Trip a Bussi Officine: nella discarica dei veleni tra le più grandi d’Europa

Il dossier realizzato da Maria Trozzi è frutto di una paziente ricerca sul caso della discarica dei veleni tra le più grandi d’Europa. Il lavoro è in continuo aggiornato. Per chi attinge è il minimo indicare l’autrice e  il blog Report-age.com collegandosi a questa pagina senza alterazioni del contenuto. Aggiornamenti 20172016. Di cuore si ringrazia G. D. di Popoli (Pe) per a collaborazione.

Bussi sul Tirino (Pe). Una bolgia chimica è la discarica di Bussi, le fosse rimpinzate di rifiuti tossici tra i monti Schiena d’Asino, Pietra Spaccata e Castelluccio, attorno alla cittadina, raccolgono l’immondezzaio chimico tra i più grandi d’Europa. Dalla discarica Tremonti, sotto i viadotti dell’autostrada dei Parchi, parte il trip, un viaggio che sul finire del secolo scorso non era nemmeno immaginabile, oggi invece è possibile.

Bussi discariche Montedison Foto Trozzi Report-age.com 2014
Discariche 2A, 2B. Ft Trozzi Produzione riservata

Processo Bussi. Per il procedimento penale 12/06 (così iscritto nel Registro generale delle notizie di reato),  mantenuto a Chieti, perchè a Pescara non si è potuto celebrare, la Corte d’assise manda assolti i 19 imputati, 10 dei quali saranno condannati in secondo grado per disastro colposo aggravato dalla Corte d’assise d’appello dell’Aquila, chiamati a rispondere dei reati di avvelenamento delle acque e, secondo capo d’accusa, disastro ambientale. Per quest’ultimo la Corte d’assise di Chieti derubrica il reato da doloso (volontario) a colposo (negligenza o imperizia) e ne consegue la sopraggiunta prescrizione (motivazioni processo Bussi I grado di giudizio).

Prima del secondo grado, il ricorso in Cassazione chiesto dai pubblici ministeri, Anna Rita Mantini e Giuseppe Bellelli, per l’annullamento della sentenza di primo grado per difetto di motivazione sulla derubricazione. I 19 imputati, dipendenti Montedison, sono tecnici, amministratori ed ex dirigenti vengono tutti assolti nella prima fase di giudizio. Le discariche vengono scoperte ufficialmente a Bussi sul Tirino (Pescara) nel 2007, la più pericolosa delle 3 è la Tremonti che, febbraio 2016, è ancora, in parte in ammollo nelle acque, il problema principale è per la falda.

A 5 mesi dalla sentenza del processo Bussi inquietano le rivelazioni de Il Fatto quotidiano che pubblica, con richiamo in prima pagina, un servizio giornalistico sulle presunte pressioni che avrebbero subito almeno 2 dei 6 giudici popolari chiamati a decidere sulle accuse d’inquinamento delle acque mosse ai 19 imputati tra dipendenti e professionisti della Montedison (prima  assolti per il reato di inquinamento delle acque, 10 di loro condannati per disastro colposo aggravato). A parlare sarebbero proprio 2 giudici popolari che hanno partecipato alla decisione sull’assoluzione dei giudicati. Dopo le prime assoluzioni e i fatti emersi dall’inchiesta le associazioni ambientaliste (Wwf e Forum H2O) presentano un esposto alla Procura di Campobasso e Legambiente ribadisce l’importanza della legge sugli Ecoreati.

I ricorsi sulla vicenda Bussi. Sono i pubblici ministeri Giuseppe Bellelli e Anna Rita Mantini  a presentare ricorso, in Cassazione, per chiedere l’annullamento con rinvio della sentenza, con riferimento a tutti gli imputati, ad eccezione di Maurizio Piazzardi, per il quale anche l’accusa, in primo grado, ha chiesto l’assoluzione. Così  il 18 marzo 2016 i giudici stabiliscono che i ricorsi vadano affrontati, non per saltum alla Corte suprema, ma dai giudici di secondo grado. La Cassazione però dispone che gli atti siano trasmessi alla Corte d’assise d’appello dell’Aquila. Gli ermellini della prima sezione penale della Corte suprema decidono di rimettere sui binari ordinari il procedimento giudiziario relativo alla discarica dei veleni di Bussi sul Tirino.

Bussi bis, altro schiaffo. Intanto, sulla mega discarica dei veleni, il 22 dicembre 2015 si replica con un’altra sentenza. Il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Pescara, Maria Carla Sacco, assolve dalle accuse l’ex presidente dell’Aca, Bruno Catena e decide per la derubricazione del reato di distribuzione di acqua avvelenata, da doloso a colposo, per gli altri imputati, reato così prescritto per Giorgio D’Ambrosio, ai tempi dell’inquinamento delle acque presidente dell’Ato, Bartolomeo Di Giovanni, direttore generale Aca, Lorenzo Livello, direttore tecnico dell’Aca spa, Roberto Rongione, responsabile del Servizio Sian della Asl di Pescara.

La storia. Dal 1970 al 1971 il Comune di Bussi e la Provincia di Pescara informano la Montedison, società che gestisce il polo chimico di Bussi, che non era più possibile versare nel fiume i residui di lavorazione e tra le soluzioni proposte dall’azienda, Regione, Provincia e Comune accolgono la proposta di interrare i clorometani pesanti e i residui di piombo delle lavorazioni nel sito, così spiega alla Commissione bicamerale d’inchiesta per gli illeciti sui rifiuti il sindaco di Bussi Salvatore La Gatta.

Le discariche. La discarica Tremonti, nel 1974 è già al 75% di capienza, ma si sarebbe formata con gli sversamenti eseguiti già negli anni ’60 e 70′. La saturazione sarebbe stata raggiunta nel 1983 e così sarebbero state autorizzate altre discariche nel sito, le 2A e 2B, interramenti risalenti probabilmente ai primi anni Ottanta. La 2A raccoglie residui inerti occupando un’area di circa 12 mila m² e, nella seconda discarica, la 2B, si accumulano rifiuti speciali industriali, grande circa 8 mila m². Entrambe risultano contenere rifiuti diversi da quelli autorizzati e prive di qualsiasi opera di copertura e di messa in sicurezza. Stessa condizione, a monte dello stabilimento, per la terza discarica abusiva, in prossimità di quelle autorizzate, che impegna 35 mila m² di terreno in cui i rifiuti sono stati scaricati direttamente sul suolo e senza alcun sistema di impermeabilizzazione, contenimento e copertura. Proprio questa discarica, la Tremonti ha esposto ed espone, tutt’oggi, a enormi rischi centinaia di persone della val Pescara.

Un silos per svuotare la Tremonti. Un sito industriale, chiamato SR1, sarebbe stato costruito per gli scarti della produzione chimica. Lo rivela alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, il sindaco La Gatta. Il silos divenne operativo nel 1972, in base ad un atto segnalato proprio dal primo cittadino: “Vi informiamo che l’impianto per lo stoccaggio dei clorometani pesanti è regolarmente in funzione dal giorno 24. È pertanto venuto a cessare il procedimento di interramento dei residui pesanti dei clorometani”. Il silos fu costruito per lo stoccaggio dei residui di lavorazione che sino ad allora erano stati interrati nella discarica Tremonti assieme al piombo, doveva essere una discarica provvisoria a ridosso del fiume Pescara. Nel 1991 la Regione Abruzzo scrive alla Provincia di Pescara: “Voi avete un problema serio sul territorio, perché sono stati interrati dei rifiuti pericolosi a ridosso del fiume Pescara”. Secondo La Gatta: “Dal 1991 al 2007, quando è stata scoperta questa discarica (Tremonti ndr), non è stata messa in opera nessuna azione per dissotterrare questi residui” cosiddetti pesanti, ovvero i rifiuti più pericolosi. Il sindaco di Bussi riferisce che, nonostante la previsione, è mancata una impermeabilizzazione delle fosse avvelenate. I rifiuti tossici non sono stati mai più spostati dalla Tremonti (marzo 2017).

Salvatore La Gatta http://www.notiziedabruzzo.it/documenti/images/politica-abruzzo_la-gatta-siamo-le-prime-vittime-della-discarica-di-bussi.jpg
Salvatore La Gatta

Il tassello mancante. In un programma di intrattenimento si discute di Bussi, il canale del digitale terrestre fa capo alla emittente televisiva locale (Tv6). Tra i 3 invitati anche il primo cittadino di Bussi sul Tirino, Salvatore La Gatta, informa la comunità tutta dell’esistenza di una mappa in cui sarebbero indicate 9 buche che sarebbero state impegnate per scaricare i pesanti, nell’area TremontiInsomma per La Gatta basterebbe una ruspa per rimuovere gli inquinanti abbancati nelle 9 fosse e che pur avendo consegnato la mappa alla presidente della Camera, Laura Boldrini, durante la visita istituzionale nella discarica dei veleni, a metà luglio del 2015, nessuno ancora si sarebbe mosso per un intervento con le ruspe sulle aree indicate che a detta del sindaco in tv ancora non avrebbero contaminato.

