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Casalesi: 40 custodie in carcere, 2 all’Aquila e Sulmona. Caso Abruzzo

Abruzzo. La maxi operazione dei carabinieri di Napoli, di queste ore conferma la presenza dei Casalesi in Abruzzo, da molti decenni. Due i provvedimenti eseguiti all’Aquila e Sulmona, ordinati dal gip di Napoli.

Carabinieri in corsa Report-age.comAffari sporchi e intrecci della camorra che ormai vanta decenni di attività illecita anche in Abruzzo. Nel 2007 vennero eseguiti i sequestri a Pizzoferrato, in provincia di Chieti, delle proprietà di Francesco Schiavone, alias Sandokan, ai vertici del clan casalesi. Oggi un altro colpo ha ulteriormente indebolito il sodalizio criminale con l’ordinanza di custodie cautelari, eseguite dai carabinieri di Casal di Principe, nei confronti di 42 indagati, 39 custodie cautelari in carcere e 3 arresti domiciliari. I 42 sono tutti fortemente indiziati di far parte del clan casalesi, fazione Schiavone. “Ben 12 sono le pagine che si possono riempire solo con ciò che documentò la Commissione parlamentare antimafia quando fu ascoltato Carmine Schiavone (recentemente scomparso) sul caso Terra dei Fuochi e negli Anni Novanta, delineando un quadro inquietante dei traffici e degli sversamenti di rifiuti della camorra che si insinuavano purtroppo nei siti abruzzesi. L’Abruzzo è stato al centro della rotta adriatica dei Casalesi” conferma dalle associazioni Rita Adria e Peppino Impastato .

Inchiesta sul clan casalesi fazione Schiavone

Nelle prime ore di questa mattina, nell’ambito dell’indagine coordinata dai magistrati della procura della Repubblica di Napoli – Direzione distrettuale antimafia – i Carabinieri del Nucleo operativo di Casal di Principe hanno eseguito l’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dall’ufficio del giudice per le indagini preliminari del tribunale di Napoli, nei confronti di 42 indagati, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso (art. 416 bis c.p.), estorsione (art. 629 c.p.), detenzione e porto illegale di armi (artt. 10,12 L.497174, art. 23 L. 110/75 e art. 7 L.203191), ricettazione (art. 648 c.p.) con l’aggravante del metodo mafioso (art. 7 L. 203/91).

L’inchiesta. È partita dall’ottobre 2012, anche attraverso le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, l’indagine che ha consentito di ricostruire l’intero organigramma del clan casalesi, fazione Schiavone, individuando a capo del gruppo criminale Carmine Schiavone, figlio di Francesco Schiavone conosciuto come Sandokan, dopo il suo arresto è subentrato al comando Romolo Corvino, e gli altri indagati sarebbero affiliati, sia quelli operativi sul territorio che quelli in carcere. È stato possibile accertare che la fazione Schiavone aveva costituito una cassa comune per il pagamento degli stipendi agli affiliati della fazione Schiavone, Zagaria e Iovine, estendendo il controllo del territorio a tutto l’agro aversano, compresi i comuni storicamente appannaggio della fazione Bidognetti, esclusa tuttavia dalle attività illecite. Gli affiliati reclusi presso le case circondariali continuavano a percepire lo stipendio mensile per importi variabili dai 1.500 ai 2.500 euro, mentre gli affiliati ancora operativi sul territorio beneficiano di una parte dei proventi dei reati del gruppo: estorsioni su attività private e lavori pubblici – su quest’ultimi la tangente versata variava dal 3% al 5% – illecita concorrenza con l’imposizione di macchinette per giochi online. Sono stati recuperati e sequestrati i libri contabili dell’organizzazione, alcuni dei quali trascritti a mano dallo stesso Carmine Schiavone, cosi come accertato con una perizia calligrafica eseguita dal Ris –Reparto investigazioni scientifiche – di Roma, con una situazione, aggiornata a marzo 2013, delle liste di affiliati che percepivano lo stipendio, nonché di imprenditori e commercianti vittime di estorsioni, con un volume di affari registrato, mensilmente, che ammontava a circa 200 mila euro di incassi dai soli proventi estorsivi (altri 100 mila euro mensili di proventi erano incassati dalle imposizioni delle slot machine e dalle scommesse online), mentre per le spese correnti, relative al pagamento delle mensilità agli affiliati detenuti, era prevista la somma in uscita di circa 60 mila euro. Nel corso delle indagini sono state individuare e sequestrare numerosi armi da fuoco nella disponibilità del sodalizio investigato, complessivamente 2 kalashnikov, 1 fucile d’assalto, 2 fucili a pompa, 1 fucile sovrapposto, 1 mitragliatrice e 4 pistole, oltre a vario munizionamento di diverso calibro). Sono state accertate, complessivamente, 20 estorsioni a danno di imprenditori e commercianti, con importi variabili dai 1.500 ai 5 mila euro per ogni vittima. Le estorsioni venivano decise dal reggente, Carmine Schiavone e assegnate nel corso degli incontri con gli affiliati o per il tramite di pizzini, alcuni dei quali individuati e acquisiti dai carabinieri, che contenevano il nominativo della ditta da estorcere. A Villa Litemo (Caserta) è stato individuato un bunker utilizzato come nascondiglio per la latitanza degli affiliati.

