Piano Croato idrocarburi: a rischio 112 aree protette nel mare Adriatico. E’ deriva petrolifera

Pescara. Finisce sotto la lente d’ingrandimento ambientalista il Piano croato per la ricerca e la produzione di idrocarburi in mare Adriatico. Le osservazioni ambientaliste sono state presentate nel corso della Valutazione ambientale strategica transfrontaliera per contestare appena 3 pagine depositate che rappresenterebbero una sintesi del Programma degli interventi. Procedura per la quale le informazioni a disposizione non sembrano sufficienti e del tutto credibili, soprattutto le associazioni denunciano che nel piano del governo croato di trivellazione non si trascurino importanti aspetti di natura ambientale e sulla sicurezza delle specie marine e dell’uomo. Ai vicini di casa e anche al Bel Paese si rammenda poi di non aver mai prodotto un piano analogo da sottoporre a Vas per le decine di richieste di ricerca ed estrazione degli idrocarburi sullo stesso mare.  

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Dunque, le osservazioni di Wwf, Legambiente, Greenpeace e Marevivo arricchiscono la procedura di Valutazione ambientale strategica transfrontaliera del Piano del governo croato per la ricerca e la produzione di idrocarburi offshore (in mare aperto) esattamente nel mare Adriatico. Ad annunciarne la presentazione è il coordinamento No Petrolio – Sì Parco (costituito da Wwf, Legambiente, Fai, Italia Nostra, Lipu, Arci e Marevivo). Ci sono voluti 6 mesi, dall’avvio della procedura (dal 25 agosto 2014 al 26 febbraio 2015), perché l’Italia e la Croazia si mettessero d’accordo per fare una valutazione transfrontaliera, come chiede l’Europa, sul Piano/Programma di ricerca di idrocarburi in mare Adriatico preparato dal governo della Croazia. Un Piano che riguarda 29 aree (distribuite in circa 37 mila kmq) dove fare ricerca e trivellazioni. Le osservazioni si racchiudono in un documento di 70 pagine più 2 allegati (rispettivamente sulle aree protette e sui Siti di interesse comunitario e Zone di protezione speciale) e sono state inviate al ministero dell’ambiente e alle Regioni in questi giorni.

Secondo gli ambientalisti le informazioni fornite per la procedura Vas transfrontaliera non sarebbero sufficienti e credibili su un’operazione che minaccia il turismo, la pesca italiani e mette a rischio il patrimonio naturale di 112 aree protette dalle norme italiane e comunitarie, tra cui 6 aree marine protette (Riserva naturale marina di Miramare nel Golfo di Trieste, Riserva naturale marina delle Falesie di Duino, Riserva naturale marina della valle Cavanata, Riserva naturale marina della foce dell’Isonzo, Riserva naturale marina isole Tremiti, Area marina protetta Torre del Cerrano), 1 parco nazionale (Parco nazionale del Gargano), 10 parchi regionali (tra cui i parchi regionali del delta del Po di Veneto e Emilia Romagna, il Parco del Conero e il Parco palude e bosco di Rauccio, Parco costa Otranto – Santa Maria di Leuca – bosco Tricase), 31 riserve naturali statali e regionali, e 65 siti della rete Natura 2000 distribuiti nella fascia costiera e nelle acque territoriali italiane. “In primo luogo è stato sottolineato come sia stata depositata solo una sintesi di appena 3 pagine del Piano programma croato e come risulti comunque evidente che il Rapporto ambientale sia stato costruito a valle del Piano, in contrasto con quanto previsto dalla normativa comunitaria – denunciano in una nota gli ambientalisti – Una circostanza questa che, sommata alle carenze e omissioni del Rapporto ambientale sui sistemi ambientali coinvolti e sui possibili rischi per gli ecosistemi, porta a dire che la documentazione depositata non risponde a quanto richiesto dalla Direttiva Vas (Direttiva 2001/42/CE), ma nemmeno agli obblighi derivanti dalla Direttiva Habitat (92/43/Cee) che chiede la Valutazione di incidenza a tutela della rete Natura 2000. A rischio sono le attività economiche fondamentali per lo sviluppo della costa adriatica italiana quali il turismo e la pesca – rilevano le 4 associazioni – Le località costiere delle regioni del Nord Italia che si affacciano sull’Adriatico assorbono la metà delle presenze balneari e dei relativi consumi turistici nazionali (127 milioni 493 mila presenze l’anno in strutture ricettive ed abitazioni private) che generano 10 miliardi di euro in spese per beni e servizi l’anno (dati Unioncamere 2014). Per gli effetti sulla pesca, l’Adriatico è uno degli ecosistemi più produttivi del Mediterraneo e che l’inquinamento provocato dalle attività offshore mette a rischio specie ittiche di pregio, molluschi e crostacei: il Rapporto Goomex, una delle indagini più complete esistenti al mondo sugli impatti tossici delle attività petrolifere sui pesci, condotto nelle acque costiere dell’Alabama, conferma che, a causa degli scarti delle piattaforme petrolifere, le concentrazioni di mercurio riscontrate nei pesci sono 25 volte superiori alla norma”. Nelle Osservazioni delle associazioni ambientaliste si rileva che l’inquinamento atmosferico provocato dalle emissioni derivanti dalle attività di routine delle piattaforme offshore rischiano di far arrivare sui centri costieri italiani, nell’arco di 12 ore, emissioni inquinanti di ossidi di zolfo, di azoto e di gas climalteranti, come il metano e la CO2. “Nel caso di un oil spill, sversamento di petrolio, provocato da una salita veloce e incontrollata dei fluidi dai pozzi (blowout), le zone più colpite in inverno e primavera sarebbero le regioni italiane dell’Adriatico settentrionale e centrale, mentre in estate e autunno il rischio maggiore lo correrebbe l’Adriatico centrale – continuano gli ambientalisti – Incidenti che, al contrario di quanto sostengono i petrolieri, non sono così rari visto che a partire dal 1955 in tutto il mondo sono stati documentati 573 eventi dovuti a blowout (fonte Sintef Offhsore Blowout Database). Per non parlare degli sversamenti legati alle attività ordinarie anche in fase di ricerca di fluidi di perforazione e di acque di drenaggio oleose che mettono a rischio il plancton e tutte le specie marine – ricordano gli ambientalisti – Nella fase di ricerca sono elevati i pericoli per i pesci, ma soprattutto per i cetacei, con danni all’apparto uditivo e conseguenze fisiche anche letali, legati all’uso per la ricerca geosismica di airgun che provocano esplosioni di onde acustiche di forte potenza, obbligando le specie marine a risalite repentine con il rischio di emboli mortali, come confermato anche nel 2012 dall’istituto di ricerca del ministero dell’ambiente, dalle ricerche di Gianni Pavan, docente di bioacustica all’Università di Pavia  e come denunciato da una lettera inviata al presidente Usa Barack Obama firmata da 75 scienziati di fama internazionale di tutto il mondo (tra cui l’italiano Giuseppe Notarbartolo di Sciara). Nel Rapporto Ambientale presentato dal governo croato, infine, pur riconoscendo il potenziale pericolo derivante dagli tsunami, terremoti e altri fenomeni correlati, non viene presentata alcuna analisi di rischio, cosa che ancora una volta inficia la validità del Piano/Programma sottoposto a Vas transfrontaliera. Tra le mancanze più gravi sull’argomento si segnala che nella serie storica prodotta si prende in considerazione solo il modesto maremoto del 1979, che ha provocato comunque gravi danni in Montenegro e in Albania, mentre eventi ben più devastanti sono avvenuti nel 1511 nel Nord Est dell’Adriatico orientale e nel 1627 nella zona centro-sud dell’Adriatico occidentale; si omette che la microplacca Adriatica è stata identificata da studi recenti come zona attiva di collisione tettonica; non vengono prodotti studi approfonditi sui sistemi di faglie, dimenticando, ad esempio, che la faglia attiva di Tolmin Ijdria, nonostante si muova lentamente, ha generato un terremoto di Magnitudo 6.8 nel 1511.