Tremonti a bagno nel fiume Pescara. Premessa, è dimostrato che i rifiuti tossici del polo chimico di Bussi vennero scaricati, per molti anni, nel Tirino perché, ai tempi in cui la legge Merli non lo vietava, si poteva sversare rispettando certi limiti. Il fiume attraversa il sito industriale. É il primo esempio in Italia di corso d’acqua privatizzato e prestato interamente all’industria chimica. Nel 1922 il Tirino scorreva al centro della fabbrica, ma con una salva di mine il corso venne deviato ad Est, nell’attuale canale. Comunque, le acque del Tirino confluiscono, appena dopo, sul fiume Pescara e i veleni scaricati nel canale avrebbero viaggiato per 1/4 di secolo sul fiume della val Pescara, sino al punto in cui attingevano i 5 pozzi Sant’Angelo realizzati, a quanto pare, nel 1982 in prossimità della discarica Tremonti per rafforzare le capacità dell’acquedotto Giardino e dell’acqua proveniente da Capo Pescara. Nei pozzi Sant’Angelo si miscelavano i residui tossici con l’acqua purissima dell’acquedotto Giardino, per uso domestico, a servizio dunque di 700 mila persone residenti in valle. I pozzi Sant’Angelo vennero chiusi 25 anni dopo la loro fondazione perché inquinati da clorometani, contaminazione che per un tecnico di laboratorio della Montedison, operativo nell’azienda dal 1968 al 2002, non sarebbe determinata dalla discarica Tremonti e dalle altre i cui veleni interrati potrebbero aver raggiunto le falde, ma solo dall’impianto di produzione dei clorometani in funzione, sino al 2006, nel polo chimico Montedison (Ausimont, oggi Edison). Un tempo la società scaricava proprio quei residui di lavorazione nelle acque del Tirino, direttamente, perché per certi quantitativi la legge (Merli, la n. 319 del 1976) consentiva, ma verificare che fosse davvero tutto nei limiti (1000 microgrammi/litro) non è semplice. Tuttora però l’inquinamento nel fiume resta e non si tratterebbe solo di clorometani, ma l’ex dipendente Montedison parla di batteri e mostra dei dati recuperati non si sa come. La Corte d’appello in giudizio conferma che vi è stato avvelenamento delle acque dalle lavorazioni del Polo chimico, altro che!

Nel Tirino finiscono ancora gli scarichi delle officine di Bussi e confluiscono nelle fogne anche le acque industriali delle attuali lavorazioni, il collettore fognario sbocca sul Tirino e ancora sboccano in questo fiume le acque del sottosuolo del sito trattate con dei filtri a carbone.

Perizia del 1992 sui pozzi Sant’Angelo. Al direttore tecnico dell’Arta, Giovanni Damiani, il deputato pentastellato, Stefano Vignaroli, della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti chiede se – risulta una relazione per conto di Montedison in cui veniva certificato che nel 1992 già si sapeva che l’acqua di questi pozzi era inquinata. Mi domando perché non si sia intervenuti, visto che quei pozzi sono poi stati chiusi nel 2007“. Sulla perizia del 1992 il direttore Arta riferisce che non è una perizia rivolta a Montedison. ”Esiste un certificato di analisi – oggi si chiama rapporto di prova, precisa Damiani  – che nel 1992 diceva, credo alla Cassa per il Mezzogiorno che stava realizzando gli 8 pozzi in località Sant’Angelo, che c’era la presenza di solventi clorurati. Poiché questa non era un’analisi di controllo, ma un’analisi per privati, noi non abbiamo saputo in quale pozzo il campione sia stato preso, dove e come. Era un campione in cui è stato detto che ci fossero solventi clorurati. Non c’era neanche l’Agenzia: parliamo del 1992” in verità i pozzi Sant’Angelo sono 5 e vennero realizzati nel 1982 e chiusi nel 2007.

Agli atti del processo penale, in Corte d’assise a Chieti, c’è anche un lettera del 1972 di Giovanni Contratti che, oltre 40 anni fa, era assessore comunale (Igiene e sanità) di Bussi e chiedeva ai vertici Montedison di rimuovere i rifiuti tossici interrati nel sito di Bussi perché costituivano un pericolo d’inquinamento concreto per le falde acquifere dell’acquedotto Giardino. Il disastro è stato scoperto oltre 30 anni dopo (8 anni fa) e 20 anni prima venivano realizzati i 5 pozzi (Sant’Angelo) a valle della discarica Tremonti sul limitare del fiume Pescara. L’acqua di questi pozzi arricchiva quella purissima dell’acquedotto Giardino. Nel 2007 sono stati chiusi. Il Sito d’interesse nazionale per la bonifica (Sin) è purtroppo ancora una pistola fumante. Il Sir, regionale, da Scafa arriva sino a Pescara.

Trascorrono 10 anni in emergenza commissariale, ma è il nulla assoluto sulla bonifica, soprattutto per la discarica Tremonti che è stata abbandonata a sé stessa. A dicembre 2015 finalmente si dispone per la conclusione del commissariamento del Sin Bussi: fine giugno 2016. Questo grazie all’emendamento Castricone inserito nella Legge di stabilità 2016 del deputato Antonio Castricone (Partito democratico) che chiede di far cessare la situazione commissariale affinché il ministero dell’ambiente e la Regione possano tornare a gestire efficacemente gli stanziamenti, meno di 50 milioni di euro, prima tranche dell’importo da impegnare per la bonifica del Sin Bussi.

Il commissario Adriano Goio (Trento 1936 – Trento 31.03.2016) viene inviato in val Pescara dal governo Berlusconi su richiesta e segnalazione nominativa di Ottaviano Del Turco, 10 anni fa presidente della VIII legislatura della Regione Abruzzo (arrestato durante il suo mandato e condannato per tangenti a dicembre 2006). Goio dal 2006 è commissario per il risanamento del fiume Aterno-Pescara. Viene nominato con ordinanza del Consiglio dei ministri il 9 marzo 2006, dunque prima della scoperta dell’avvelenamento delle acque e della mega discarica Tremonti (2007). Con ulteriori provvedimenti il commissario Goio viene investito, ma un anno più tardi nel 2007, del compito di risolvere la situazione d’emergenza con interventi di messa in sicurezza e bonifica “con poteri straordinari, autorizzato a poter agire al di fuori delle leggi vigenti per il raggiungimento rapido dello scopo”. La bonifica resta inesistente per 10 anni dalla sua nomina, a parte qualche piccolo intervento.

Report-age.com 2015
Bussi (Pe). Polo chimico, fiumi Tirino e Pescara

Sappiamo ben poco delle produzioni chimiche delle officine, dell’impianto Elettro cloro soda (Ecs), del Parco ferro dove si produceva la Trielina, delle centrali elettriche e della Turbogas. Conosciamo appena i processi di produzione avviati, più di un secolo fa, per ottenere nuove sostanze da commercializzare attraverso la trasformazione di molecole in soluzioni acquose con l’energia elettrica. Oltre all’Alluminio e al Carbone, ai detonanti e alla Bauxite esausta, molto altro si lavorava a Bussi.

La storia del sito è costellata da successi e gravi incidenti, sottaciuti quando possibile. Alcuni brevetti sono nati proprio in quello stabilimento e hanno garantito ricchezza all’industria chimica italiana. L’Idrogeno prodotto a Bussi permise al dirigibile Norge di raggiungere il Polo Nord. Ancora oggi riecheggiano nella val Pescara nomi altisonanti della chimica italiana che conta come Guido Donegani e Giacomo Fauser. La cortina di fumo che circondava le produzioni militari, dalla prima alla seconda guerra mondiale, oggi sembra dipanarsi e così, un tempo cancellate persino dalle cartine, le officine di Bussi finalmente riemergono e compaiono nell’elenco delle fabbriche segrete dei gas del duce Mussolini. Non sono più solo fantasie di menti malate, i documenti recuperati nell’Archivio dell’ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito non lasciano scampo e ombra di dubbio, l’importanza strategica del sito di Bussi perla produzione di gas irritanti, sia per la collocazione geografica che per la perizia delle maestranze, fece sì che proprio in val Pescara si producessero, a metà degli anni Trenta, decine di tonnellate di aggressivi chimici. Oggi purtroppo sono tornati di moda con i bombardamenti in Siria e se qualcosa a Bussi è rimasto di quelle vecchie produzioni è difficile tracciare la rotta per capire che fine hanno fatto.

Figura 1. Bussi area Ferro e manganesio arretramento dal Sin 15.3.2015
Fig. 1 Bussi area ferro e manganese arretramento dal Sin 15.3.2015

Le gole profonde dei 3 monti confondono il sito industriale, nel 2015 il Comune di Bussi era disponibile ad acquistare le aree del polo chimico. Un errore clamoroso anche perché se per legge è il proprietario del sito inquinato il responsabile per la bonifica, la firma del sindaco all’acquisto del sito è una condanna a morte per la comunità che assolverebbe in anticipo la Solvay, proprietaria del sito ancora nel 2016, da eventuali responsabilità per la bonifica. Oggi il colosso Todisco ha preso le redini del Polo chimico (dal 22 agosto 2016) mentre la società bresciana dell’imprenditore Filippi opera fuori le mura, nella nuova area industriale del comune. Lo spettro del  tombamento dei rifiuti tossici aleggia da decenni nell’aria perché ogni volta che non ci sono più commesse sulle linee di produzione attive, in molti casi si sono sovrapposti fabbricati a fabbricati e poi altre attività poco redditizie a quelle preesistenti che hanno sommerso e coperto l’inquinamento vecchio, per non dire antico. Cosa è rimasto nel terreno non è più un mistero, la caratterizzazione avviata rivela già molto per ricostruire parte della storia delle produzioni del polo chimico. 

