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Una strada per Armida Miserere. Presto la petizione per intitolare una via alla “dura di Sulmona”

Sulmona (Aq).Quando camminava incuteva timore, vero, ma Armida Miserere avrebbe mai immaginato che nel luogo del gelido trapasso, della fredda solitudine qualcuno si sarebbe mosso per intitolarle una via. 

Aggiornamento

Armida Miserere

Armida Miserere

Qualcuno comincia a pensare che sarebbe il caso di ricordarla anche fuori da quelle mura e non solo all’entrata dell’ufficio del direttore dove la scrivania della direttrice Miserere è un monumento inestimabile e con altri oggetti sacri, agli agenti della Polizia penitenziaria di Sulmona, ferma il passo dei colleghi e delle autorità ricevute in istituto. Una parte di lei insegna a vivere con entusiasmo e serenamente quel faticoso e complicato mestiere che impegna agenti di polizia, educatori, dirigenti, psicologi e personale medico. Avanti così su una strada che non era nemmeno da individuare, ma solo da pensare così per cominciare a ricordarla sul serio. La via da dedicare al direttore potrebbe essere individuata a pochi passi dalla palazzina in cui è stata trovata senza vita 11 anni fa. Ci siamo con i tempi che sono poi quelli imposti dal Regolamento per la toponomastica cittadina. Devono trascorrere almeno 10 anni dalla scomparsa della persona per poterle intitolare una via e tutto questo tempo, anche per lei, è trascorso. La direttrice lascia Sulmona una notte di venerdì Santo, del 19 aprile 2003  e muore, probabilmente, sparandosi un colpo alla tempia con la pistola d’ordinanza: “Mi sento più sola oggi qui a Sulmona, in mezzo a queste montagne dove il vento soffia sempre, l’aria è gelida e i detenuti sanno solo lamentarsi e scrivere alle procure. La mia unica compagnia sono i miei cani, Leon e Luna..” dichiarava al giornalista della rivista Io Donna il 15 Novembre 1997.

Carcere Sulmona Report-age.com 2014Intitolazione via Armida Miserere Report-age.com 814Così, proprio da quelle montagne, dove il freddo morde e il vento gelido schiaffeggia parte l’iniziativa per intitolare alla dura di Sulmona la via che costeggia la Casa di reclusione della Valle Peligna. Ad attivarsi è Il Presidente dell’International Police Association (Ipa) di Sulmona, Mauro Nardella. Alla vigilia di Ferragosto è stata inoltrata una lettera alla direttrice del penitenziario sulmonese, Luisa Pesante, con la preghiera di autorizzare l’avvio della procedura per la raccolta delle firme necessarie a dare il nome di Armida Miserere ad una via, si vorrebbe intitolare al Colonnello il tratto di strada attiguo all’istituto di detenzione Pelgino. mariatrozzi77@gmail.com

 Biografia di Armida Miserere

Armida MiserereArmida Miserere è nata a Casacalende (Campobasso) nel 1956, laureata in criminologia. Negli anni Novanta, è tra le più apprezzate direttrici delle carceri italiane, è tra le prime donne a dirigere importanti istituti di pena, conosciuta per capacità e passione. Già a 28 anni è in prima linea come vice direttrice del carcere di Parma, nel 1984. Per oltre un ventennio, la Miserere, contribuisce a risolvere i gravi problemi legati alle carceri italiane. Penitenziari difficili come quello di Voghera, noto per accogliere le irriducibili del terrorismo italiano, possono vantare oggi di averla avuta alla guida della struttura così quello sull’arcipelago toscano, nell’isola di Pianosa che, ai tempi della Miserere, accoglieva i vecchi boss della malavita. Armida Miserere non si risparmia nemmeno quando dal Ministero della Giustizia la chiamano a dirigere le carceri a rischio prima a l’Ucciardone, a Palermo (che fornisce l’aula bunker per il maxiprocesso a carico dei boss di cosa nostra degli anni ’80) e poi a Torino, appena dopo il 17 marzo del 2000, giorno in cui fuggì da Le Vallette l’ergastolano Vincenzo Curcio (che segò le sbarre e dalla finestra della prigione e si calò giù con un lenzuolo, come nei film). Nelle Marche la Miserere dirige la Casa circondariale di Marino del Tronto, ad Ascoli Piceno e poi riordina le carceri di Spoleto a Perugia, Lodi e sempre in Lombardia, ma a Milano, le tocca l’incarico di direttore a San Vittore. Infine in Abruzzo, a dirigere il supercarcere di Sulmona, allora imbottito di detenuti di ogni genere e dilaniato dai problemi di organico.