I carabinieri hanno eseguito 3 misure cautelari e 4 fermi nei confronti di affiliati ritenuti responsabili di estorsione aggravata dal metodo mafioso, un altro affiliato è stato arrestato in flagranza di reato per detenzione illegale di arma clandestina. Le attività criminali verificate vanno dall’ottobre 2012settembre 2014.

Carmine Schiavone Report-age.com 2015Principali operazioni d’indagine

  • 08.04.2013 veniva rinvenuto e sottoposto a sequestro in Villa Literno un sofisticato bunker, costituito da due vani, con il secondo ulteriormente occultato all’interno del primo, accessibili mediante complessi meccanismi idraulici occultati nel pavimento; dall’attivita di indagine e emerso che il predetto bunker era stato utilizzato, nei mesi precedenti, per favorire l’irreperibilita di affiliati al sodalizio.
  • 29.03.2013 a Casal di Principe, venivano rinvenute altre armi (1 fucile a pompa e 1 fucile sovrapposto) appartenenti al gruppo criminale, bruciate dagli affiliati e abbandonate in un canale.
  • 23.03.2013 a Casal di Principe venivano rinvenuti e sottoposti a sequestro i libri contabili dell’organizzazione, con una situazione aggiornata al marzo 2013 delle liste di affiliati che percepivano lo stipendio, nonché di imprenditori e commercianti estorti, le armi da guerra del gruppo investigato in perfetto stato di efficienza (costituite da 2 kalashnikov, 1 fucile d’assalto, 1 fucile a pompa, 1 mitragliatrice e 3 pistole, oltre a vario munizionamento di diverso calibro).
  • 14.03.2013 veniva eseguita un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 3 affiliati al clan dei casalesi — fazione Schiavone, tra questi Carmine Schiavone, reggente del gruppo criminale, tutti ritenuti responsabili dei reati di estorsione aggravata dal metodo mafioso ai dannd di un imprenditore locale.
  • 21.02.2013 veniva eseguito un decreto di fermo nei confronti di 1 affiliato
  • 21.01.2013 veniva eseguito un decreto di fermo nei confronti del reggente del gruppo criminale, ovvero SCHIAVONE Carmine, resosi irreperibile da alcuni giorni, individuato e bloccato da i carabinieri nel centro storico di Aversa;
  • 02.08.2013 veniva arrestato in flagranza di reato 1 affiliato, responsabile di detenzione illegale di armi e ricettazione, e sottoposta a sequestro una pisola clandestina.
  • Dal 17.09.2013 su un terrene individuato a Casal di Principe veniva coordinata un’attività di scavo che portava ad individuare rifiuti interrati negli anni precedenti dal medesimo sodalizio criminale. Dall’esito delle analisi di laboratorio, sui diversi campioni di rifiuto prelevati, emergeva la presenza di contaminazione a vari i livelli di pericolosità che investiva anche la falda acquifera; grazie a tale attività veniva vietato in tutto ii comune l’utilizzo dell’acqua dei pozzi contaminati, salvaguardando cosi la salute e l’incolumità di diverse migliaia di cittadini. Per tali fatti venivano deferiti all’auytorità giudiziaria 4 personale affiliate alla fazione Schiavone.
  • il 31.10.2013 veniva eseguito un decreto di fermo nei confronti di 3 affiliati al clan fazione Schiavone, tra i quali Romolo Corvino, reggente del gruppo criminale (subentrato a Carmine Schiavone), tutti ritenuti responsabili dei reati di estorsione aggravata dal metodo mafioso.