Nella conferenza di servizi, febbraio 2015 svolta al ministero dell’ambiente, per Bussi si punta ad ottenere la riperimetrazione del Sin, istituito dal ministero dell’ambiente, che da Bussi si allunga sino alla diga di Alanno (inclusa) e raccoglie gran parte della val Pescara. Più a valle, fino a Chieti-Scalo, è stato perimetrato anche un Sito di bonifica d’interesse regionale (Sir) per la stessa ragione, la bonifica. La richiesta di ridefinizione del Sin di Bussi, ottenuta con la Conferenza di servizi del 20 giugno 2016, affranca alcune aree che non risultano inquinate, dove si intende procedere alla reindustrializzazione o riqualificazione industriale, assegnate alla farmaceutica Filippi. Dalla parte di Popoli (Pe) alcuni terreni sarebbero ancora da caratterizzare. Si è chiesto dunque di ridurre il perimetro del Sin, in direzione Bussi, arretrandolo quasi a lambire le discariche 2A e 2B (Figura 1) dove sono stati stoccati, dagli anni Ottanta, inerti e altri materiali di scarto, rifiuti speciali del sito industriale. Così si vorrebbe ottenere di allargare il Sin sulla risorgiva di bosco Marrama nel Comune di Popoli (Fig. 2), ma la richiesta dell’amministrazione popolese è arenata tra le secche della Regione Abruzzo, ente territoriale competente a chiedere una ridefinizione del perimetro del Sin, ma che sembra soffrire di amnesie.

Caratterizzazione. L’Agenzia regionale per la tutela dell’ambiente (Arta) ha validato, per l’80% dei terreni, le analisi di caratterizzazione effettuate da Solvay. Per il restante 20% (le aree dismesse interne al sito industriale) però non si raggiunge facilmente un’intesa sulle modalità di analisi e di prelievo dei campioni, viste le macroscopiche differenze dei dati ottenuti dalle analisi dell’agenzia regionali e da quelli dell’azienda operativa nel sito. Le prescrizioni e le osservazioni formulate il 6 febbraio sono legate anche alle analisi non validate che ad agosto 2015 spariscono dagli atti. A settembre, infatti, nella Conferenza di servizi convocata e presieduta dal ministero dell’ambiente si approvano le determinazioni sulla caratterizzazione della conferenza di febbraio, il 20% che non va viene quasi dimenticato. Già da allora il Comune di Bussi intende acquistare il sito inquinato, a busta chiusa, per assegnarlo in gestione alla farmaceutica Filippi. Con l’andare del tempo le cose cambiano e i primi di marzo 2017 i tecnici Arta riescono ad entrate nella discarica Tremonti interdetta ai sopralluoghi per tutto il tempo del commissariamento. Le analisi vanno integrate, quanto fatto non viene buttato, ma del Piano di caratterizzazione di Goio rimane poco, viene persino rigettato dalla Corte che sta per giudicare i 19 imputati in appello. Con la condanna dei 10 professionisti Montedison in appello, per disastro colposo aggravato e partendo dal riconoscimento dell’avvelenamento delle acque, l’erede Edison è chiamata a corrispondere quanto già speso per gli interventi di capping e le paratie installate sulla discarica Tremonti quella che il sindaco La Gatta ritiene di poter liberare con una ruspa.


L’arretramento del Sin consente di liberare oltre 1 ettaro e mezzo di terreno (1,6 ha) per cominciare ad immaginare un futuro e una rivalutazione industriale dell’area. Le discariche 2A e 2B sono incluse nel progetto di bonifica del commissario governativo Goio. Il sito industriale si raccoglie in circa 10 ettari di terreno ed è in parte interessato dalle produzioni Solvay, sino al 2006. Sarebbero necessari 7 miliardi di euro per la bonifica completa del Sin e della discarica Tremonti, a detta dell’Ispra, L’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, almeno così è scritto in una perizia prodotta, nel processo in Corte d’Assise, dall’Istituto.


Ferro e magnesio (Figura 1). Le  analisi sul terreno risparmiato dal Sin sono confermate, i risultati documentano alti valori di Ferro e Magnesio che non sarebbero conseguenza delle attività del polo chimico. In breve, il terreno sottratto al Sin è argilloso e ciò spiegherebbe le elevate quantità di metalli come ferro e magnesio che, in terreni con argilla sarebbero concentrazione più che giustificate. Sull’altro versante del Sin è stato chiesto invece di stirare i confini più a Sud-Est per ricomprendere una fascia di vegetazione che lambisce l’area inquinata di fronte la mega discarica Tremonti messa in sicurezza dal commissario Goio che, anticipando a Edison, ha impegnato una quota dei 50 milioni di euro (primo lotto di fondi pubblici destinati alla messa in sicurezza e bonifica del sito per finalità di reindustrializzazione) per un preliminare intervento di  capping. La Edison ha restituito quanto anticipato dal commissario governativo, ma solo per il  capping e non per le paratie, altro intervento predisposto da Goio che conterrebbe l’inquinamento della discarica più grande d’Europa. Le paratie sono state installate al di sotto dei cavalcavia dell’autostrada dei Parchi (A25) gestita da Toto spa.

foto Trozzi
Area privata di fronte la discarica Tremonti

Secondo uno studio dell’Università di Napoli, l’operazione paratie potrebbe essere stata dannosa per un possibile collegamento tra la superficie, la falda intermedia e quella profonda, trasportando così gli inquinanti alla falda profonda. Audito dalla Commissione parlamentare d’inchiesta, seduta n. 42 del 26 maggio 2015, Giovanni Damiani, direttore tecnico dell’Agenzia regionale per la tutela ambientale, parla della messa in sicurezza della Tremonti, la discarica a ridosso del fiume Pescara: “Per quanto riguarda la validità dell’intervento, l’Agenzia ritiene che esso non abbia alcuna validità – del resto, anche la regione si è espressa in questo senso ripetutamente – perché non isola il fiume e perché la discarica risulta essere, dai dati e dagli atti, in una buona misura in ammollo. L’acqua del fiume permea dentro la discarica e poi in parte finisce sotto falda, ragion per cui l’inquinamento viene restituito molto più giù e, in parte minore, per un tratto contamina il fiume”. Volendo essere ancora più chiari in una delle inchieste su Bussi tratte da Report, programma di Rai3 condotto da Milena Gabanelli, a gettare dubbi sulla messa in sicurezza della Tremonti è proprio il Commissario Adriano Goio che così risponde alla domanda sull’esistenza della discarica: “Sì. È completamente in ammollo. C’è la falda”. Per il direttore Arta, il commissario ha cambiato, quindi, completamente opinione: “Anche i suoi dati relativi al progetto delle palancole portano in allegato i dati dei suoi piezometri, i quali indicano chiaramente che la discarica è in massima parte in ammollo. Lo dice lo stesso commissario, ragion per cui io lo posso ripetere – conclude Damiani - Resta il fatto che dispiacerebbe se questa cosiddetta megadiscarica non fosse effettivamente messa in sicurezza e che passasse legalmente dalle carte come messa in sicurezza, quando, in realtà, poi non lo è”.

Con una ingiunzione il ministero dell’ambiente, a settembre 2013, ha imposto alla Edison l’immediata bonifica delle discariche Tremonti, 2A e 2B, il provvedimento però viene annullato dal Consiglio di Stato, dopo il ricorso di Edison, perché il direttore generale del ministero, Maurizio Pernice, ha disposto l’ingiunzione sulla base di una normativa del 1995 non più in vigore, dunque inidonea come base normativa del provvedimento impugnato. Andava semplicemente applicato il Testo unico sull’ambiente (T.U. 152/2006) che disciplina da 9 anni le fasi di messa in sicurezza e di bonifica, ma il dirigente ministeriale probabilmente non ne era al corrente ed Edison la scampa.

Figura 3. Bosco Marrama (Popoli-Pe) Report-age.com 2015
Fig. 3 Bosco Marrama (Popoli-Pe)

Di fronte alla discarica Tremonti, appena dopo la statale 5, ora il Sin si estende per includere, a breve, la risorgiva Bosco Marrama, esattamente 50 litri al secondo di acqua potabile. La sorgente Bosco Marrama, fino a 5 anni fa dissetava i lavoratori del chimico di Bussi. Di punto in bianco la Solvay è stata obbligata dall’Aca (Azienda comprensoriale acquedottistica) a rifornirsi di H2O direttamente dalla conduttura dei pozzi San Rocco di Bussi. L’operazione è costata a Solvay qualcosa di circa 250 mila euro l’anno e la risorgiva di Bosco Marrama è stata abbandonata senza alcuna operazione di caratterizzazione per accertare, a questo punto, l’assenza di inquinanti. Per saperne di più sono necessarie delle analisi alla sorgente con costi improponibili per un Comune. Dato che l’area in questione ricade sul comune di Popoli (Pe) gli amministratori chiedono e finalmente ottengono un paio di centinaia di metri di avanzamento del perimetro del Sin per monitorare finalmente la fascia che era al limite della discarica dei veleni più grande D’Europa. Il serbatoio di rilancio dell’acqua potabile, a Bosco Marrama, è a pochi metri dalla rotonda della strada statale 5, verso la val Pescara. Da lì partiva la condotta che serviva circa 1.500 lavoratori di Bussi officine e che trasportava l’acqua prima lungo il corso del fiume Pescara e, attraversando il ponte, nel Sin, nelle officine (Figura 3).