L’ultima considerazione delle associazioni è rivolta al governo italiano che ha chiesto ed ottenuto la Vas transfrontaliera sul Piano di ricerca croato, ma non ha mai sottoposto ad una Vas complessiva le decine e decine di istanze e richieste di ricerca ed estrazione che ormai riguardano il mare italiano. “Si tratta di un ulteriore elemento che giustifica l’opposizione alla deriva petrolifera che sta colpendo l’Abruzzo e l’Italia tutta” concludono gli ambientalisti. mariatrozzi77@gmail.com

Il gruppo di lavoro che ha prodotto le Osservazioni degli ambientalisti ha visto il contributo volontario di 12 tra docenti universitari ed esperti delle associazioni nelle varie materie: Stefano Lenzi, responsabile Ufficio relazioni istituzionali Wwf Italia (coordinamento e editing osservazioni); Luigi Agresti, Area Rete e Oasi Wwf Italia; Fabrizia Arduini, Wwf Abruzzo; Lelio Del Re, esperto pesca; Piero Di Carlo, Università degli studi dell’Aquila; Carmelo Fanizza, biologo marino; Roberto Furlani, responsabile Turismo Wwf Italia; Gigi Ghedin, responsabile banca dati territoriali e GIS Wwf Italia; Alessandro Giannì, direttore campagne Greenpeace Italia; Anna Giordano, responsabile Policy Rete Natura 2000 Wef Italia; Loredana Pompilio, Università degli studi di Chieti/Pescara; Francesco Stoppa, International seismic safety organization (Isso) e Università degli studi di Chieti/Pescara; Maria Rosa Vittadini, Iuav; Giorgio Zampetti, responsabile scientifico Legambiente nazionale.

Documenti prodotti dal gruppo di lavoro e sintesi del Piano croato per la Vas transfrontaliera

Quello degli ambientalisti è stato un lavoro colossale, considerato poi  che del Piano/Programma croato è stata elaborata dal Governo dei nostri vicini di casa, purtroppo, solo una sintesi e dunque le associazioni ecologiste hanno dovuto fare doppia fatica per individuare e studiare gli spazi impegnati dalle trivelle e le aree complessivamente coinvolte, direttamente e indirettamente, dall’attività di ricerca e produzione di idrocarburi. Di seguito le Osservazioni, gli allegati e la sintesi che interessano la Procedura Vas transfrontaliera in itinere

Osservazioni Associazioni Ambientaliste Procedura Vas Transfrontaliera 

Allegato 1 Aree protette

Allegato 2 Rete Natura Versante Adriatico Italiano

Sintesi non tecnica

A Strategic Study of the Likely Significant Environmental Impact of the Framework Plan and Programme of exploration and production of hydrocarbons in the Adriatic

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3 pensieri riguardo “Piano Croato idrocarburi: a rischio 112 aree protette nel mare Adriatico. E’ deriva petrolifera

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