Secondo ii provvedimento cautelare, Carmine Schiavone, al comando del gruppo criminale aveva un controllo, con referenti locali, su tutto il territorio dell’agro aversano, informazioni che gli consentivano di individuare gli imprenditori e i commercianti da estorcere. Oltre al controllo Schiavone esercitava un vero e proprio comando su tutti gli affiliati intervenendo nei loro confronti non solo per questioni relative alle dinamiche criminali, ma anche per aspetti legati alla vita privata ritenuti disdicevoli con lo status di appartenente al sodalizio. Per citare solo un esempio, in una intercettazione ambientale Carmine Schiavone non esitava, unitamente ad altri affiliati, a pestare selvaggiamente uno, contiguo al clan, che intratteneva una relazione con una donna, nonostante il suo divieto di frequentarla.

Approfondimenti

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Mafia: incidenti di percorso post terremoto

Il tesoro di Ciancimino non ricorda nulla? Inchieste e sequestri precedenti al 6 aprile 2009 non fanno pensare a niente? A Roma si è insediata una famiglia pescarese tra le maggiori e più violente nei traffici di sostanze stupefacenti e dell’usura, sul finire degli anni Settanta, e ha avuto il suo battesimo di sangue nello stesso periodo dell’inchiesta Histonium, l’indagine che smantellò a Vasto (Ch) la prima ‘ndrina abruzzese, nel 2007.

Nel 2007 si scoprì che Sandokan, Schiavone, aveva beni immobili e terreni a Pizzoferrato (Ch).

Nel 2008 partì nella Marsica un procedimento per 416 bis c.p. (Associazione di tipo mafioso), erano coinvolti abruzzesi e siciliani, con il sequestro di beni e capitali a Giovanni Spera, figlio del boss siciliano Benedetto Spera. Sono datate ben prima del 6 aprile 2009 le operazioni Replay e Tulipano.

Per gli inquirenti la famiglia campana dei Franzese, in valle Subequana, insieme al clan dei Limelli-Vangone, gestiva un giro di droga tra la valle Peligna e Pescara.

Nella Marsica fu documentata anche la presenza del clan Gionta di Torre Annunziata. Nicola Del Villano, alla macchia dal 1994 e definito il braccio destro del capo del clan dei Casalesi Michele Zagaria e Giuseppe Sirico, della famiglia di Nola-Marigliano, sono stati arrestati in Abruzzo. Un’inchiesta, 3 anni prima del 6 aprile, documentò come l’agguato al boss Vitale era stato deciso a villa Rosa di Martinsicuro, 8 mesi prima del terremoto è venuto alla luce che il narcotrafficante Diego Leon Montoya Sanchez, tra i 10 maggiori ricercati dall’Fbi, aveva una base in Abruzzo. Gianluca Bidognetti era in Abruzzo mentre la madre si pentiva.

Inaugurando l’anno giudiziario nel 1997 il procuratore generale Bruno Tarquini affermò che “in  questa  regione  la  cosiddetta  fase  di  rischio  è  ormai  superata  e  si  può parlare di una vera e propria emergenza criminalità, determinata dall’ingresso di clan campani e pugliesi anche nel tessuto economico della Regione“. Dieci anni dopo, l’annuale Rapporto della Direzione nazionale antimafia denunciò che “l’Abruzzo era il luogo in cui la criminalità organizzata aveva trovato terreno fertile per il riciclaggio di denaro sporco”.

Anni prima del 2009, la Commissione bicamerale parlamentare sul ciclo dei rifiuti 1996-2001 riportò, nella sua relazione finale, che in quegli anni l’Abruzzo era uno sbocco per i rifiuti che “non si potevano più scaricare in Campania in seguito a vivaci e sanguinosi contrasti fra famiglie camorriste” furono smaltiti nella cava Masci in provincia dell’Aquila e in un’altra località. Dopo il sequestro di queste aree i rifiuti furono dirottati a Tollo(Ch) e, dopo il sequestro anche di questa nuova area “quasi sul greto del fiume Pescara, a Chieti Scalo” per poi concludere questa odissea “a Cepagatti (Pe), in contrada Aurora.” La stessa commissione scrisse “L’Abruzzo presenta, all’attualità, una particolare appetibilità economica ed è oggetto di attenzione da parte dell’imprenditoria deviata e della criminalità organizzata, che in questo territorio ricercano nuove frontiere per investire il denaro proveniente dalle attività illecite”. E’ del 2004 l’inchiesta “Mosca” della Procura di Larino, al cui centro vi era un’organizzazione(gli accusati furono tutti prosciolti!) che smaltiva illegalmente rifiuti tossici (furono rinvenute 120 tonnellate!) provenienti da tutta Italia tra Campomarino e Termoli. Termoli è a mezz’ora di auto sulla Strada Nazionale Adriatica (ancor meno in autostrada) dal confine con l’Abruzzo e San Salvo, il confine sud di un’enorme agglomerato urbano che comprende anche una delle principali città della costa abruzzese, Vasto…