Orientamento Polo chimico Report-age.com 2015
Fig.4 Discariche 2A, 2B, capannoni iprite, Turbogas

Fosgene e Difosgene, ma soprattutto Yprite. E’ un liquido oleoso l’Yprite, diclorodietilsolfuro, prende il nome dalla città belga Ypres, la prima attaccata con gli aggressivi chimici nel 1917 dai tedeschi sul fronte occidentale, durante la prima guerra mondiale. Con l’andare del tempo e per comodità alla prima lettera si è sostituita la “i”. L’Iprite si ottiene dalla reazione dell’Etilene con Cloruro di Zolfo, i suoi vapori tossici agiscono sulla pelle, anche attraverso gli abiti. All’epoca di Mussolini, il Centro chimico militare (Ccm) realizzò a Bussi, nell’area degli impianti militari, le produzioni di Iprite, di Arsine (ma non completata) e Difosgene e per quest’ultimo aggressivo chimico il progetto fu messo a punto  proprio a Bussi. I magazzini ex iprite sono individuati dai vecchi operai un po’ più a Sud – Est delle discariche 2A e 2B (Figure 4 e 5). A naso sembra aglio, ai segugi non sfugge che l’odore è simile a quello della mostarda, gli ingredienti di questa inquietante essenza non sono frutta, zucchero e senape, siamo sull’area in cui si produceva, dal cloro, il gas nervino Yprite conosciuto come gas mostarda. L’inquinamento in questo punto, a causa dell’aggressivo chimico, tuttora raggiungerebbe livelli allarmanti, così come quando si produceva per asfissiare in battaglia, a confessarlo sono alcuni amministratori locali. A Caporetto il gas mostarda lo subirono i militari del Regio esercito italiano, in Abissinia venne buttato addosso ai partigiani Etiopi, privi dell’equipaggiamento adatto ad evitarne la contaminazione. Bussi sfornava davvero tanto per le guerre chimiche, erano ingenti i quantitativi di iprite destinati all’Abissinia, decine di tonnellate ogni settimana. L’Iprite era la prima della lista tra le produzioni che andavano potenziate per il duce. Almeno 30 tonnellate al giorno da produrre, indicava il  sottosegretario alla guerra Ubaldo Soddu in un vecchio promemoria per il duce datato 22 gennaio 1940, il documento è conservato nell’archivio dell’ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (Fondo H/9 , busta 7 – ne parla anche il libro I gas di Mussolini di Angelo Del Boca, Editori riuniti). Il servizio chimico, nel 1940, registrava le quantità stoccate, prodotte e da produrre per i gas nervini, le massicce dosi erano tutte espresse in centinaia di tonnellate. Un nome fra tutti ha ancora il potere di irrigidire l’entroterra abruzzese, è la S. A. Dinamite Nobel. A Bussi officine e per l’industria bellica la società in questione aveva ben seminato anche in un altro stabilimento, quello di colle San Cosimo, a pochi chilometri da Bussi, nel comune di Pratola Peligna (Aq). La bellezza di 10 tonnellate al giorno di Yprite tecnica, una tonnellata al giorno di Fosgene e una tonnellata al giorno di Difosgene erano prodotti a Bussi e il sito risulta essere al terzo posto nell’inquietante classifica, di aggressivi chimici di Benito Mussolini, per la produzione da potenziare. Si racconta che gli operai originari di Bussi, conoscendo l’inquinamento da Iprite, si rifiutassero di lavorare in quei capannoni.

Capannoni Iprite Report-age.com 2015
Fig. 5 Capannoni Iprite

La riluttanza della manodopera locale avrebbe portato l’azienda ad assumere gente di fuori, operai originari di Pescosansonesco (Pe) per lavorare in quel luogo angusto. Nel comune di Bussi c’è ancora un loro insediamento. La contaminazione da Iprite, dicono gli esperti, sembra non si sia mai ridotta d’allora: “Come fosse stata prodotta ieri” secondo i dati assunti da diversi monitoraggi compiuti nell’arco di un decennio (pensare che quest’anno si celebra, non molto lontano dall’Iprite di Bussi, il centenario della prima guerra mondiale!). Farebbe da tappo al gas mostarda proprio la centrale turbogas, realizzata una ventina di anni fa, che produce tuttora energia elettrica per usi civili ed industriali a Bussi, è l’unica operativa delle 3 a disposizione della Edison e funziona a chiamata dell’Enel. Da mesi sulla turbogas sono in corso dei lavori di manutenzione (4.1.2017). 

Figura 6. Capannoni iprite e Turbogas Report-age.com 2015
Fig. 6 Capannoni iprite e turbogas (A) Aggancio acqua potabile (R) Area Residenziale

Per la costruzione della turbogas avrebbero cancellato un tunnel emerso dai lavori di scavo, all’epoca non fu possibile analizzare il sottosuolo poi contaminato da residui di clorometani, produzioni che più recente eseguite nel sito rispetto alle lavorazioni per ottenere il gas irritante. Dalle mappe storiche in possesso delle aziende che hanno operato sul sito risulta che prima della realizzazione della centrale Turbogas e proprio sotto l’impianto attuale, fosse presente un tunnel ormai non più individuabile. Nella black list (7 pagine) di sostanze inquinanti che appestano il terreno del Sin non leggeremo mai Yprite, Fosgene o Difosgene, anche se si fosse riusciti a raggiungere la profondità giusta, troveremo però segnati nell’elenco gli elementi chimici che compongono questi aggressivi: Tioetere del Cloroetano per l’iprite, ad esempio, pressati nelle viscere della terra. In queste ore in cui in Siria si sganciano bombe al cloro contro i civili inermi sarebbe opportuno approfondire l’argomento. Per l’industria bellica degli anni Quaranta i prodotti chimici erano forniti da diversi stabilimenti italiani tra questi Bussi, il più importante, seguito da Apuania S. Stab. Di Rumianca (esattamente lo stabilimento chimico ad Avenza – Mc – nato nel 1938 dalla Rumianca Spa, denominazione mantenuta dalla società – Gruppo Gualino – dal 1938 al 1967), che forniva Acido formico, il Cloruro di zolfo dallo stabilimento di Rho (Mi) e Cesano di Roma Icnr che forniva il Cloro liquido. É sempre della Montecatini lo stabilimento di Censano Maderno (Modena) che riforniva l’industria bellica di modesti quantitativi di Cloroacetofenone (0,1 tonnellate al giorno di aggressivo chimico). Quanto prodotto, nel periodo bellico, non era comunque sufficiente a soddisfare l’intera richiesta di gas irritanti del ministero della guerra.

Stralcio verbale Conferenza servizi 6.2.2015

“Allo stesso modo, risulterebbe che all’intemo del sito dei magazzini ex iprite, situato a monte dello Stabilimento sarebbero state stoccate le peci clorurate pesanti provenienti dal Reparto cloro metani unitamente ai rifiuti tossici e nocivi provenienti dal reparto cloro soda (Ecs). Risulterebbe inoltre che dal 1992 al 1994/97 parte dei rifiuti stoccati nei suddetti magazzini siano stati recuperati e smaltiti in siti nazionali ed esteri autorizzati”. A dirla tutta, la restante parte dei rifiuti tossici stoccati che fine ha fatto? Sono rimasti lì, dopo il 1997 o sono stati smaltiti diversamente? Da quel momento in poi a ricostruire il viaggio dell’Iprite e degli elementi chimici utili a produrla sono 2 singolari segnalazioni.

Abruzzo, Montedison, rifiuti industriali (foto Gianni Lannes) (2) Bussi sul Tirino (PE), primavera dell'anno 2000 occultamento di rifiuti pericolosi della Montedison - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)
Foto Gianni Lannes

Il giornalista d’inchiesta Gianni Lannes, impegnato a comporre i tasselli di un intricato mosaico per recuperare – da poche tracce – le prove del passaggio dell’iprite nell’Italia centrale, ritiene che i residui delle produzioni del gas mostarda siano stati occultati. L’uomo giunse a Bussi sul Tirino nel 1999 e in quel periodo ascoltò dei vecchi operai sopravvissuti ai lavori nelle officine. Sul blog Sulatesta.it, Lannes parlò di omertà e proprio nei giorni della sua visita riuscì a documentare, in una foto, strani carichi di big bags sui camion di una nota ditta locale, ma all’interno del sito. Erano già trascorsi 2 anni dagli smaltimenti nei siti autorizzati. Alcuni di quei sacchi potrebbero essere finiti anche a Corfinio, nell’aquilano, pochi chilometri più a Sud-Ovest di Bussi perché a vederli arrivare, in quei giorni, in una cava di inerti di un noto imprenditore locale, fu l’attuale primo cittadinpo  La Gatta. Il primo cittadino è lo stesso attivista che negli anni Novanta condusse la battaglia contro la turbogas della Edison a Bussi, l’impianto trasformato in tappo del gas mostarda. La Gatta seguì i camion che partivano dalle officine con qualcosa che era stato prelevato dal sito in cui, tempo addietro, si produceva l’iprite. I sacchi, dichiarò allora l’ambientalista, erano scaricati regolarmente a Corfinio, Manoppello (Pe) e L’Aquila, dichiarazioni riportate dai quotidiani locali. In quei terreni ci sono moltissimi altre sostanze tossiche, la contaminazione è 10 volte superiore alla Concentrazione di soglia critica (Csc) indicata nel Dlgs 152/06 e così nel verbale della conferenza di servizi del 6 febbraio 2015 leggiamo*

I risultati delle analisi chimiche sui campioni di acqua di falda, sia superficiale che profonda, prelevati evidenziano superamenti delle Csc di tab.2, Allegato 5, Titolo V. Parte Quarta del Dlgs 152/2006 per: composti alifatici clorurati cancerogeni e non cancerogeni, composti alifatici alogenati cancerogeni, metalli pesanti (ad esempio Mercurio, Piombo, Arsenico, Nichel, Cromo totale, Ferro ed anche Selenio, Manganese, Alluminio), Boro, Btex, Ipa, Idrocarburi totali (espressi come n-esano) e superamenti dei valori di soglia indicati da Iss per Tetracloruro di Carbonio, Diclorometano, Esaclometano”.

