l’appello che Legambiente ha lanciato da Torino, nell’assemblea annuale dell’Anci, durante il convegno Verso il deposito nazionale: sicurezza e benefici per il territorio nella gestione dei rifiuti radioattivio.

Dalla città del Lingotto Legambiente torna a ribadire anche l’importanza di avviare, al più presto, un percorso partecipato, trasparente e di condivisione territoriale per arrivare alla scelta di un sito dove realizzare il deposito: “Sul percorso avviato fino ad oggi che dovrà portare all’individuazione del sito siamo molto preoccupati perché c’è poca trasparenza, ci sono forti ritardi, non c’è certezza sui tempi e mancano controllo e garanzia – spiega Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente – Lo scorso gennaio la Sogin ha consegnato all’Ispra la Carta delle Aree Potenzialmente Idonee, la Cnapi. L’Ispra, dopo un’attenta analisi, ha inviato la sua valutazione ai ministeri competenti. Questi ultimi, dopo aver chiesto ulteriori approfondimenti tecnici a Ispra e Sogin sulla Cnapi, a fine agosto avrebbero dovuto comunicare la lista dei siti idonei a ospitare il deposito sui rifiuti nucleari pubblicando la Carta. Ma dai dicasteri non è arrivata mai nessuna risposta in merito, non c’è stato nessun dialogo con i territori ed, inoltre, e ad oggi non è ancora operativo l’Isin, l’ente di controllo che dovrebbe seguire con la Sogin la questione del deposito. Siamo, dunque, convinti che i troppi ritardi e la poca trasparenza che hanno caratterizzato fino ad ora questo lungo e complesso percorso, rischiano di far partire il tutto con il piede sbagliato. Per questo torniamo a ribadire l’urgenza di avviare un percorso trasparente, partecipato e condiviso che coinvolga i territori e le amministrazioni locali, ma che sia anche condotto e controllato da personalità di provata esperienza e competenza”.

Dopo la chiusura delle centrali nucleari, in Italia sono rimasti 90 mila metri cubi di scorie radioattive, di cui il 60% derivanti dallo smantellamento delle centrali nucleari e il restante 40% dalle attività medico industriali, che continueranno a produrre rifiuti radioattivi anche in futuro. I 15 mila metri cubi di scorie ad alta radioattività, secondo Legambiente, devono essere smaltite all’estero. L’associazione ambientalista ricorda che, ad oggi i rifiuti a bassa e media radioattività sono raccolti, seppur in maniera temporanea, in depositi spesso non idonei e a rischio come accade ad esempio a Saluggia, in provincia di Vercelli, in Piemonte, dove nel centro Eurex sono custoditi l’85% dei rifiuti nucleari italiani. L’impianto si trova sulle sponde della Dora Baltea, vicino alla confluenza di questa con il fiume Po, in una zona ad elevato rischio alluvionale, oltre tutto sopra le falde acquifere piemontesi. Sempre a Saluggia si stanno costruendo 2 nuovi grandi depositi “definiti temporanei”. Su La nuova Ecologia di ottobre un approfondimento sulle scorie radioattive d’Italia. mariatrozzi77@gmail.com

Approfondimento

Deposito nazionale scorie, Vicari: ‘Presto il governo indicherà dove’ 05.10.2015 Dossier Report-age.com

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