Gli appellativi. Tanti gliene hanno affibbiati perché il direttore Miserere non era catalogabile, fuori dai cliché e dai luoghi comuni. Per questo i criminali a l’Ucciardone la chiamavano Femmina Bestia e l’epiteto scivolava addosso al Colonnello. Contro la dura di Sulmona solo la solitudine l’ha avuta vinta. Armida Misere è la donna in tuta mimetica che molti in valle hanno conosciuto mentre rivoluzionava il modo di considerare l’Universo assicurando un passo importante sulla strada per l’emancipazione femminile da percorrere, per un tratto, sulla via che speriamo porterà il suo nome.

Chi era Armida Misere. Il 14 giugno 2013 a trarre le conclusione del convegno Vivere e morire in carcere è Nicola Trifuoggi, già Procuratore della Repubblica di Pescara, 45 anni in magistratura, con funzione requirente dal 1967 e Pubblico ministero. Trifuoggi riassume la questione del malessere in carcere tra la popolazione carceraria, in Italia, che conta un numero di suicidi 20 volte superiore rispetto al dato rilevato tra la popolazione. Per la Polizia penitenziaria che in carcere lavora e non deve espiare alcuna colpa il numero di suicidi purtroppo è il doppio rispetto a quello censito in qualsiasi altra organizzazione militare. “La morte di Armida non c’entra niente con questo” nel suo intervento sul tema l’ex pm accenna ad una delle prime donne direttrici di carcere. Il riferimento al Colonnello di via Lamaccio potrebbe legarsi proprio al fatto che Armida Miserere, fino al 19 aprile 2003, aveva diretto proprio il carcere di Sulmona (Aq) in cui si consuma la terza edizione dell’incontro organizzato dall’Ipa (International Police Association).  Sono trascorsi  10 anni (scritto nel 2013) e l’ombra del dubbio insiste sul suicidio della direttrice: “E’ stata vittima, volontaria o meno, di un gioco più grande di lei, perché lei lo potesse reggere _ e Trifuoggi chiude subito l’argomento _ Omaggio alla sua persona”. La sala è silenziosa, nessun battito di mani, nessun rumore. L’ex pm riprende allora le conclusioni  sul disagio in carcere e indica le alternative alle soluzioni profilate dalla dissennata politica penitenziaria che ondeggia tra proposte fantascientifiche e soluzioni inefficaci.