Figura 7. Elettro cloro soda, impianto Ecs Report-age.com 2015
Fig.7 Elettro cloro soda, impianto cs P Portineria

Il Mercurio, usato anche nei vecchi termometri, per misurare la temperatura corporea, venne impiegato  per barometri e sfigmomanometri. Entrati nel polo industriale, dopo le palazzine d’ingresso, era l’impianto di Elettro cloro soda (Ecs), nato prima della seconda guerra mondiale, ad impegnare questa sostanza. Attraverso il mercurio, con reazioni elettrochimiche – chimiche, il vecchio macchinario ricavava il Cloro (in modeste quantità è usato come disinfettante nelle piscine) e la Soda, entrambi componenti del sale. Dagli primi anni ’60 l’impianto viene potenziato con 48 celle a mercurio che fecero dello stabilimento di Bussi uno dei maggiori produttori nazionali di Cloro e di Soda. Solo all’inizio del terzo millennio, la produzione di Cloro-Soda viene assicurata grazie ad un brevetto giapponese, con cella a membrana che lavora senza mercurio e la produzione dell’Ecs scende del 40%. Nel 2010 a Bussi hanno dismesso le 48 celle utilizzate per la lavorazione del mercurio, le linee smantellate con le componenti metalliche e non, dell’impianto, furono smaltite e spedite nelle miniere della ex Germania dell’Est. “Per quanto riguarda il tema del mercurio, va chiarito che è lì da circa 100 anni” a maggio 2015 Giovanni Damiani, direttore Arta, risponde così alla richiesta di chiarimento del componente della Commissione parlamentare d’inchiesta, Stefano Vignaroli (M5S) e tira dritto –  La produzione di cloro-soda, ottenuta dalla scissione del sale marino, è stata fatta storicamente con celle a catodo di mercurio, una tecnologia che – si diceva – doveva essere abbandonata fin dagli anni ’70 e invece si è continuato, come ha scritto anche Casson nei suoi libri, a tenere senza ristrutturare, come per esempio a Marghera. Negli anni ’70 si è scoperto, infatti, che si può fare a meno del Mercurio e ottenere lo stesso prodotto con membrane osmotiche che non emettono questo particolare inquinante. Va chiarito che la polemica sul mercurio scoppia, paradossalmente, quando il mercurio stava finendo, perché quella produzione è cessata nel 2007 (a settembre mi pare di ricordare, ma potrei essere impreciso) – riferisce il diretto. In verità Bussi cambia musica quando il 3 aprile 2009 entra in vigore il divieto di commercializzazione del mercurio in attuazione della direttiva Ce del 2007. Alle solite, l’Italia si mette al passo con i tempi della disciplina europea recependo le Direttive in tempi giurassici. Messo al bando, oggi il mercurio sembra sia usato in Brasile per la ricerca dell’oro con gravissimo inquinamento dei fiumi amazzonici. Il direttore del’Agenzia spiega alla commissione che: “Oggi il mercurio si trova in tracce minime e talvolta è assente completamente nelle acque dopo 100 anni, mentre lo si trova nei sedimenti più vecchi e nelle zone di deposito, dove storicamente si è accumulato”. A novembre 2016, l’Istituto zooprofilattico Abruzzo e Molise recupera 3 pesci inquinati da Mercurio per alcuni è allarme.  “Faccio presente che in epoche passate si racconta di gente che aveva come fonte secondaria di reddito la raccolta del mercurio con un mestolo nelle pozze lungo il fiume. Uno ci è morto- precisa Damiani – Poi questo mercurio veniva rivenduto a Roma. È esistito, quindi, un periodo antico in cui non si conosceva la tossicità di questo metallo che veniva messo tranquillamente nelle vernici come antimuffa, nelle vernici murali e nel Mom antipidocchi sulla testa dei bambini. C’è stato, dunque, un periodo in cui non sapevamo niente dell’enorme tossicità del mercurio. Faccio presente che con la legge Merli, la n. 319 del 1976, si poneva un limite alla concentrazione del mercurio. Montedison aveva uno scarico di 1.500 litri al secondo. Anche se fosse stata dentro i limiti, il quantitativo totale dei litri e, quindi, di mercurio alla fine si sarebbe assommata a tonnellate/anno. Questo mercurio poi è stato trovato dall’Istituto zooprofilattico nei pesci. Oggi stiamo assistendo alla fine del mercurio nel fiume Pescara, proprio all’ultima coda, è tra i parametri che noi andiamo a ricercare. La caratterizzazione, invece, c’è stata sui sedimenti del porto di Pescara, che è oggetto di dragaggio. Sono stati analizzati pressoché annualmente. Almeno nella mia memoria storica c’è una presenza antica di mercurio che via via è quasi finita, perché i sedimenti nuovi sono fanghi «freschi», recenti, che non contengono più questo particolare metallo” (Resoconto commissione pag. 62).

Ottobre 2013 in occasione dei rilievi per il dragaggio del porto di Pescara l’Arta riscontrò purtroppo elevate concentrazioni di mercurio (fino a 14 milligrammi/kg, il limite di tolleranza è di 0,3 mg come indica il Decreto lgs 56 del 2006). A 50 Km di distanza dalla discarica dei veleni, nell’acqua del fiume Pescara, in questi anni sono state rintracciate dall’Agenzia regionale per la tutela ambientale sostanze nocive come l’Esacloroetano, lo stesso che è stato ammassato in enormi quantità proprio nelle megadiscariche Tremonti, 2A e 2B di Bussi.

Cloro. Dal 2015 Solvay non può più produrre cloro per effetto di una joint venture (società mista) con Ineos che ne ha l’esclusiva a livello europeo e ambisce a diventarne il secondo produttore mondiale di cloro, in coda agli americani. Con la Ineos di mezzo tutt’ora è incerto non solo il destino della mezza cella a membrana, impianto costato allora oltre un milione di euro, ma sono a rischio 30 posti di lavoro nella sezione Cloro.

Lola Di Stefano medaglia d'oro Report-age.com 2015

Scuola elementare Lola Di Stefano Sulmona (Aq) Report-age.com 2015
Scuola elementare Lola Di Stefano Sulmona (Aq)

Da Cloro liquido a gassoso. L’avvio dell’impiego di quest’ultimo, più gestibile nel corso delle reazioni chimiche, è stato indotto da un grave incidente avvenuto a metà degli anni Cinquanta. Esattamente la mattina del 19 gennaio 1954, oltre 3 tonnellate di Cloro liquido fuoriescono dall’impianto, sono decine gli operai intossicati dalle esalazioni, a perdere la vita è Lola Di Stefano, maestra della scuola elementare interna a Bussi Officine, per i figli degli operai del sito. L’insegnante morì a soli 34 anni nell’ospedale di Sulmona dove era stata ricoverata per intossicazione da Cloro respirato, una settimana prima, per salvare tutti i suoi allievi. L’incidente di fabbrica le fu fatale. Per precauzione gli scolari furono immediatamente trasportati in autobus a Capestrano (Aq). Da quel momento per le produzioni è stato usato il Cloro gassoso sostanza più gestibile in fase di reazione chimica.

Incidenti a Bussi Officine. La scuola elementare e le residenze degli operai, appena dopo l’ingresso principale della fabbrica, non erano risparmiate dalle possibili conseguenze delle esplosioni per le lavorazioni svolte negli stabilimenti. Gli incidenti di fabbrica erano tormento e angoscia per gli abitanti del villaggio, problemi e pressioni di rottura – in caso di reazioni sbagliate nelle officine – si ripercuotevano ovunque, anche a centinaia di metri dal sito. Gli incidenti sinora conosciuti:

  • Del 1926 l’incendio del deposito di paglia per la cellulosa.
  • Del 1928 l’esplosione di un gasometro di Acetilene.
  • Del 1930 l’incendio del gasometro a Idrogeno che impose l’evacuazione del villaggio e dell’intero paese di Bussi.
  • Del 1935 lo scoppio di un serbatoio di Cloro che causò danni e 2 vittime.
  • Del 1938 un’altra esplosione in un reparto di produzione Atd che allunga la lista delle morti sul lavoro, altre 2 persone, il reparto  in questione potrebbe essere uno di quelli per produrre i detonanti.
Figura 8. Impianto Clorometani e Caloric Report-age.com 2015
Fig. 8 Impianti Clorometani, Ipoclorito e Caloric

Clorometani (Cmt). Il Metano (Ch4) combinato con il Cloro consentiva di produrre in fabbrica Acido solforico e Cloroformio. Per la reazione sono necessarie altissime temperature. Nell’impianto in cui vengono combinati questi elementi chimici i punti deboli vengono esaminati a tavolino. Quando la pressione non è più gestibile all’interno, perché la reazione non va a buon fine, sono previste delle valvole di sfogo per il prodotto che fuoriesce. L’esito della reazione errata va dritto verso il territorio di Bussi e il fumo giallo, tipico colore con cui si disperde il Cloro, arriva tranquillamente su ogni parte del sito. I cannoni di espulsione però sono rivolti verso il monte su dei terreni. Per evitare ulteriori risarcimenti, ad un certo punto, la società acquistò dai proprietari proprio i fondi su cui erano puntate le bocche tossiche.

