Deposito scorie, Vicari: ‘Presto il governo indicherà dove’

Il deposito unico dei rifiuti radioattivi potrebbe sorgere al Nord. Non più la competizione tra territori e Regioni annunciata dai vertici, si cambia ancora, per il sito con il contentino del parco tecnologico annesso (i posti di lavoro saranno forse 100) la scelta ricadrebbe su un solo territorio, a Nord dello stivale, probabilmente perché è il posto adatto a stoccare le scorie per millenni, qualche dubbio è inevitabile.

Foto National geographic.it
Foto National geographic

La possibile ubicazione è stata segnalata, a fine settembre, dal sottosegretario del ministero dello sviluppo economico, Simona Vicari: “A breve il Governo rivelerà l’esatta localizzazione del deposito unico nazionale. Posso dire che al Nord alcune località più di altre si stanno attrezzando per accoglierlo. Al di là della sindrome nimby, non dimentichiamo che il deposito nazionale è una grande opportunità di sviluppo che comporta anche vantaggi economici per la località che lo ospiterà” (fonti agenzia AskanetIl Foglietto.it). Nella grande opportunità di sviluppo dovranno trovare posto oltre 75 mila metri cubi di scorie di bassa e media attività che restano pericolose almeno 300 anni, per il 60% prodotti dalle attività di smantellamento degli impianti nucleari e per il 40% dalle attività di medicina nucleare, industriali e di ricerca e ancora. E ancora, per la grande opportunità di sviluppo si farà spazio, il deposito è unico, alla bellezza di 15 mila metri cubi di rifiuti nucleari ad alta attività, non bastano millenni per smaltirli e non c’è una tecnologia in grado di mantenerli al sicuro per tanto tempo ed è ancora  una grande opportunità di sviluppo 1.000 metri cubi di combustibile ritrattato di ritorno da Francia e Gran Bretagna. Solo dopo un Trattato internazionale, applicato in Italia nel 1993, sono stati  vietati gli sversamenti di rifiuti nucleari di bassa attività in mare, scorie da dimenticare?

La questione di un deposito unico nazionale di scorie nucleari si trascina da oltre 30 anni, tracce di tentativi sulla individuazione di un sito idoneo sono già segnalate dal 1989 quando l’Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente – divisione sicurezza e protezione, (Enea-disp)  cominciò la ricerca di un luogo in cui allocare il deposito nazionale per le scorie e l’ente produsse una black list in cui erano indicati solo 4 siti del demanio militare che possedevano, al tempo, i requisiti per poter essere convertiti in sito di stoccaggio per rifiuti radioattivi, lo studio collocò colle San Cosimo al IV posto, in ultima posizione, lo confermò nel 2007 il sottosegretario alla difesa Marco Veraschi. Una lista che non varrebbe più se è vero quanto è stato riferito al giornalista de Il Foglietto.it,  Enzo Boschi:
“Il 99% del territorio italiano è stato scartato in fase di istruttoria, assieme a un’intera regione, la Val d’Aosta. Dalla mappa dell’Italia sono state tolte lagune, zone protette, miniere, dighe, poligoni di tiro e tutte le aree con una delle seguenti caratteristiche: sismiche; soggette a frane o ad alluvioni; sopra i 700 metri di quota, sotto i 20 metri di quota; a meno di 5 chilometri dal mare; a meno di un chilometro da ferrovie o strade di grande importanza; vicino alle aree urbane; accanto ai fiumi”.
 