Il 17 ottobre 2007 fu depositata in Senato un’interrogazione che vide tra i suoi firmatari anche il giudice Di Lello (senatore del Prc in quella legislatura) nel quale si legge “gli organi di polizia hanno reiteratamente segnalato l’esistenza di ragioni di sospetto circa la presenza di interessi del crimine organizzato pugliese, siciliano e soprattutto campano in relazione a rilevanti operazioni di investimento immobiliare soprattutto sul litorale adriatico interessato da imponenti insediamenti immobiliari nel settore alberghiero e della ricreazione collettiva”, oltre a far riferimento alla vicenda del cosiddetto “tesoro di Ciancimino” già divenuto protagonista della cronaca giudiziaria regionale. É possibile andare oltre per giungere ai primi anni Novanta, quando già gli episodi erano diversi e il Parlamento Italiano si occupò per la prima volta delle infiltrazioni mafiose in Abruzzo.

Nel 1989 la procura di Palmi scoprì una rete che ripuliva i capitali delle mafie tra Calabria, Abruzzo, Campania e Sicilia. Fra gli arrestati c’era uno dei responsabili di una banca della provincia di Teramo dove finivano i soldi di Cosa nostra, camorra e ‛ndrangheta.

Il 19 luglio 1989 giunge a Vasto Giovanni Falcone per un interrogatorio. Durante i controlli nella zona per garantire la sicurezza del magistrato in un casolare vengono rinvenute munizioni da guerra, 200 proiettili per carabine di precisione, pallettoni caricati a lupara, pistole lanciarazzi, materiale che può essere utilizzato solo in zona di guerra. O per un agguato. Siamo nel periodo del fallito attentato dell’Addaura e gli spostamenti di Falcone erano coperti dal massimo riserbo. Eppure il suo arrivo a Vasto fu preceduto da telefonate minatorie giunte in carcere.

Nell’agosto 1991 un dirigente dell’Arci di Pescara subì un’intimidazione, probabilmente legata all’avvio di una raccolta firme contro le  infiltrazioni mafiose.

E’ del 1995 la vicenda di una ditta edile rilevata in parte da imprenditori siciliani, legati ad alcuni clan mafiosi, accusata anche di estorsione e truffe a fornitori e clienti.

Nella notte tra 5 e 6 ottobre 1991 fu assassinato l’avvocato Fabrizio Fabrizi.

Nel 1992 in Provincia di Pescara fu rinvenuto il cadavere di Enrico Maisto.

Il 20 marzo 1993 fu rinvenuto cadavere nel bagagliaio della sua auto Italo Ferretti, imbavagliato e con le mani e i piedi legati. Nel 1993 su 6 mila indagati e 3 mila arrestati in tutta Italia per il ciclone Tangentopoli, in Abruzzo era finite 400 persone sotto inchiesta e 200 in carcere, stessi numeri delle regioni a occupazione mafiosa e  dei maggiori centri della corruzione, qualche numero in più si ebbe solo in Sicilia, Campania, Lombardia e Lazio. per persone coinvolte allora l’Abruzzo era alla pario con la Calabria.

Il 13 gennaio 1994 la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari approvò la Relazione sulle risultanze dell’attività del gruppo di lavoro incaricato di svolgere accertamenti su insediamenti e infiltrazioni di soggetti ed organizzazioni di tipo mafioso in aree non tradizionali. Riportandone alcuni stralci si legge riguardo la nostra Regione: “Per l’Abruzzo esiste il problema di una sorta di continuità costiera lungo la dorsale di un’autostrada che facilita enormemente le comunicazioni […]Ci sono casi in cui pregiudicati o mafiosi di altre zone sono stati uccisi in Abruzzo o in Basilicata […] non di rado si è finito per scoprire che c’era qualcosa di più che il “passaggio” era un po’ meno occasionale e che la persona raggiunta dai colpi d’arma da fuoco aveva ragioni più consistenti per trovarsi lì […] la contiguità rappresenta un rischio proprio per il possibile insediamento, per l’opportunità di collocare intanto una “testa di ponte” in una zona che potrebbe espandersi, e così via. Ne è prova il fatto che, con estrema prontezza, l’interesse di soggetti e gruppi di stampo mafioso, non solo endogeno, si è appuntato sullo sviluppo che stava assumendo la fascia costiera che ha al suo centro Pescara” (pag. 30)