Impianto Caloric (Fig. 8). Struttura per smaltire i fanghi delle produzioni dei Clorometani bruciati a temperature che vanno dai 1200 ai 1500 gradi centigradi. Se non si raggiunge la temperatura giusta i fumi di scarto producono, purtroppo, Diossina il cui inquinamento sembra concentrarsi nel Parco ferro e nelle officine elettrica e Meccanica. Il Caloric è stato dismesso.

L’Ipoclorito di sodio elemento comunemente conosciuto come Varechina si produce attraverso un impiantino (fig. 8), nei pressi dei serbatoi dove era stoccato il sale che con l’acqua, nelle salamoie, permette di ricavare l’idrogeno, prodotto di scarto nelle lavorazioni di soda e cloro. L’idrogeno era utilizzato per la produzione dell’Acqua ossigenata, il gasometro necessario allo stoccaggio del gas è stato dismesso dopo la chiusura dell’impianto acqua ossigenata, l’idrogeno si disperde tranquillamente nell’aria senza inquinare.

Figura 9. Area Medavox (Acqua Ossigenata - Percarbonato) Impianto Pap Report-age.com 2015Fig. 9 Area Medavox (Acqua Ossigenata – Percarbonato) Impianto Pap 

OE Officina Elettrica OM Officina Meccanica

 

E’ nell’area Medavox che si produceva Acqua ossigenata e Percarbonato, le attività sono state dismesse dall’azienda circa 5 anni fa (considerando la prima pubblicazione del dossier nel 2015). Al tavolo di lavoro capitolino (15.4.2015) si è proceduto alla puntuale illustrazione del progetto di bonifica delle aree interne ex Medavox, sottoposte nell’occasione anche ad un primo esame preliminare. A contribuire agli interventi commissariali di messa in sicurezza di quest’area dovrebbe essere anche la Solvay.

Perborato  e Percarbonato. Ovvero detersivo, l’antistrust vietò a Solvay di acquisire da Montedison, nel 2002, l’area dell’impianto per produrre Percarbonato perché avrebbe avuto il monopolio sul mercato. L’area (fig. 9) fu data in affitto alla Medavox, per l’impianto di produzione del Percarbonato l’azienda tedesca investe oltre 60 milioni di euro, senza incentivi statali, dopo 5 anni chiude e così si garantisce, da eventuali concorrenti, una grossa fetta di mercato. 

Impianto Pap. E’ un impianto chimico all’avanguardia. La molecola per produrre i detersivi, per il lavaggio a freddo, è brevettata proprio a Bussi. Per essere la leader indiscussa del mercato dei detergenti la Enghel compra, per 15 anni,  l’intera produzione di detersivo per lavaggio a freddo di Bussi, da 2 anni è scaduto il fermo della produzione, nel frattempo la molecola è stata usata come sbiancante nei dentifrici della conosciuta marca Pasta del capitano.

Fig. Parco ferro aree dismesse
Fig. 10 Parco ferro ed aree dismesse
PF Parco ferro
C Centrale Nord Perg smantellata utilizzata per produrre vapore quando non esisteva la turbogas, circa 8 anni fa è stata smantellata.

Diossina. E’ praticamente cancellato dal sito il Parco ferro dove si produceva Trielina (prodotto per il lavaggio a secco) nell’area l’inquinamento da diossina sarebbe un milione di volte superiore al livelli consentiti e la contaminazione interesserebbe l’area tra le officine meccaniche ed elettrica (fig. 9).

Analisi per le aree dismesse dell’impianto. Conteso tra Arta e Solvay sarebbe il metodo da seguire nelle analisi perché, nonostante le due equipe di esperti procedano ad analizzare, sino ad ora ciascun gruppo ha provveduto, a modo suo, per i rilevamenti necessari a valutare l’inquinamento da acque, nel sottosuolo, ricavando i campioni ad una profondità diversa, non c’è alcun accordo in merito. In breve, per i campioni prelevati, l’Arta diluirebbe meno della Solvay. I controlli vanno avanti così. Dunque è ancora da concordare la procedura, capita che le risultanze degli esami dell’Arta non coincidano affatto con i dati ottenuti dalle analisi della Solvay sugli stessi terreni e punti presi in considerazione nelle aree dismesse. Proprio per questo la validazione dei dati di risultanza delle caratterizzazioni per il momento è ferma all’80%.

Cloroammonio. Altro impianto dismesso 20 anni fa dal quale si ricavava ammoniaca più cloro utilizzato in agricoltura come fertilizzante.

Figura 10. Centrali elettriche Bussi occificine Report-age.com 2015
Centrali elettriche

Centrali elettriche. Sono due, entrambe in funzione, la macchina della centralina sul fiume Tirino provarono a fregarsela i tedeschi, durante la seconda guerra mondiale, ma gli operai di Bussi officine andarono a riprendersela a Chieti. La centralina prende acqua dalle aree adiacenti il depuratore Bacino azzurra. La centrale elettrica principale, per far funzionare l’industria, attinge acqua da un bacino posto al centro del comune di Bussi in un area adiacente ai pozzi san Rocco.

Acqua industriale ossia acqua non potabile, è il frutto del passaggio nelle turbine usate nel sito industriale che finisce nelle fogne del sito dopo essere stata utilizzata per finalità industriali, purtroppo il collettore fognario sfocia sul fiume Tirino prima della confluenza col fiume Pescara. Nei 5 serbatoi esistenti i carboni attivi, composti di  resine, trattavano gli effluenti delle acque reflue scarto della lavorazione del Mercurio, oggi Elettro cloro soda (Ecs). Queste specie di filtri finiscono in qualche discarica, dietro il controllo del Corpo forestale dello Stato. Oggi i filtri trattano il residuo dell’impianto Ecs (Elettro cloro soda), con la mezza cella a membrana, chissà per quanto ancora in funzione.

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Foto Trozzi ©

Pozzi. Sono circa 70 oggi (profondi circa 70 metri – Brevetto Zublin  azienda tedesca) sparsi qua e là per la fabbrica, ma il ministero dell’ambiente che ne ha prescritto lo scavo, per la messa in sicurezza delle aree, ne ha previsto anche il raddoppio I pozzi servono per convogliare le acque del sottosuolo e trattarle attraverso i filtri a carbone. Dopo il trattamento di depurazione però finiscono nel fiume Tirino che appena qualche chilometri più a valle confluisce nel fiume Pescara. I dati degli ultimi controlli sul fiume non sono rassicuranti perché risulta aumentato il carico degli inquinanti nelle acque e non si riesce a chiarire se la sorgente di questo peggioramento sia il sito o la discarica.

Verbale della conferenza di servizi del 6 febbraio 2015* Per quanto riguarda in particolare la matrice acque sotterranee (aree interne): Solvay esegue campagne di monitoraggio dello stato qualitativo delle acque della falda con cadenza trimestrale per la falda superficiale (rete costituita da 70 piezometri; monitorati usualmente 29 piezometri e 2 piezometri spia posti a valle della barriera) e semestrale per la falda profonda (rete costituita da 31 piezometri, di cui 2 piezometri spia).

Bauxite esausta. All’inizio del ‘900 per produrre alluminio, stesse tecniche poi impiegate per ricavare la soda e il cloro, a Bussi nascono le officine della società Franco- suisse de Geneve cui era poi subentrata nel 1901 la Sie (Società italiana di elettrochimica) che acquistava la bauxite proveniente da Lecce dei Marsi (Aq) da una cava a quota 1400 metri dove fu confusa, nei primi dell’800, la Bauxite con la Limonite. Quando la Solvay compra da Ausimont il terreno in cui si eseguiva la lavorazione ottiene, dalla società, circa 20 milioni di euro per la bonifica. La Bauxite però resterebbe lì, è ancora da chiarire se debba essere rimossa oppure no perché se la concentrazione d’inquinamento da Bauxite non supera il 30% è sufficiente circoscrivere l’area. La contaminazione sarebbe individuata su area Siac, dopo i 3 capannoni dell’Isagro (fig 11), multinazionale americana che produce un fungicida utilizzato in agricoltura estensiva, tuttora prodotto.