Rimedi come l’Amnistia e l’Indulto svuotano il carcere solo nel breve periodo perché l’esperienza insegna che questi sistemi non risolvono il sovrappopolamento. Trifuoggi parla del caso di un detenuto della casa circondariale Marassi di Genova. Ottenuto il provvedimento di clemenza, l’ex carcerato chiede lavoro al Consiglio di patronato che però può assegnargli sono la modica cifra di 10 mila lire, somma insufficiente persino per il viaggio di ritorno a casa. “Se non si garantisce una possibilità di lavoro è solo una gita rapida fuori dalle mura. Si dovrebbero organizzare cooperative e incentivare gli imprenditori per garantire un lavoro agli ex detenuti _ suggerisce l’ex Procuratore e sul codice penale  commenta _ Sono trascorsi 80 anni dalla codice Rocco e pensare che il precedente codice Zanardelli fu cambiato appena dopo 40 anni di applicazione”. Poi entra nel dettaglio, l’ex pm dice di depenalizzare perché molti fatti non sono più sentiti così gravi dalla comunità; il ventaglio delle sanzioni alternative va ampliato ad altri ambiti di applicazione perché il carcere deve essere l’ultima strada. Da Roma sembrano quasi ascoltarlo perché si dà notizia dell’emendamento del Governo per far scattare la detenzione domiciliare per i delitti puniti con la reclusione fino a 6 anni e un decreto in dirittura d’arrivo che toccherà dai 3 ai 4 mila detenutiIl testo governativo emenda la legge delega sulla messa alla prova e le pene alternative al carcere, all’esame della commissione Giustizia della Camera. L’originario ddl bipartisan di Donatella Ferranti (Pd) ed Enrico Costa (Pdl) prevedeva l’applicazione dei domiciliari per i delitti puniti con la reclusione non superiore nel massimo a quattro anni. Ora, la modifica depositata dal sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri, innalza questa possibilità per i delitti puniti fino a sei anni. Nella sala del convegno l’ex procuratore insiste anche sul fatto che occorre certezza della pena, la condanna va scontata completamente, una volta inflitta. Anche per questa carenza l’Italia si è resa ridicola agli occhi dell’Europa. Il ripensamento del sistema penale parte anche dalla costruzione di nuove carceri e dalla ristrutturazione delle esistenti. E i soldi? Risponde Trifuoggi:  “..si spende per fare solo il progetto del ponte sullo stretto!”. Incrementare l’organico della Polizia penitenziaria e delle risorse economiche sono altre soluzioni. Mai che si sia pensato,  in contemporanea all’Amnistia e all’Indulto, di applicare un progetto di affiancamento per gli ex detenuti e indirizzarli poi l’ex magistrato  conclude: “In carcere si può e si deve vivere. Di carcere non si deve morire”. Con i giornalisti torna un attimo alla direttrice del carcere di Sulmona: “Leggete Processo allo Stato di Maurizio Torrealta, si parla della trattativa stato mafia”. Un invito, quello di Trifuoggi, che sembra sollevare uno scenario nuovo e inquietante sulla Misere. La direttrice aveva cercato giustizia dopo la morte del suo compagno,  Umberto Mormile (educatore carcerario, ucciso a Milano in un agguato di camorra nel 1990) perchè aveva dei sospetti sull’agguato e informò la magistratura inquirente. Le sue indicazioni vennero poi confermate dai fatti. Undici anni dopo la morte di Mormile, i responsabili furono individuati in riferimento a un maxiprocesso contro ‘ndrangheta e camorra a Milano, ma  per il rinvio a giudizio, fissato a maggio alla Prima Corte d’Assise, Armida era morta già da un mese.

 mariatrozzi77@gmail.com

In una intervista a Cristina Zagaria (autrice della biografia: Miserere. Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello stato – Dario Flaccovio, 2006 pag. 310 euro 14,50) Gianni Paris le rivolge alcune domande e tra queste merita riportare questa risposta (fonte). I colleghi uomini hanno sempre avuto la puzza sotto al naso nei confronti della Miserere. Lei che si ostinava a ricoprire un lavoro e un incarico destinato all’altro sesso. Coraggio, pazzia o testardaggine?

Soprattutto testardaggine, all’inizio. Il padre di Armida era un ufficiale della Marina militare. Armida lo amava smisuratamente e per lei era un modello. Forse il suo voler vivere una vita da uomo era un po’, credo, come indossare in segreto la divisa del padre, seguire le sue orme. Anche se dopo la morte di Umberto Mormile, il compagno, il suo è diventato coraggio: coraggio di non mollare mai e di dedicare la sua esistenza a scoprire chi aveva ucciso il suo uomo e perché, a un prezzo altissimo. Missioni difficili, notti insonni, nessun compromesso (mai), colleghi maligni, una vita nonvita in un mondo in cui i delinquenti non sempre sono quelli dietro le sbarre (da i Giornalieri). 

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