Il 10 luglio scorso però il Fatto quotidiano aveva pubblicato la notizia che per il deposito nazionale di scorie l’Ispra escludeva i sismologi, nella individuazione del sito ..di doman non c’è certezza, insegna Il trionfo di Bacco e Arianna, lirica di Lorenzo de’ Medici. l’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, è l’organo incaricato dello studio di dettaglio per la individuazione dei siti candidabili a ricevere anche, oltre 75 mila m³ di rifiuti radioattivi a bassa e media attività e supplisce alla prevista istituzione di un discutibile ispettorato di controllo, l’Isin, che dovrebbe monitorare l’operazione sul nucleare. Premesso, la Sogin, società di Stato, è la società per azioni, interamente finanziata dal ministero dell’economia e delle finanze con una tassa ricompresa nei costi fissi della bolletta elettrica, istituita per il decommissioning delle scorie, ma sino ad ora si è occupata solo di altro, prendendo anche commesse interessanti.
Deposito nucleare Report-age.com 2015Ispettorato di sicurezza nucleare. Sino ad ora sembra essere servito solo a rallentare le procedure di decommissioning delle  4 centrali italiane e della realizzazione del deposito nazionale. Perché rallentare? La Sogin è responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi. Per le scorie paghiamo, da tempo, la bellezza di 250 milioni di euro annui. Nel complesso, le operazioni di decontaminazione, smontaggio e rimozione delle strutture e delle componenti dei vecchi impianti nucleari, decommissioning, richiederebbe una decina di miliardi. La Sogin è gestita con soldi pubblici, ma è amministrata da privati (fonte). Naturalmente nella bolletta della luce è incluso anche il mantenimento della società di capitale che fino a quando non si occupa di nucleare, Sogin, si occupa di bonifiche siti contaminati, rifiuti e discariche, progetti di ogni genere anche di livello internazionale, ma libera di agire in ogni campo continua a prendere commesse di ogni genere anche se interamente finanziata dal ministero del tesoro per una mission, istitutiva, che ci si attarda ad attuare.

Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace: “La  decisione di far dipendere l’Isin (l’organo super parte che dovrebbe controllare la correttezza di tutta l’operazione) dal ministero dell’Ambiente e da quello dello Sviluppo economico crea un problema: il controllore (Isin) dipende dal controllato (il ministero dello Sviluppo economico). E’ una situazione che somiglia più a quella dell’Unione Sovietica di Cernobyl che a una democrazia europea”.

Un inutile Ispettorato di sicurezza nucleare? Le funzioni di Autorità di sicurezza nucleare e radioprotezione in Italia c’è già, recuperando il nomen dell’ente a cui è stato affidato il compito abbiamo: Enea-Disp poi divneuta Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente (Anpa) che contava su un intero dipartimento di rischio nucleare e radiologico, poi  Apat e oggi l’Ispra chiamata a supplire l’ispettorato sino alla sua costituzione, così come disposto da un recente atto governativo di riorganizzazione dell’Istituto superiore. A che servirebbe dunque l’ispettorato di controllo e dove si troverebbero gli esperti per questo organismo se i corsi di laurea in materia sono al contagocce? Solo uno all’Università di Pisa, a quanto pare. L’ispettorato sarà un altro carrozzone per gli amici degli amici, i soliti noti esperti di altro o pensionati corteggiati dalla Sogin?
Deposito geologico dei rifiuti nucleari ad alta attività.  La soluzione  geologica è la singolare novità che era stata esclusa in passato persino dal governo nazionale. E’ la scelta più criticabile perché i tempi di decadimento del materiale radioattivo ad alta attività sarebbero talmente lunghi da rendere il futuro anteriore imprevedibile e neppure immaginabile, parliamo di Ere. La soluzione, anche se più costosa, potrebbe essere l’Interim storage ovverosia un deposito provvisorio.
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(Fig.1)Prototipo di Cask, contenitore per rifiuti radioattivi ad alta attività, soluzione Interim storage Foto Trozzi © Contenitore per rifiuti radioattivi per la soluzione Interim Storage