Relazione su insediamenti e infiltrazioni di soggetti ed organizzazioni di tipo mafioso in aree non tradizionali

stralci

La regione dunque risente della fase di crisi produttiva che sta attraversando il Paese, ma ciò nonostante essa rimane appetibile, dal punto di vista economico per organizzazioni criminali in cerca di nuovi spazi di investimento(pag. 80)

“la regione è già significativamente interessata da alcuni fenomeni di infiltrazione da parte della criminalità organizzata” (pagina 81)

 A pagina 82 si definisce Enrico Maisto un “noto boss latitante della camorra” e si sottolinea che le indagini erano partite a seguito di 8 omicidi a Pescara, “dei quali quattro o cinque erano da ricollegarsi ad uno scontro tra bande contrapposte. Era emerso che si trattava di associazioni a delinquere che praticavano traffico di stupefacenti, usura, rapine, estorsioni e avevano il controllo delle bische”. Gli omicidi Ferretti ed altri “erano stati originati dai contrasti tra due bande autoctone opposte e anche se la camorra e la Sacra Corona Unita non avevano ancora fagocitato le stesse, sussisteva il pericolo mafia  scongiurato per il momento da questa operazione di polizia giudiziaria”. Nella stessa pagina, e in quella successiva, si cita anche l’omicidio Fabrizi e si fa riferimento a tangenti sulla costruzione di un centro commerciale a Città Sant’Angelo e si riporta che “A Pescara, secondo il dott. Di Nicola (Procuratore della Repubblica all’epoca in città), era stata provata l’esistenza di un comitato d’affari così come delineato nella richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di un deputato nazionale. Alcuni appartenenti a tale comitato erano legati all’avvocato Fabrizi, lo stesso personaggio che riusciva ad ottenere leggi regionali essendo pagato a percentuale sull’affare

 A pagina 84 si riporta il notevole aumento di attentati dinamitardi, passati dai cinque del 1989 ai circa novanta del 1992. Nella stessa pagina la commissione scrisse che a Pescara e nella zona di Avezzano molti esercizi commerciali erano stati acquistati da persone pugliesi e campane che “in presenza di scarsi affari, continuavano a gestirli, ostentando, nel contempo, un ottimo tenore di vita” considerando questi fatti  “la spia di una attività di riciclaggio di denaro di illecita provenienza che sta trovando in Abruzzo un terreno abbastanza permeabile

 A pagine 85 e 86 si segnalava la presenza di soggetti provenienti dal casertano nel mercato agricolo che “avevano perpetrato truffe miliardarie ai danni della Cee (Comunità economica europea) utilizzando persone e trasportatori provenienti dai ranghi seppur secondari della camorra e la gestione di manodopera extracomunitaria – marocchina e slavi per lo più – da parte di un caporalato che agiva in collegamento con grossi commercianti delle zone campane

 A pagina 87 si segnalava (tra le altre) la presenza a Vasto di una banca pugliese coinvolta in indagini “perché abbinata con una finanziaria il cui titolare era stato arrestato per concorso in associazione a delinquere” con Michele Pasqualone (la cui presenza verrà citata anche a pagina 92 e che è considerato il perno della ‘ndrina vastese sgominata con l’operazione Histonium del 2007…) e l’investimento a Casalbordino di un “altro personaggio di origine pugliese, senza alcuna attività che lo legittimasse a ciò” che “aveva rilevato una impresa in fallimento e aveva investito in terreni per un miliardo e mezzo” mentre in provincia di Teramo “la guardia di finanza aveva sventato il tentativo posto in essere da un personaggio legato al clan camorristico dei Bardellino di riciclare denaro di illecita provenienza”. Sempre per quanto riguarda la situazione di Vasto, nei quattro anni precedenti, erano stati catturati due latitanti e durante l’inverno “venivaspesso segnalata la presenza di latitanti appartenenti alla Sacra Corona Unita che svolgevano riunioni nei villaggi residenziali

Non va sottovalutata del pari la gracilità del tessuto democratico dell’Abruzzo rilevata dalle varie vicende di illegalità, tangenti e simili, che hanno investito sia l’amministrazione regionale che alcuni amministratori dei comuni capoluoghi di provincia e dei consigli comunali di molti altri grandi centri (pag. 90).

La Bindi, dopo aver affermato che “Il problema mafia prima all’Aquila non esisteva e se dopo il sisma ci sono state infiltrazioni lo si deve a scelte sbagliate nella fase di emergenza e nella ricostruzione _ ha aggiunto _ Il mio ruolo istituzionale dovrebbe impedirmi di dire cose politicamente scorrette, ma ho anche un’appartenenza politica di cui vado fiera”.

Sarebbe proprio il caso di evitare di ridurre il fenomeno mafioso ad un incidente post sisma 2009

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