Figura 11. Area Siac Report-age.com 2015
Fig. 11 Area Siac Cd Fabbrica per la produzione di cdrom A Impianto Fine chemical Solvay (dismesso) Isagro Impianto per la produzione di un funghicida per coltivazioni intensive in agricoltura

Silicato. La combinazione di sabbia più soda permette alla Solvay di generare un materiale simile a quello che viene utilizzato per impermeabilizzare le gallerie, ma anche per produrre il materiale per realizzare i cd rom. I serbatoi della sabbia sono sulle sponde del fiume Tirino.

Piombo Tetraetile (Pte) e Piombo Tetrametile, Piombo. L’inquinamento è segnalato dall’Arta per 3 ettari nell’area Siac, Società italiana additivi carburanti. Nei capannoni Siac un tempo si producevano gli additivi per la benzina super e i carburanti, grazie all’utilizzo del Piombo. L’Esercito italiano ha impiegato lo stesso elemento chimico, per anni, come detonante. Esistevano ben 3 stabilimenti in Europa per questo genere di produzione prima che il piombo finisse fuori legge. Due stabilimenti, quello di Bussi e l’impianto in Germania, con la messa al bando e l’avvento della benzina verde, vennero chiusi. L’area venne acquistata da Solvay, quest’ultima avrebbe ricevuto, 20 anni fa, dalla AusiMont un lauto corrispettivo per la bonifica del sito. Difficile capire se mai c’è stata, visti gli esiti delle analisi, Solvay subito dopo la cessione ha realizzato sull’area un impianto di Chimica Fine (fig. 11) per servire l’Aeronautica (militare) con la produzione di oli utilizzati per le navi. La produzione era poco redditizia così le linee sono state dismesse. Ancora, in parte di quest’area si concentrerebbe l’inquinamento da Bauxite esausta. La restante sezione degli impianti viene acquistata per la produzione, tutt’ora attiva, dei cd rom dalla SilisiaMont, con compartecipazione giapponese.

Nel Sito di interesse nazionale per la bonifica rientrerebbero anche i fabbricati della Saida azienda che nel Sin produce compensati.

Storia di Bussi Officine. In Italia, a fine Ottocento Bussi sembra il luogo ideale per sviluppare i brevetti dell’elettrochimica industriale – attività di produzione con la quale si ottengono atomi e nuove sostanze commerciali a partire da molecole in soluzioni acquose utilizzando l’energia elettrica. Così nel 1898 si comincia a pensare che le falde del fiume Tirino offrano l’opportunità di industrializzazione  elettrochimica. L’anno successivo si costituirà a Torino, per l’esercizio dell’industria della soda, dei suoi derivati, sottoprodotti e di qualsiasi industria chimica ed elettrochimica, la Società anonima per azioni elettrochimica italiana Volta, a costituirla sono la Societè Franco-Suisse d’Electricitè con sede a Ginevra, il maggior azionista era il banchiere Jules Blanc, presidente della Società italiana applicazione elettriche di Torino, la svizzera Societè anonime suisse electrochimique Volta e Cipriano Turri, industriale torinese vicino ai regnanti di casa Savoia, che partecipava in proprio. Più tardi la società acquisirà la denominazione sociale Sie, Società italiana elettrochimica. Per conto della società, Lorenzo Allevi, dispone un piano per la realizzazione delle condotte forzate necessarie a deviare l’acqua del medio Tirino e, sfruttando i 60 metri di dislivello in quel tratto del fiume, l’ingegnere di origine milanese garantisce l’energia indispensabile a mettere a regime i futuri impianti elettrochimici. L’impresa partì con la realizzazione della diga di Alanno sulla val Pescara e con l’industria chimica a Piano d’Orta, sito non ancora bonificato per il quale il progetto messo in cantiere è un museo di archeologia industriale per gli immobili sani e recuperabili. Diventerà la sorella maggiore, anche se in dimensioni più contenuta, di Bussi officine. Impossibile non sottolineare l’intera perdita, a monte, dell’intero corso del Tirino medio e inferiore. É il primo  esempio, della storia, in cui le acque purissime di un fiume a bassa quota, il Tirino, vengono integralmente sequestrate, privatizzate, sottratte alla popolazione per metterle al servizio dell’impresa di una società  private e utilizzate, ancora oggi, ad uso esclusivo di uno stabilimento industriale (fonte). Così nel 1902 con delibera comunale e senza alcun compenso, l’area sulle sponde del Tirino fu ceduta alla società, incluso il sottosuolo per impegnare il  canale di derivazione del fiume. Il 2 agosto il primo suono della sirena e l’apertura dei cancelli della fabbrica abruzzese dà l’avviò alle attività. La produzione gravita, in un primo tempo, attorno all’impianto di elettrolisi del Cloruro di Sodio, il primo in Italia. La gamma di prodotti pian piano si allarga per ricomprendere Clorato di Sodio, il Cloro Liquido, il Tetracloruro di Carbonio, il Cloruro di Zolfo e il Solfuro di Carbonio, entrò in funzione anche un impianto per la produzione di Ferro-Silicio (corazze per le navi). 

Nel 1907 Bussi produce per Italia anche l’Alluminio con il metodo elettrochimico, utilizzando soprattutto la Bauxite marsicana, della cava di Lecce dei Marsi, nell’aquilano.

Nel 1922 Partirono i lavori per costruire l’impianto della cellulosa di paglia che con alterne fortune fu chiuso, per l’occasione fu persino deviato il corso del fiume Tirino che scorreva al centro della fabbrica spostandolo ad Est e la società della Tirino Medio, è il nome riferito alla fabbrica in quel periodo, si avvalse della collaborazione del genio militare sul luogo per delle esercitazioni. Realizzato il canale, una salva di mine venne fatta brillare per immettere l’acqua nel nuovo percorso (Cento anni di chimica Paolini Zaino ed. Qualevita agosto 2002)

Con la prima guerra mondiale gli stabilimenti furono convertiti e vennero  potenziate la produzione di Ferro-Silicio, di clorati (esplosivi), di Fosgene (da Tetracloruro di Carbonio per gas asfissianti), Ioduro e Cloruro di Benzile (gas irritanti e lacrimogeni) e di Acido Benzoico (irritanti). Nel dopoguerra Bussi produce idrogeno che non inquina tanto che si dissolve nell’aria e la fabbrica lavora anche l’Azoto. Il primo fu impiegato per il volo del dirigibile Norge che raggiunse il Polo Nord. La sintesi dell’Azoto con i brevetti di Giacomo Fauser e Luigi Casale permise di ottenere un gran numero di prodotti da limitati elementi di base. Dall’Azoto ricavavano, a Bussi, concimi azotati ed esplosivi. La svolta per Bussi è segnata dall’incontro della primavera del 1921 di Guido Donegani, presidente del Gruppo Montecatini, con l’ingegner Fauser che insieme ad Ettore Conti diedero vita alla Società Elettrochimica Novarese, l’industrializzazione dell’entroterra abruzzese è completa.

Bussi incendio deposito paglia per cellulosa 1926
Bussi incendio deposito paglia per cellulosa 1926

Il villaggio operaio di Bussi Officine fu completato nel 1926, le abitazioni si trovavano appena dopo l’entrata principale dell’azienda. Proprio in questo periodo comincia la produzione di cellulosa inviata alle cartiere di Isola Liri, una cartolina del periodo documento il disastroso incendio al deposito di paglia per la cellulosa. Dapprima appartenente alla provincia dell’Aquila, nel 1927, con la nascita della provincia di Pescara, Bussi passa a quest’ultima. In quell’anno la Dinamite-Nobel è parte del gruppo Montecatini. Fra il 1928 e il 1929 la Montecatini acquisisce il controllo degli impianti di Bussi.

Nel 1929 la Montecatini controlla 44 società, dà lavoro a 18 mila operai, produce l’80% delle Piriti Italiane, garantisce il 55% della produzione italiana di Acido Solforico, il 62% dei Perfosfati, il 65% per il Solfato di Rame, poco meno dell’80% dell’Acido Citrico e il 66% dei concimi Azotati. E’ proprio a questa società che passa la proprietà del sito. Ai primi anni ’30 risalirebbe la prima produzione di iprite nonostante il gas mostarda fosse stato messo al bando dalla Convenzione di Ginevra già dal 1925.

1930-40 Yprite. La prima volta per l’Italia è per il Regio esercito, a Caporetto. Dopo questa battaglia subita dai militari, il regno D’Italia produce il gas nervino e l’impiega in Abissinia. Durante la campagna d’Africa, la fabbrica di Bussi era alle dirette dipendenze del ministero della guerra e le produzioni erano coperte da segreto militare, tutte ordinate dal duce. Solo per rendersi conto, dal 22 dicembre 1935 al 29 marzo 1936, in soli 3 mesi, l’aviazione lanciò, su ordine di Mussolini, 972 bombe C.500.T (ogni bomba di questo genere aveva un peso di 280 Kg e conteneva, al suo interno, 212 kg di iprite. Era regolata per scoppiare a 250 metri dal suolo, poteva colpire con le sue gocce mortali una vasta area). Sugli obiettivi del fronte settentrionale, verso l’Eritrea, furono così scaricate circa 272 tonnellate di Yprite. (Da I gas di Mussolini, il fascismo e la guerra di Etiopia, editori riuniti stampato aprile 1996). La Montecatini dal 1960 concentrò a sé lo sfruttamento per la produzione di cloro, clorometani, cloruro ammonico, piombo tetraetile e trielina.