Il deposito provvisorio di scorie ad alta attività. Per il momento non si riesce a progettare qualcosa di definitivo che conservi con sicurezza e per millenni di millenni i rifiuti nucleari ad alta attività, sono quelli che restano pericolosi per centinaia di migliaia di anni e da stoccare ne abbiamo circa 15 mila metri cubi, l’indirizzo operativo assunto dal governo nazionale considerava proprio un deposito provvisorio di scorie, anche perché sarebbe impossibile prevedere come reagirà la tecnologia di oggi a delle situazioni troppo lontane nel tempo degli umani. Provvisorio dunque, un impianto che potesse essere manutenuto e rimosso quando e se la tecnologia avesse trovato sistemi più evoluti per le scorie dure a morire o quando si arriva ad un certo grado di vetustà dell’istallazione e spuntano le prime crepe.  Un deposito provvisorio potrebbe essere frequentato con abiti normali, senza tute e scafandri. I rifiuti sarebbero stati depositati entro contenitori speciali, detti cask (Fig. 1), costosissimi, a doppia parete, composti di materiali resistenti che la tecnologia oggi contente di produrre. Il cask è stato collaudato per resistere, intatto, a condizioni estreme e a qualsivoglia tipo d’impatto: aereo, treno, artiglieria e missile.

In alcuni collaudi negli Stati uniti d’America il cask era fissato sul muso di una locomotiva che trainava una caterva di vagoni, lanciata a tutta velocità per schiantarsi contro una montagna. L’esperimento ripetuto più volte e in varie posizioni ha dato ottimi risultati. Un deposito simile però costa moltissimo perché i rifiuti devono essere compartimentati affinché nulla esca all’esterno dello stesso che nella versione originale misura circa 9 metri. Il cilindro dev’essere rimovibile, svuotabile, pulibile e soprattutto controllabile. Il tempo dell’interim storage fa riferimento a migliaia di generazioni, il provvisorio è un concetto relativo per le questioni nucleari, ma se si pensa che delle civiltà umane più antiche, come quella micenea (5 mila anni fa) non rimane praticamente nulla, una domanda sorge spontanea: come si può pensare a realizzare qualcosa che rimanga nel tempo e che per i prossimi cento, duecento, trecento millenni conservi – per sempre – in sicurezza le scorie ad alta attività.
In Svezia invece è stato messo in discussione l’uso di contenitori che sembravano dovessero durare per 100 mila anni ma che potrebbero essere un centinaio di volte più fragili di quanto si immaginasse.
I depositi di scorie nel mondo. Nel 1969 è stata aperta una grande discarica nucleare a La Manche, Francia del Nord. Ospita più di 500 metri cubi di materiale radioattivo proveniente dalle centrali nucleari. E’ stata chiusa nel 1994 e nel 2006 è stata individuata una contaminazione delle falde idriche.

Negli anni Sessanta, in Germania si è cominciato a lavorare per creare un deposito in formazione saline che sembrava offrire garanzie di sicurezza per il materiale radioattivo. Poi è stato scoperto che le infiltrazioni di acqua mettevano a rischio l’isolamento delle scorie nucleari. Attualmente si calcola che ci sia un ingresso di circa diecimila litri di acqua al giorno, il che ha costretto a rimuovere i 126 mila barili radioattivi che erano stati già collocati nel deposito stesso.

Gli Stati Uniti hanno speso più di 8 miliardi di dollari per un deposito geologico a Yucca Mountain, un centinaio di km a Nord di Las Vegas, ma l’Ua geological survey ha evidenziato una faglia sismica sotto il sito che ha suscitato seri dubbi sulla tenuta delle falde idriche. Il futuro della struttura è tutt’altro che chiaro.

A che punto è l’individuazione del sito in Italia. Il 2 gennaio 2015, la Sogin ha consegnato all’ Ispra la proposta di Carta delle aree potenzialmente idonee a ospitare il deposito. Il 13 marzo, l’Ispra ha presentato la sua relazione ai ministeri dello sviluppo economico e dell’ambiente. Il 16 aprile i due ministeri hanno rimandato il rapporto a Sogin e Ispra chiedendo approfondimenti tecnici riservati, nonostante i costosi spot in cui si gioca la carta della trasparenza ad oggi solo l’annuncio della Vicari riaccende l’attenzione sul deposito nazionale unico di scorie nucleari.

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