Tra i siti Montenicatini, interessante è la storia di quello di Micorosa, a Sud del petrolchimico di Brindisi produttivo dal 1961. La Società trattava in loco un milione di tonnellate annue di petrolio grezzo per distillati da impiegare nella produzione di olefine e di derivati chimici. Nel 1966 dalla fusione id Montecatini ed Edison nasce Montedison. Micorosa srl è la società che nel 1992 acquista il sito da Montedison per il recupero dei fanghi precedentemente scaricati nell’area e la produzione di calce idrata, il sito ha un’estensione di circa 50 ettari, è ubicata nell’area industriale, all’interno del Parco naturale regionale Saline di punta della Contessa.

Nell’estate del 1966 venne costituita la Siac (Società italiana additivi per carburanti) che assunse, nel gennaio del 1967, la gestione del settore produttivo piombo-alchili.

Lo smaltimento dei rifiuti tossici è documentabile già dal 1963, secondo una relazione dell’Istituto superiore di sanità, a confortare la tesi è un verbale di sommarie informazioni, redatto dagli investigatori del Corpo forestale dello Stato che nel 2007 indagano sull’inquinamento dei pozzi e sulle discariche del sito industriale. Ascoltato l’ex capo reparto dell’impianto clorometani, dove si produceva Acido solforico e cloroformio, si viene a sapere che i sottoprodotti derivati dal processo di reazione metano (Ch4) e cloro venivano prima scaricati nel fiume Tirino e poi interrati nelle discariche. I problemi sulla qualità dell’acqua e della falda dell’area interessata dal Sin sono emersi negli anni ’90, ma solo nel 2001 sono partite le indagini.

L’iter tecnico amministrativo della bonifica del sito, nelle aree interne allo stabilimento, è attivo nel 2001 ad opera di Montedison, erede di Ausimont, quest’ultima società per azioni è proprietaria del sito di Bussi sino al 1981 quando il Polo chimico passa a Montedison, oggi Edison. Da quasi 14 anni le operazioni di messa in sicurezza verrebbero portate avanti da Solvay solexis che a maggio 2002 compra il sito, così chiarisce l’Arta nel verbale della Conferenza di servizi del 6 febbraio 2015.

Nel 2007 è certa la contaminazione dei pozzi Sant’Angelo realizzati nel 1982 per aumentare le capacità dell’acquedotto Giardino. Si tratta di 5 pozzi, in località Sant’Angelo, dislocati non lontano dalla discarica Tremonti. L’acqua è immessa di rafforzo e in miscelazione a quella dell’acquedotto Giardino realizzato negli anni ’50 che distribuisce acqua potabile da Popoli a Pescara, attingendone di purissima dalla falda e dalle risorgive di Capo Pescara. Provata la contaminazione dei 5 pozzi, dagli agenti del Corpo Forestale dello Stato allora guidati dal comandante Guido Conti, il commissario Goio ne dispone la chiusura, ma deve compensare la perdita di portata realizzando, nel campo Pozzi San Rocco di Bussi, altri 4 pozzi che  forniscono tutt’ora circa 1200 litri al secondo d’acqua potabile.

Il 28 maggio 2008 viene istituito e perimetrato il Sito di interesse nazionale per la bonifica di Bussi sul Tirino, il Commissario è Adriano Goio. 

Il 28 febbraio 2011 è stato sottoscritto l‘accordo di programma inerente la bonifica del Sin Bussi tra Ministero dell’ambiente, Regione, Provincr di Chieti e di Pescara e i Comuni del Sin. Per la reindustrializzazione, o meglio riqualificazione industriale, sono stati stanziati 50 milioni di euro per realizzare opere, interventi di bonifica e messa in sicurezza, da attuarsi prioritariamente sulle aree industriali dismesse e i siti limitrofi, risorse che seppur decurtate parzialmente dalle successive leggi di stabilità risultano nella disponibilità del commissario delegato con trasferimenti effettuati in data 16 ottobre 2013 e 13 febbraio 2014.

A novembre 2013 è avviata la caratterizzazione dell’area, l’ultimazione prevista per il 28 febbraio 2014 subisce dei rallentamenti, ancora oggi (agosto 2015) il 20% della validazione dei dati di risultanza delle caratterizzazioni è incerta.

Il 5 febbraio 2014 vengono sequestrate dalla procura della Repubblica di Pescara le discariche abusive del Sin.

Accenni all’Iprite, al Senato Enza Blundo: interroga sull’iprete di Bussi

Iprite a Corfinio (Aq). Salvatore La Gatta, nei primi anni Novanta condusse la battaglia contro la turbogas della Edison a Bussi e seguì i camion che partivano da Bussi con la terra prelevata dal sito in cui si produceva la iprite e scaricavano regolarmente a Corfinio, Manoppello (Pe) e L’Aquila.

Iprite. Gianni Lannes del 05.04.2014 Sono approdato in loco nel 1999, a caccia delle fabbriche segrete di aggressivi chimici del duce Mussolini. Dai documenti rinvenuti presso l’archivio di Stato di Chieti, emerge che proprio qui si fabbricava la più grande quantità di iprite, fosgene, disfogene e lewisite: gas proibiti dalla Convenzione di Ginevra del 1925, adoperati dal regime fascista in Etiopia, e Libia (in particolare alla voce del criminale di guerra, generale Pietro Badoglio). Quei veleni tossici in gran quantità unitamente ai residui micidiali di lavorazione son stati occultati nelle viscere della terra. Ben 14 anni fa (2000 ndr) tenni una conferenza proprio a Bussi (e le cronache locali del 5 aprile 2000(Il Messaggero e Il Centro) riportarono la sintesi dell’incontro pubblico con la cittadinanza. Parlai con dovizia di riscontri della grave situazione di inquinamento e di occultamento di rifiuti, ed informai personalmente il prefetto di Pescara che mi rispose in forma scritta di non saperne niente (nel mio archivio ho una lettera del funzionario dello Stato). Proprio in quei giorni nello stabilimento Ausimont, poi Montedison, poi ceduto a Solvay nel 2002, fotografai, arrampicandomi sulla collina adiacente, uno strano movimento all’interno del sito, di big bags e camion, nonché cisterne di una nota azienda locale del ramo trasporti. Chiesi al direttore della fabbrica l’autorizzazione per l’ingresso: ovviamente mi fu negata.

Iprite a Piano D’Orta del 20.10.2007Bomba ecologica a Piano D’Orta 20/10/07

La commissione venga all’ex Montecatini: Silvina Sarra, sindaco di Bolognano, vuole incontrare Realacci – Una bomba ecologica più pericolosa della mega discarica dei veleni scoperta l’anno scorso a Bussi sul Tirino. Sulle analisi compiute il 10 settembre dall’Arta sui campioni dei terreni del sito dell’ex Montecatini di Piano D’Orta, i terreni del Comune di Bolognano sono stati sequestrati il 2 giugno 2007 dalla Forestale, nel sito dell’ex fabbrica chimica dismessa nel 1956, attualmente di proprietà di un imprenditore veronese, sono stati trovati 6 mila 371 microgrammi per chilo di arsenico, contro il limite fissato dalla legge a 50. Piombo e rame sono gli inquinanti che hanno fatto registrare i valori più alti a Piano D’Orta. Per quanto riguarda il piombo, sono stati trovati 20 mila 633 microgrammi per chilo contro il tetto di 1.000. Da primato il rame ne sono stati trovati 560 mila 920 microgrammi, contro la soglia massima consentita di 600. Nichel, zinco e alluminio, in quantità eccessive, tutte sostanze impiegate per prodotti agricoli.

L’istituto Luce documenta già nel 1955, con un filmato di Italo Magrini, gli scarichi in acqua della Montedison. In questo specifico caso, da un’analisi del video dal fiume si vede scorrere del liquido scuso, dovrebbe trattarsi di materiale della lavorazione della bauxite. Potrebbe essere accaduto per anni anche con i clorometani, il mercurio e il piombo? Il filmato è tratto dall’archivio Teche Rai, è postato su Facebook nell’account del gruppo Il disastro mediatico (se sei scritto al social clicca qui per vedere il video o anche qui). 

mariatrozzi77@gmail.com

Aggiornamenti

Archeologia industriale. Mazzocca: Per lo stabilimento di Piano D’Orta recupero degli edifici significativi

Discarica Bussi. Dopo l’era Goio indagini sull’inquinamento del fiume Pescara 28.12.2015

Discarica dei veleni di Bussi. Passa l’emendamento Castricone 15.12.2015

Solvay risponde al sindaco in un documento inedito (esclusiva di Report-age.com) 16.11.2015

Tunnel tombati i vertici del Polo chimico di Bussi negano l’evidenza 08.10.2015

Bussi. La verità finora nascosta dei Tunnel tombati 29.08.2015

Registro dei tumori attivo. Per Bussi e Popoli utile all’indagine sui rischi cancerogeni 16.04.2015

Bussi: fabbrica segreta dei gas del duce Mussolini 14.04.2015

Dossier San Cosimo: il diritto di sapere 01.01.2014

Discarica dei veleni di Bussi. All’Aquila vittoria di Pirro per la bonifica 15.06.2015 

Poli di Protezione civile ovunque, ma non a Pratola prima a portare il progetto in Regione

9 pensieri riguardo “Trip a Bussi Officine: nella discarica dei veleni tra le più grandi d’Europa

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